SOUL E ROCK & ROLL

Pubblicità

Sharing is caring!

Pubblicità

recital musicale didattico del prof. Gaudio

LA MUSICA SOUL

La musica soul, letteralmente musica dell’anima, ha origine negli anni ’50 dalla commistione di alcuni elementi della musica jazz, il rhythm&blues con la musica gospel, da cui derivano moltissimi interpreti della musica soul, passati in pochi anni dalle cappelle delle chiese protestanti alle sale da corcerto e alle case discografiche. La musica nera, grazie al soul, diventa un fenomeno conosciuto in tutto il pianeta, con la cosiddetta “esplosione del soul” negli anni ’70, che precorre i successivi sviluppi della musica “disco”, “funky” e “rap”. Noi però ci fermeremo ai primi due decenni della musica soul, gli anni cinquanta e sessanta, anni in cui i negri rivendicano in modo sempre più convinto i diritti e in cui si affermano i caratteri distintivi della musica soul, basata su ritmo trascinante, virtuosismi vocali, cori e fiati in sottofondo.

 

LE RADICI RELIGIOSE DEL SOUL

 “Sarebbe sbagliato separare del tutto la religiosità dalla musica afroamericana. Anche qundo non si tratta espressamente di musica di religione, come nel caso degli inni sacri, degli spirituals e poi dei gospel, appare spesso un atteggiamento di esaltazione spirituale, qualcosa di molto vicino ad una diffusa religiosità legata all’esistenza terrena. Questa frequenza è dovuta certamenteal retaggio africano e alle prime forme di comunità sviluppate nel continente americano. In questi microcosmi culturali, le varie attività non sono dissociate, anzi la musica finisce per scandire i vari momenti della vita collettiva, senza una netta divaricazione tra sacro e profano, e questo in qualche modo è sopravvissuto nelle forme contemporanee della cultura afroamericana. Ma c’èdi più: così come in sud e centroamerica, dove si sono sviluppate forme di culto molto vicine all’originale africano, anche nell’adesione dei neri nordamericani alle religioni europee, è rimasto in vita uno spiccato senso della religiosità legata più che alla speranza di un al di là, alla realizzazione di stati di esaltazione e di liberazione nella vita concreta, nel momento dell’esistenza terrena. Questo spiega qualcosa che a noi può apparire contraddittorio, ovvero la vicinanza dello spirito religioso ad aspetti profani della vita sociale, e perfino sessuale. Per un nero può non esserci il distacco che la tradizione europea tende ad attribuire a queste componenti. Niente di strano quindi che la musica afroamericana, anche laica, esprima comunque una forte carica religiosa. da “Soul Music n.3” ed. La Repubblica – Musica e Altro pag.7

 

EVERYBODY NEEDS SOMEBODY TO LOVE

Portata al successo da Solomon Burke, figlio di predicatori e predicatore egli stesso, a soli nove anni conduceva una trasmissione radiofonica, fu poi magistralmente interpretata dai Blues Brothers.

 

IN THE MIDNIGHT HOUR – MUSTANG SALLY

Canzoni e successi di Wilson Pickett negli anni ’60, furono poi reinterpretate dai Committments, il giovane gruppo irlandese protagonista dell’omonimo film. “Nei giorno d’oro della sua carriera, avventurosa e ricca di colpi di testa (nel 1998 è tornato ad esibirsi al Ciak di Milano con grande successo), Wilson Pickett più che interpretare, sembrava quasi aggredire le canzoni.” Nel 1968 si presentò insieme a Fausto Leali al festival di Sanremo, per interpretare la canzone “Debora”. op.cit.pag.26

 

RESPECT

Otis Redding, morto tragicamente in un incidente aereo mentre era all’apice del successo, è l’autore di questa canzone, poi interpretata magistralmente da Aretha Franklin, anche nel recentissimo film “Blues Brothers 2000”: “Respect” di Otis Redding

 

THINK

A differenza dei blues, in cui prevale la disperazione e la rassegnazione di fronte all’ingiustizia “in Think l’anelito a una libertà che non è esclusivamente libertà di amare è espresso con ben altra chiarezza e con una precisa intenzionalità, almeno nell’inciso gridato che ha il sapore dello slogan politico e che muta e amplia il significato dei versi che lo precedono” LUCIANO FEDERIGHI “BLUES NEL MIO ANIMO” ed. MONDADORI pag.158

“Non sono uno psichiatra, e non sono un dottore con tanto di lauree / ma non ci vuole un alto quoziente di intelligenza per vedere che cosa mi stai facendo / faresti meglio a pensare a quello che stai cercando di farmi / pensaci, libera te stesso e la tua mente / oh, libertà, libertà, datemi adesso la mia libertà”

  

ELVIS PRESLEY

Dopo una musica nera per eccellenza, come la musica soul, parliamo del rock&roll, uma musica bianca, che trova però le sue radici nella musica nera e soprattutto nel rhythm&blues. Sarà un giovane tassista di Memphis a cogliere i segni dei tempi, coniugando i ritmi afroamericani con le aspirazioni degli adolescenti nella seconda metà degli anni cinquanta. “IL 13 gennaio del 1957, quando ormai il fenomeno Presley è diventato di portata monidiale, John S. Wilson scriverà sul Times di Londra, con tipica e olimpica serenità britannica (e con un pizzico di preveggenza): <<La inarrestabile natura dell’arrivo di Elvis Presley come figura di livello nazionale , e particolarmente il furore sociologico che è stato sollevato nella sua scia, hanno teso a porre in ombra quello che dovrebbe essere il nocciolo della questione: la sua musica. Sebbene il Signor Presley sia frequentemente visto come un frenetico fenomeno senza solide fondamenta, le sue registrazioni…- che gli permettono di essere ascoltato senza prendere in considerazione tali controversi elementi collaterali quali i suo aspetto [dal 1955 in poi diminuirà improvvisamente l’età degli acquirenti di dischi] e le sue attività fisiche [il famoso movimento del bacino, per esempio] le sue canzoni rivelano non solo che egli efficacemente ad alcuni validi aspetti della musica folk americana, ma anche che egli ha in effetti un impressionante, pur se talvolta svisato, talento. Ci sono diversi lati nel Signor Presley. Egli è un cantante [bianco] di blues che si è impregnato dello spirito e dello stile di quei cantanti neri di country blues” nota da Paolo Ruggeri “Elvis Presley” ed. Latoside pag.49

 

TUTTIFRUTTI

Portato al successo da Little Richard, “pubblicato in ottobre [1955], in dicembre è al 12^ posto nella classifica nazionale pop del Billboard, impresa notevolissima per un artista di colore. Il testo, in parte ripulito da Dorothy La Bostrie della sua originale scurrilità, e l’interpretazione sono di un’anarchica violenza, che può comunque essere accettata in un nero, del quale la maggioranza bianca tollera, divertendosi, le prestazioni considerate ovviamente clownesche. [Due mesi dopo Elvis Preley inciderà Tuttifrutti, ottenendo un successo ancora maggiore] . Dopo una serie di suoni semiarticolati di cui difficile, se non impossibile, è una trascrizione italiana, intramezzati dal titolo del brano <<tutti frutti>> – termine di origine proprio italiana, relativo, inizialmente, ad un certo gusto di gelati e poi, per estensione, a vari tipi di dolciumi -, il testo, di icastica semplicità, proclama <<Ho una ragazza, il suo nome è Sue. Lei sa bene cosa fare…>>, ripetuto due volte e divenuto, poi, in una versione pop che non è quella cantata da Presley : <<Io devo andare, non posso fermarmi, giù alla pasticceria, devo andare, non posso fermarmi, a prendermi un bel gelato” op.cit.pag.41-42

 

BLUE SUEDE SHOES

“<<Tu puoi buttarmi giù, calpestarmi la faccia, dire male di me quanto vuoi e dove vuoi… bruciare la mia casa, rubare la mia macchina, bere il mio liquore… fa tutto ciò che vuoi, ma, tesoro, lascia stare le mie scarpe, non camminare sulle mie scarpe di camoscio blu!>> le <<blue suede shoes>> di Carl Perkins prima [un pericoloso potenziale concorrente fermato da un incidente all’inizio della carriera] e di Preley poi, in origine evidente simbolo dell’orgoglio di un povero ragazzo bianco del Sud, diventano quello dell’aspirazione di tutti i <<teen-agers>> americani a veder riscattata la propria personalità, a conquistare un proprio mondo, un proprio modo di vedere” nota op.cit.pag.43

  

LOVE ME TENDER

La colonna sonora dell’omonimo film del 1957. “Presentato a novembre susciterà al Teatro Paramount di New York scene di panico collettivo. Avendo Presley interpretato la canzone del film nello show di Ed Sullivan [alla TV, lo show che lo aveva fatto conoscere a tutti l’anno precedente], la RCA riceve ordini per ben 856.327 copie una settimana prima della prevista edizione del disco, ed è costretta ad anticiparne l’uscita” note op.cit.pag.53

 

JAILHOUSE ROCK

In questa canzone del 1957 “ritroviamo l’accoppiata Leiber-Stoller [quella dei primi test, i più trasgressivi], ma siamo già su un piano diverso di divertimento, di sapore parodistico: <<Il guardiano dette una festicciola nella prigione della contea. La banda della prigione era là e cominciò a suonare e tutti cominciarono a ballare. Avresti dovuto sentire quegli spennacchiati uccelli in gabbia cantare: Facciamo il rock! Facciamo il rock! E ognuno nell’intero blocco di celle ballava al ritmo del rock della prigione!… Il numero 47 disse al numero 3: “Tu sei il più grazioso uccello in gabbia che io abbia mai visto. Sarei veramente deliziato dalla tua compagnia. Vieni a fare il rock della prigione con me!” Henry il dritto disse al Matto: “Santo cielo, nessuno sta guardando, è il nostro momento per tentare la fuga”. Il Matto si voltò e disse al Dritto: “No, no, voglio restare ancora e divertirmi un po’…”>>” nota op.cit.pag.67

 

IT’S NOW OR NEVER

“Non è un rock e lo suonano più stazioni radio del consueto: va primo in classifica e ci rimane per cinque settimane. Anche se porta la firma dell’astuto Schroeder e di Wally Gold, altro non è che <<‘O sole mio>> dei nostri Capurro e Di Capua. Il testo americano è decisamente abominevole: <<è ora o mai, vieni, tienimi stretto. Baciami, mio tesoro, sii mia stanotte. Domani sarà troppo tardi…è ora o mai, il mio amore non può aspettare…>> e continua, ahimè, su questo tono. L’accompagnamento a tempo di beguine, il pianino, le chitarre a mo’ di mandolino, aggiungono orrore a orrore. Il suo travolgente successo, oltre che alla personalità e alla voce di Presley, si deve indubbiamente al fatto che il pubblico americano e internazionale ne apprezza l’italianità cartolinacea, e quello italiano, nella stragrande maggioranza, non capisce un’acca di quello che Presley canta. Venderà purtroppo la cifra sbalorditiva di oltre 8 milioni di copie.” nota op.cit.pag.72

 

ARE YOU LONESOME TONIGHT

“Siamo comunque ormai sul kitsch, e non c’è quindi da meravigliarsi se il successivo 45 <<Are you lonesome tonight>> – successo ancora più travolgente, con un milione di copie nella sola prima settimana – sia una versione, fortunatamente un po’ abbreviata, di una lacrimosa <<talk ballad>> degli anni ’20, a suo tempo incisa nientepopodimeno che da Al Jolson, quello del primo film sonoro. Il testo qui, non essendo stato violentato da arbitrari e grossolani rifacimenti, è già più accettabile, quasi grazioso, sempre che uno sia disposto a fare un bel salto indietro nel tempo: <<Ti senti sola stasera, ti manco questa sera, ti dispiace se ci siamo sempre più allontanati? La tua memoria scivola verso un luminoso giorno d’estate, quando ti ho baciato e ti ho chiamato <<tesoro>>? Le sedie del tuo salotto ti sembrano vuote e spoglie, fissi la soglia e mi immagini là? E’ il tuo cuore pieno di tormento? Devor ritornare? Dimmi, cara, ti snti sola stasera?>>. E qui inizia la parte parlata, con una affermazione, a dir poco, pleonastica: <<Io mi domando se ti senti sola stasera>>. Poi si passa al filosofico: <<Il mondo è una scena, e ciascuno deve recitarvi una parte>>.” nota op.cit.pag.73

Pubblicità
shares
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: