Terra santa

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di Alda Merini

Ho conosciuto Gerico,

ho avuto anch’io la mia Palestina,

le mura del manicomio

erano le mura di Gerico

e una pozza di acqua infettata

ci ha battezzati tutti.

 

Lì dentro eravamo ebrei

e i Farisei erano in alto

e c’era anche il Messia

confuso dentro la folla:

un pazzo che urlava al Cielo

tutto il suo amore in Dio.

 

Noi tutti, branco di asceti

eravamo come gli uccelli

e ogni tanto una rete oscura

ci imprigionava

ma andavamo verso la messe,

la messe di nostro Signore

e Cristo il Salvatore.

 

Fummo lavati e sepolti,

odoravamo di incenso.

E dopo, quando amavamo

ci facevano gli elettrochoc

perché, dicevano, un pazzo

non può amare nessuno.

 

Ma un giorno da dentro l’avello

anch’io mi sono ridestata

e anch’io come Gesù ho avuto

la mia resurrezione,

ma non sono salita ai cieli

sono discesa all’inferno

da dove riguardo stupita

le mura di Gerico antica.

 

Le dune del canto si sono chiuse,

o dannata magia dell’universo,

che tutto può sopra una molle sfera.

Non venire tu quindi al mio passato,

non aprirai dei delta vorticosi,

delle piaghe latenti,

degli accessi alle scale

che mobili si dànno

sopra la balaustra del declino;

 

resta, potresti anche essere Orfeo

che mi viene a ritogliere dal nulla,

resta o mio ardito e sommo cavaliere,

io patisco la luce, nelle ombre

sono regina ma fuori nel mondo

potrei essere morta e tu lo sai

lo smarrimento che mi prende

pieno quando io vedo un albero sicuro.

da Vuoto d’amore 1991

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