Squillace idillio e mimesi

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da Cassiodoro a Gissing

del Prof. Franco  Caristo – Docente di Lettere

E forse un pessimo vezzo tutto italiano quello della laudatio urbis : sicuramente calabrese. Ed ha come sostrato dell’anima la memoria dei luoghi, delle cose e del tempo che rasenta sempre il rimpianto dal quale,   inevitabile, germina la nostalgia; che è, in ogni caso, non una fuga nelloltre, un avvolgimento consolatorio nelle pieghe del passato, quanto desiderio di ricerca e di scoperta identificativa con quella memoria, saldatura con le proprie radici e con la propria storia . Ed allora il sentimento del tempo supera il confine dello stesso cronos  , lo trascende, fino a impigliarlo nel mito.  Su Squillace non si è scritto né detto poco: dallo storico di professione al dilettante visibilmente localista, ognuno ha ritagliato brandelli di storia; sebbene da Aristotile a Virgilio, da Diodoro siculo, a Velleio Patercolo fino a Cassiodoro Skilletion, Scyllaceum, Scolacium fosse contemporaneamente uno spazio urbano, una dimensione della cultura greca e romana, un crogiolo di religioni, di arti, di uomini, un sentimento.

Immagine di civiltà, locus amaenus, sublimazione disincagliata dalla contingenza. E tale apparve già a Cassiodoro che nella quiete della sua cella di Vivarium, scriveva:                             Scyllaceum prima urbium Bruttiorum… in modum botryonis pendet in collibus …ut voluptuose campos virentes et caerula maris terga respiciat . Fruitur luce perspicua : aeris quoque temperatione donata apricas hiemes , refrigerat sentit aestates … Spectaculum quoque pulchre laborantium non adimitur in civitate sedentibus. Cernuntur affatim copiosae vindemiae, arearum pinguis tritura conspiciur, olivarum quoque virentium vultus aperitur…” (Variae,XII,15. Lettera databile tra il 553-557 d. C.).  ( Squillace è la prima fra le città della Calabria… pende come un grappolo dai colli…per volgersi a mirare le campagne verdeggianti e le onde cerulee del mare.  La città è inondata da una luce cristallina…il clima è mite , gli inverni soleggiati, fresche le estati… chi vive qui può ammirare lo spettacolo di chi lavora nei campi. Ovunque si vedono abbondanti vigneti, buoi che trebbiano le fertili aie, ulivi sempreverdi …).   Quando Cassiodoro raccontò questa sua diafana Squillace lo fece non solo obbedendo a una pratica retorica ( la laudatio, appunto, così che tutto il brano è costruito con perfetto rigore letterario) quanto per necessità dello spirito, che nella contemplazione della propria terra rinnova legami profondi e materni. Piuttosto che alla mimesi, dunque, il canto rimanda all’estasi panica .  Correlativo oggettivo, allora , di un’anima che vuole dolcemente naufragare in uno spazio naturalistico – arcadico atemporale, la cui vista stempera i suoi  affanni di uomo troppo legato nella giovinezza al mondo.  Non possiamo non dubitare, d’altra parte, che la Squillace   cassiodorea, così come ci è stata descritta, sia   una mera ipotesi poetica, cifra emozionale, affascinante approdo dello spirito, allo stesso modo della Zacinto foscoliana, tanti secoli dopo.

Se il sentimento del tempo, dunque, che annulla il tempo nella successione del prima e del dopo – nell’accezione bergsoniana –   annoda dentro di noi i legacci dello spirito e della memoria, rapidamente possiamo viaggiare verso un’altra Squillace, quella raccontata da alcuni illustri viaggiatori stranieri che visitarono la Calabria tra il ‘700 e ‘800. Così la storia, soprattutto quella minore, molte volte trova la sua memoria negli appunti di viaggio, in un distratto reportage, in frettolose annotazioni, nella scarna cronaca. In tal modo la Squillace, smembrata dal terremoto del 1783, emarginata dalle dinamiche socio-economiche postunitarie, imbruttita dal tempo e dagli eventi , si piega ad essere realisticamente descritta da stranieri,   coi tempi dei loro appunti e del taccuino di viaggio: l’idillio, allora, cede alla mimesi: non conta il legame di sangue ma la curiosità, la meraviglia che alimenta un edonismo baroccheggiante che genera impressioni, entusiasmo, impazienza, esaltazione e delusione, ingenuità e commozione, distacco, immersione e ammirazione.

Perché Squillace ? semplicemente per la sua storia, quella storia – che è poi un segmento della civiltà magnogreca e latina della Calabria – che appassionò molti intellettuali inglesi, francesi e tedeschi desiderosi di conoscere da vicino quel mondo scomparso e che stava scomparendo, quell’eredità che il restaurato neoclassicismo dell’archeologo Winckelmann di metà ‘700 aveva nostalgicamente rianimato.  Una sorta di rêverie romantica : il sogno di giungere nei luoghi estremi dove i greci avevano fondato le loro colonie, i romani i loro municipia , di visitare biblioteche e cercare manoscritti, dove i resti di quella civiltà   strappavano alla dimenticanza la memoria della grande storia passata.

Vennero in molti, dunque, in Calabria animati dal desiderio di sapere, vedere, conoscere e raccontare; per passione, per studio o per avventura e con la voglia segreta di raccontarla: turisti – studiosi e studiosi – turisti.  Da Napoli, prima capitale del Regno sotto i Borboni , a Squillace attraverso le altre regioni del sud, il viaggio non dovette essere né breve né sembrare molto comodo: strade insicure, sterrate, minacciose, scarsissimi mezzi di trasporto ( carrozze e vaporetti ) , scarsità di cose e di uomini. A Squillace Skilletion Scolacium Scyllaceum per raccontarla così come era, giunse fra i tanti Giovanni Claudio Richard abate di Saint- Non ( 1727 –1791 ) nobile intellettuale francese, esuberante, pieno di immaginazione, appassionato della civiltà classica. ( Quando andai a ritirare il mio passaporto lambasciatore mi chiamò in disparte e mi invitò a  rinunciare a questo viaggio… Calabria è una parola nefasta che terrifica persino a Napoli più che altrove).  Nel suo Voyage pittoresque a Naples et en Sicile – ( il volume sulla Calabria venne pubblicato a Parigi nel 1783, illustrato dal pittore Chatelet con immagini suggestive di loghi della regione e vestigia del passato che sarebbero stati cancellati dal sisma in quello stesso anno ) – racconta la Calabria del ‘700, e racconta anche la Squillace prima del terremoto devastante del 1783.  Ma lasciamo parlare il nostro viaggiatore : … Ci incamminammo verso Squillace, rimontando un torrente che cade a cascata assai pittorescamente su rocce di granito… Infine arrivammo alla città, più gradevole a disegnare che ad abitare …”   Evidentemente la città è ridotta così male che azzera perfino l’entusiasmo inconsapevole dell’Abate, il quale, toccato dallo squallido stato annota … si può dire che non si trovino altre rovine che la casa stessa che si abita… Sulla parte più elevata è un Castello del tutto rovinato, che non ha nulla di curioso oltre l’altezza e il pittoresco del suo sito .  Ma a fronte della delusione, il viaggiatore coglie l’ospitalità    degli squillacesi.  Seguiamolo nel racconto: Il sindaco di Squillace ci all’oggiò in una camera ove ebbimo presto, come costume, tutti i curiosi della città attorno a noi. Ci si parlò molto di medaglie trovate in tutti i dintorni, ma non ce ne fu mostrata una sola. Tuttavia un abate ci condusse nella sua cantina, una sorta di museo, e ci fece vedere un marmo con una iscrizione ben conservata. Esso era stato trovato presso la riva su un acquedotto che portava le acque all’antica Scyllatium fatto costruire dall’imperatore Antonino .  La scoperta di quel reperto archeologico, alla fine, sedusse il nostro studioso che lasciò Squillace non senza fatica :”… Un fiume molto grosso, che dovevamo attraversare uscendo da Squillace , e che diviene assai considerevole alla foce, al capo o Ponte di Stalettì, non ci permise di seguire più a lungo la costa; in conseguenza prendemmo per sopra la montagna attraverso strade in cui tutta la destrezza dei nostri muletti ebbe molta pena a tirarci .  Si era  immerso negli incantesimi di una Calabria ormai scomparsa.

 By  the Ioniam Sea  è invece il  resoconto del pellegrinaggio che George Gissing (1857 –1903 ),  scrittore inglese dell’età vittoriana, innamorato della  civiltà classica, compì  in Calabria verso la fine dell’800. Sulla riva dello Ionio  è  il taccuino di  viaggio  di un uomo  che nel  passato classico ritrovava il conforto alla sua nuda esistenza devastata  dalla miseria e dal dolore. Un moderno, dunque, avviluppato  nella morsa della  memoria  della grandezza antica, la sola che  stimola la sua  immaginazione dintellettuale. Nel suo naturale raccontare è capace di soprapporre i piani  narrativi,  è capace di emozionanti sfocature, di intrecciare il particolare e l’universale, i sentimenti e le cose: ma non sa rinunciare   allafflato del romanziere per piegarsi  allo scarno cronachismo del giornalista.

In Calabria giunse partendo da Napoli e a Squillace arrivò in un giorno di pioggia …  A un tratto  vi fu un forte rombo e tutti gli alberi lungo la via si piegarono… il cielo diventò nero…sotto la pioggia dirotta guardavo come meglio potevo l’aspetto dei luoghi… la valle dominava cupamente un fiume che scorreva nel burrone per poi gettarsi in mare. Il maltempo rendeva più spiccata la differenza tra questa valle di Squillace e quella che porta a Catanzaro… Il paesaggio ha un aspetto brullo e duro, la vegetazione è scarsa. E davvero tanto cambiato dal sesto secolo? Sarà stato bello solo agli occhi di Cassiodoro? .  Il realismo paesaggistico di Gissing contrasta con l’idillio   cassiodoreo  e i verdi ulivi e le abbondanti messi  affiorano solo nella pura dimensione emozionale dello scrittore squillacese. Guardando  in su non vedevo che una massa di antiche rovine, alti tratti  di mura sconquassate, torri cadenti e grandi finestre attraverso le quali si vedevano le nuvole.  Senza dubbio là dentro era  Squillace.  Sapevo che era un paese molto piccolo …cera però un albergo qui mi sarei fermato per una notte.  Eravamo all’inizio di una strada priva di lastrico, con ai lati squallidi tuguri…davanti a me era una baracca  lunga e bassa… sopra la porta lessi    ” Osteria  centrale .   Lo scrittore incontra i tenutari  – un uomo molto brutto e una donna silenziosa –  descrive l’interno dell’albergo  quasi con compiaciuta  tecnica pittorica fiamminga : pavimento di pietra logora, pareti rozzamente imbiancate, con crepe, finestra polverosa e senza vetri,  tavola traballante, letto in ferro, coperte arrotolate. Cera qualche elemento decorativo; in giro ai muri erano appese molte di quelle caricature politiche a colori… e un grande avviso per gli emigranti da Napoli a  New York. Inoltre in un angolo era appeso un grande crocifisso di legno, molto strano, molto brutto, e nero di polvere” .   Qui il gusto della favola – perché  la narrazione ha il sapore della favola –  travasa nella dolorosa  realtà:  la caricatura dei politici e gli avvisi per gli emigranti: piaghe endemiche della Calabria.

Quando poi  l’occhio si avvicina  allo  spaccato paesano il nostro Gissing  mette da parte ogni filtro estetico e nota: Le case, con una o due eccezioni soltanto, sono tuguri a un solo piano; è difficile trovare una casa dove non penetri la pioggia, l’impressione generale è quella di un rovinoso squallore… le porte, spalancate dappertutto, mi permettevano di dare unocchiata nell’interno… gli abitanti avevano un aspetto triste e depresso…nessuno mostrò la minima curiosità al mio passaggio e ( cosa che torna ad  onore del paese) nessuno chiese lelemosina. Le donne uscivano sotto la pioggia protette da una mantellina a forma di scialle dai colori molto pittoreschi: aveva larghe strisce gialle su fondo rosso e i toni erano  smorzati in una calda opulenza. Sullaltura dominante sono i massicci avanzi di un castello normanno… cera una veduta magnifica che si estendeva in tutte le posizioni. ..”   Sono scorci di una Squillace  raccolta sulla sua storia di paese del Sud:  il parossismo paesano    impressiona  il viaggiatore   che, prima di  allontanarsi,  litiga anche   con il padrone dell’albergo  …non solo mi addebitò il triplo della somma  che sarebbe  stata ragionevole per le pietanze che non avevo potuto mangiare, ma il conto del mio conducente conteneva voci incredibili… risultò un caso antipaticissimo di estorsione… Così scendemmo  rapidamente  per la strada tortuosa  e dal basso ammirai di nuovo l’aspetto pittoresco di  Squillace…”

Prof. Franco  Caristo

Docente di Lettere

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