Tecnologie e comunicazione

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da un testo del IV sec. a.C. una riflessione per l’uomo del XXI secolo

Il passo del Fedro di Platone (276a-279e), in cui il filosofo greco tratta dell’invenzione della scrittura è celebre e ampiamente studiato. Tuttavia vorrei focalizzare l’attenzione e, conseguentemente, proporre una riflessione su due punti in particolare.

Il primo riguarda una parte del dialogo fra il dio Theuth, donatore della scrittura, e il re Thamus (274e-275b). All’affermazione di Theuth “è stato trovato il farmaco della memoria (mneme) e della sapienza (sophia)” Thamus risponde “ tu hai trovato non il farmaco della memoria (mneme), ma del richiamare alla memoria (hypomnesis). Della sapienza (sophia), poi, tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza (doxa), non la verità (aletheia), perché divenendo uditori di molte cose senza insegnamento crederanno (doxousin) di essere conoscitori di molte cose (poly-gnomones), senza in realtà saperle (a-gnomones) e sarà difficile dialogare (syneinai) con essi in quanto sono diventati portatori di opinioni (doxosophoi) piuttosto che sapienti (sophoi).”

Più avanti (275d) Socrate riprende: “… dovrebbe essere colmo di grande ingenuità chi ritiene che i discorsi scritti siano qualcosa di più di un mezzo per richiamare alla memoria (hypomnesis) di chi sa le cose su cui verte lo scritto.”

Il filosofo greco rileva il valore meramente strumentale del discorso scritto: è un mezzo per aiutare la memoria, non produce sapienza. Anche quando sembra che veicoli molte conoscenze, in realtà non porta che una molteplicità di informazioni destinate a non trasformarsi in sapere. La scrittura non è altro che una tecnologia, inventata dall’uomo, al servizio dell’uomo. Indubbiamente le tecnologie sono prodotte dal pensiero umano e, al medesimo tempo, ne influenzano lo sviluppo. Tuttavia non producono sapere. Perché?

Arriviamo al secondo punto. Alla domanda quale sia il discorso migliore (ameinon) e più potente (dynatoteros) del discorso scritto, Socrate risponde: “quello che viene scritto, mediante la scienza (episteme), nell’anima (psychè) di chi impara (tou manthanontos).” (276 a )

Se, per dirla con Eraclito, i confini dell’animo umano sono infiniti, nessuna tecnologia può competere col discorso “scritto nell’anima”, perché infinite sono le potenzialità del pensiero, che non rinuncia ad una efficace pluralità nell’espressione.

Dal discorso orale al libro scritto, dal testo all’ipertesto, le modalità di comunicazione si sviluppano eludendosi o piuttosto integrandosi a vicenda? Più di due millenni di scrittura non hanno imbalsamato le peculiarità del discorso orale, vivo e animato (zonta kai empsychon). Oggi il fruitore di pagine ipertestuali e multimediali sul web è insieme lettore, autore e conversatore. La storia della comunicazione ha spiccato un salto sullo schermo del computer. Ma, per restarci?

Raffaella Ballerio

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