Tesina sull’infinito

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  1. ITALIANO :LEOPARDI E L’INFINITO CREATO DALL’IMMAGINAZIONE (PURO PRODOTTO DELLA MENTE UMANA).

L’infinito di Leopardi è un infinito “negativo”, nel senso che è un infinito creato dall’immaginazione e dal desiderio, un puro prodotto della mente umana. È chiaro che il suo modo di porsi di fronte al “problema infinito” è di tipo metafisico, è la ricerca del rapporto tra infinito come spazio assoluto e tempo assoluto e la nostra cognizione del tempo e dello spazio empirici. Ma nella sua riflessione inserisce il suo particolare modo di interpretare l’infinito, o meglio l’indefinito, come fluttuare di sensazioni.

Nello “Zibaldone” Leopardi afferma che “L’infinito è un parto della nostra immaginazione, della nostra piccolezza ad un tempo e della nostra superbia […] l’infinito è un’idea, un sogno, non una realtà: almeno niuna prova abbiamo noi dell’esistenza di esso, neppur per analogia”. Per Leopardi l’infinito coincide con lo slancio vitale, con lo spasimo, la tensione che l’uomo ha connaturata in sé verso la felicità. L’infinito diventa il principio stesso del piacere, e il fine stesso a cui tende questo slancio dell’uomo.

È il desiderio assoluto di felicità che porta l’uomo a ricercare il piacere in un numero sempre crescente di sensazioni, nella speranza vana della sua completezza; è una tensione che non ha limiti, né per durata nel tempo, né per estensione, per questo si scontra irrevocabilmente con la vita umana, lo spazio, il tempo, la morte. Infatti “l’anima umana desidera sempre essenzialmente e mira unicamente, benché sotto molti aspetti, al piacere, ossia alla felicità […] Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perché è ingenita e congenita con l’esistenza, e perciò non può avere fine in questo o in quel piacere che non può essere infinito, ma solamente, termina con la vita”.

Per Leopardi, questa tensione può spegnersi solo nel momento della morte perché è uno slancio connaturato alla vita stessa, “l’anima, amando sostanzialmente il piacere, abbraccia tutta l’estensione immaginabile di questo sentimento, senza poterla neppure concepire, perché non si può formare idea chiara di una cosa che ella desidera illimitatamente”.

Per superare i limiti fisici della natura umana interviene l’immaginazione, che ha come “attività” principale la raffigurazione del piacere: “Il piacere infinito non si può trovare nella realtà, si trova così nell’immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni, ecc…” Ma l’immaginazione ha bisogno di stimoli e perciò “l’anima si immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe se la sua vita si estendesse dappertutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario.”.

E dunque “la molteplicità delle sensazioni confonde l’anima, gli impedisce di vedere i confini di ciascheduna, toglie l’esaurimento subitaneo del piacere, la fa errare da un piacere in un altro senza poterne approfondire nessuno, e quindi si rassomiglia in certo modo ad un piacere infinito.”. Resta quindi nell’animo un senso di inappagamento, di insoddisfazione perché non si riesce effettivamente a concepire l’infinitudine, ma solo l’indefinito, che è un’idea inadeguata, approssimata, vaga: e questa insoddisfazione conduce al tedio, alla noia spirituale.

Ci sono però immagini, sensazioni che suscitano nell’animo l’idea di infinito, ad esempio la visione di una torre antica, perché “il concepire uno spazio di molti secoli produce una sensazione indefinita, l’idea di un tempo indeterminato, dove l’anima si perde e sebbene sa che non ci sono confini, non li distingue e non sa quali sieno”, oppure le immagini “di una campagna ad andamento declive in guisa che la vista in certa lontananza non arrivi alla valle, e quella di un filare di alberi, la cui fine si perde di vista” o, infine “una fabbrica, una torre veduta in modo che paia innalzarsi sola sopra l’orizzonte e questo non si vede, produce un contrasto efficacissimo e sublimissimo tra finito e indefinito”

Ovviamente, a questo proposito, l’immagine che meglio ha esemplificato questa concezione leopardiana dell’indefinito è senz’altro costituita dagli “interminati spazi” della famosa poesia intitolata, appunto, “L’infinito”.

                                   Sempre caro mi fu quest’ermo colle

                                   e questa siepe che da tanta parte

                                   dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

                                   Ma sedendo e mirando, interminati

                                   spazi di là da quella, e sovrumani

                                   silenzi, e profondissima quïete

                                   io nel pensier mi fingo; ove per poco

                                   il cor non si spaura. E come il vento

                                   odo stormir tra queste piante, io quello

                                   infinito silenzio a questa voce

                                   vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

                                   e le morte stagioni e la presente

                                   e viva, e il suon di lei: Così tra questa

                                   immensità s’annega il pensier mio:

                                   e il naufragar m’è dolce in questo mare.

“L’infinito” di Leopardi è forse uno degli idilli più organici per quanto riguarda significato-struttura-significante, la disposizione delle parole, il loro potere semantico, l’uso stesso che ne fa il poeta contribuiscono a rendere questa poesia un “viaggio interiore”, una scoperta dello spirito, una illuminazione.

L’infinito di cui parla è temporale e spaziale e viene evocato tramite il limite fisico(la siepe, il fruscio del vento) che porta il poeta da una dimensione fisica e sensoriale ad una “metafisica”.

I sensi, in questo caso la vista e l’udito, conducono alla intuizione di qualcosa che è al di là.

L’osservazione del paesaggio si svolge in meditazione: il paesaggio, la natura, la fisicità vengono interiorizzati ed entrano a far parte dello “spirito” del poeta, o meglio: il poeta riesce a calarsi nell’infinito.

Parte da una visione familiare, la vista del colle, il Monte Tabor, ermo, ma caro, ovvero solitario ma già appartenente alla esperienza personale del poeta, spettatore ma anche compartecipe della sua vita, così come familiare è la siepe.

Una siepe che diventa un limite, che evoca il desiderio, l’immaginazione di ciò che il guardo esclude, di ciò che non si può raggiungere con il solo ausilio dei sensi Da un connotato fisico di realtà, si risveglia l’immaginazione di uno spazio ben più ultimo.

Ed ecco che sia il colle che la siepe prima indicati con gli aggettivi questo/questa ad indicarne la vicinanza sia fisica che spirituale, diventano la porta per l’infinito. La siepe diventa quella, è già posta in un’altra dimensione, decisamente diversa da quella fisica.

Il poeta siede e guarda, in uno spazio senza tempo, e la sua immaginazione coglie e crea (io nel pensier mi fingo) irterminati spazi, sovrumani silenzi e profondissima quiete.

Leopardi ha colto, ha intuito l’infinito spaziale, che viene visto nella negazione della realtà fisica a cui è sempre abituato. Infatti gli spazi sono interminati, i silenzi sono sovrumani, la quiete è profondissima. Danno l’idea di una dimensione impossibile da paragonare con quella “solita”, “abituale”.

Anche la disposizione nel verso, con l’enjambemant tra interminati e spazi e tra sovrumani e silenzi e la dieresi su quiete danno la sensazione di una vastità infinita; inoltre sono tutte parole polisillabe: tutto acquista una dilatazione inusitata in tutte le direzioni.

Portando all’interno del suo animo questi pensieri, rivelano il confine tra la limitatezza della vita umana e l’immensità della Natura, di cui l’uomo fa parte, ma che non può cogliere appieno .

Questa intuizione gli dà un senso di paura (ove per poco il cor non si spaura), un senso di smarrimento in una dimensione mai conosciuta prima, mai immaginata con tale chiarezza. Il cuore quasi non riesce a sostenere la potenza di questa visione, è uno sgomento dato dalla consapevolezza di aver superato i suoi limiti, di aver trasceso la sua quotidianità e di aver partecipato di un evento ai confini della religiosità.

Ma il vento, espressione della sua limitatezza fisica, lo riporta all’esistenza terrena e non più cosmica; tuttavia gli dà l’impulso per spaziare di nuovo nell’infinito temporale perché la voce della realtà (odo stormir tra queste piante) viene paragonata al silenzio dell’infinito(da notare quello infinito, cioè appartenente all’altra dimensione).

Il senso della vita terrena si rianima nel vento, e con esso il limite temporale dell’uomo, la morte. Ma il pensiero riprende il suo corso e fluisce (l’affollarsi dei pensieri è sottolineato dall’anafora della “e”) nell’eterno, nella distensione temporale della vita dal passato al presente, che è vivo, mentre il passato è morto. Tutto si riduce a un suono, è il respiro della vita universale, il suo battito eterno, smorzato, affievolito e quindi morto nel passato e invece vivo e prepotente nel presente.

Il pensiero e l’uomo vengono sommersi da questa immensità, da questa incommensurabilità e il mare, simbolo della vastità (come riprenderà Montale), fa annegare il suo pensiero, la sua mente, la sua razionalità, lo fa perdere, obliare in una dimensione universale in comunione con l’ infinito , tanto più dolce perché insperata, inaspettata.

È la pace dell’uomo che ha abbandonato l’umanità per il non-limite, anche se è consapevole di aver creato egli stesso questa dimensione: non riesce a darne una consistenza reale, è un infinito del pensiero, ma ugualmente dolce e potente.

Che cosa resta di questo mare nell’animo dell’uomo? La consapevolezza di poter annegare in esso solo per il breve istante di una illuminazione, perché come basta una siepe ad evocarlo, è altresì bastante un soffio di vento per riportarlo alla sua essenza limitata.

Accanto alla concezione illuminista e sensista delle illusioni, come creazione dello spirito umano, alcuni critici leopardiani hanno voluto intravedere “un dubbio gravissimo sull’opera della ragione, e in ultimo di determinare il vero ufficio di questa nell’economia della vita umana”, come afferma Giulio Augusto Levi, uno dei più autorevoli studiosi e conoscitori dell’opera di Leopardi, per il quale “il problema fondamentale della interpretazione del Leopardi consiste nelle relazioni del poeta col cristianesimo”. In particolare Levi ruota il suo giudizio attorno al canto Alla sua donna, soprattutto significativo per l’ultima strofa, che qui riportiamo:

            Se delle eterne idee

            l’una sei tu, cui di sensibil forma

            sdegni l’eterno senno esser vestita,

            e fra caduche spoglie

            provar gli affanni di funerea vita;

            o s’altra terra ne’ superni giri

            fra mondi innumerabili taccoglie,

            e più vaga del Sol prossima stella

            t’irraggia, e più benigno etere spiri;

            di qua dove son gli anni infausti e brevi

            questo d’ignoto amante inno ricevi.

Questo “documento ha del paradisiaco. Egli sente che di tante miserie basterebbe a consolarlo, solo che potesse serbarne l’immagine, il suo fantasma divino; divino non solo per la sua spirituale bellezza, ma perché non è dato d’incontrarlo incarnato quaggiù: non c’è bisogno di rilevare la tendenza manifestamente mistica di quest’ultimo pensiero”.

Un altro poeta che ha sondato l’incommensurabile, sulle orme di Dante, puntando aldilà dei nessi logici (analogia) e delle leggi fisiche meccanicistiche (metafisica) per scoprire il “senso riposto dell’io e del mondo” è Giovanni Pascoli. Si discende al di sotto della linea della realtà scientificamente analizzabile, dell’autocoscienza che, presuntuosamente si crede di possedere per evocare e scoprire la sostanza: ciò che sta sotto, appunto. Questa dinamica è splendidamente cantata nel capolavoro pascoliano de La Vertigine:

                       se mi si svella, se mi si sprofondi

                       l’essere, tutto l’essere in quel mare

                       d’astre, in quel cupo vortice di mondi!

                       Veder d’attimo in attimo più chiare

                       le costellazioni, il firmamento

                       crescere sotto il mio precipitare!

                       Precipitare languido, sgomento,

                       nullo, senza più peso e senza senso:

                       sprofondar d’un millennio ogni momento!

                       di là da ciò che vedo e ciò che penso,

                       non trovar fondo, non trovar mai posa,

                       da spazio immenso ad altro spazio immenso;

                       forse, giù, giù, via, via, sperar…che cosa?

                       La sosta! Il fine! Il termine ultimo! Io,

                       io te, di nebulosa in nebulosa,

                       di cielo in cielo, in vano e sempre, Dio!

Un’altra poesia che apre lo sguardo verso l’infinito è I limoni, tratta dagli “Ossi di Seppia” di Eugenio Montale, nella quale

                       Vedi, in questi silenzi in cui le cose

                       Sabbandonano e sembrano vicine

                       A tradire il loro ultimo segreto,

                       Talora ci si aspetta

                       di scoprire uno sbaglio di Natura,

                       il punto morto del mondo, l’anello che no tiene,

                       il filo da disbrogliare che finalmente ci metta

                        nel mezzo di una verità.

  1. STORIA E FILOSOFIA : L’INFINITO COME META DEI DESIDERI UMANI NELL’EPOCA DEL ROMANTICISMO (FRIEDERICH SCHLEGEL, SCHLEIERMACHER FICHTE, SCHELLING ED HEGEL).

È il romanticismo che rivaluta il concetto di infinito, a discapito del materialismo che , nel secolo precedente aveva limitato il suo interesse a ciò che è immediatamente tangibile e razionalisticamente dimostrabile. “Tale atteggiamento romantico consiste in una condizione di interiore dissidio, in una lacerazione del sentimento che non si sente mai pago, che si trova in contrasto con la realtà e aspira ad un qualcosa di ulteriore, il quale, peraltro gli sfugge di continuo” “L’infinito è il senso e la radice del finito. Sia la filosofia che la poesia, su questo punto, sono assolutamente concordi: la filosofia deve cogliere e mostrare il nesso dell’infinito col finito, l’arte lo deve realizzare: l’opera d’arte è l’infinito che si manifesta nel finito.”

Uno dei pensatori che sposò con maggiore convinzione queste tesi fu Friedrich Schlegel, il quale, in campo filosofico, sviluppò il concetto di “ironia” già concepito da Socrate. Per Schlegel l’ironia è “quell’atteggiamento spirituale che tende a superare e a dissolvere questo <<de-terminato>> e quindi tende a spingere sempre oltre. L’ironia tende quindi a suscitare un sentimento di contraddizione non eliminabile tra condizionato ( finito) e incondizionato (infinito) […] l’ironia ci pone così al di sopra di ogni nostra conoscenza, di ogni nostra azione o opera.”

Per Schleiermacher la religione è “intuizione e sentimento dell’infinito e come tale, ha una sua ben precisa fisionomia che si distingue sia dalla metafisica sia dall’etica”, “essa tende a vedere nell’uomo, non meno che in tutte le altre cose particolari e finite, l’Infinito, l’immagine, l’impronta, l’espressione dell’ Infinito […] Il sentimento religioso è dunque un sentimento di <<totale dipendenza>> dell’ uomo (finito) dalla totalità (infinita).”

Fichte ha due fasi di pensiero. Nella prima egli parla di un limite, che egli chiama “non-io” che poi cerca di superare. Ma in questo processo l’io fichtiano non giunge a compimento, poiché il limite viene rimosso e allontanato all’infinito, ma mai superato. Nella seconda fase, invece, afferma che la ragione, intesa come Assoluto, possiede l’infinito e si avvicina così alla metafisica e alle posizioni romantiche religiose già osservate in Schlegel e Schleiermacher.

Schelling tenterà di superare la scissione fichtiana con la filosofia dell’identità, mentre

Hegel adotterà il concetto di Spirito. Infatti lo Spirito per Hegel è infinito, poiché si attua e si realizza come superamento del finito stesso. Lo Spirito infinito di Hegel è come un circolo in cui il principio e la fine coincidono in maniera dinamica: il punto iniziale è la tesi, il movimento circolare è l’antitesi e i due momenti che sono uguali sono la sintesi. L’inizio coincide con la fine perché riattraversa la tesi che è stata arricchita da una negazione, perciò il particolare è risolto nell’universale, l’essere nel dover-essere e il reale nel razionale. L’infinito di Fichte, che può essere visto come una retta in cui l’ostacolo viene spostato e non superato, è per Hegel un cattivo infinito o falso infinito, poiché resta un processo irrisolto, in quanto non raggiunge un fine, uno scopo e l’essere e il dover-essere rimangono scissi e così Hegel dice che Fichte è arrivato solo a una scissione tra Io e non-Io tra Soggetto e Oggetto, tra finito e infinito; per Hegel invece il vero infinito è un infinito della ragione, non dell’intelletto, il quale non è una retta, ma un circolo, o meglio un processo circolare, e cioè il processo dialettico.

Hegel ritiene riduttiva, in quanto un po’ banale e superficiale, anche la filosofia dell’identità di Schelling, in quanto non tien conto dei fattori contraddittori dei fenomeni . Egli la supera dicendo che lo Spirito si manifesta in figure sempre diverse, e ciò implica che non è qualcosa di identico; perciò lo Spirito è un’uguaglianza che si ricostituisce, e cioè è un’unità che si fa attraverso il molteplice. Così per Hegel tutto vale per l’Assoluto e tutto vale per ogni singolo momento della realtà.- Ogni momento del reale è momento indispensabile dell’Assoluto, perché esso si realizza in tutti questi momenti. Per esempio il bocciolo, nello sviluppo della pianta, è una determinazione, cioè implica una negazione; ma la determinazione è superata dalla fioritura, che, mentre la nega, la invera e cioè la rende vera, poiché il fiore è la positività del bocciolo. A Sua volta il fiore è una determinazione ed implica una negatività che viene a sua volta superata dal frutto.

 

  1. ARTE: ARTE FORMA DELL’INFINITO IN ALCUNI PITTORI CONTEMPORANEI (PAUL CEZANNE, HENRY MATISSE, VINCENT VAN GOGH E WILLIAM CONGDON). Dice Rainer Maria Rilke nelle sue Elegie duinesi “Il nostro compito è quello di trasporre le cose nell’invisibile”. Questo è il compito dell’artista. È il caso, per esempio di William Congdon, esponente dell’arte contemporanea recentemente scomparso, che nell’ambito di una conferenza, ha fatto le seguenti affermazioni: “L’artista è così nomade che cerca, in tutti i luoghi del mondo, il luogo. Il nomade sembra fuggire i luoghi, mentre è sempre il più attaccato al luogo, non al luogo, ma il luogo che comprende tutti i luoghi” E difatti i suoi quadri non descrivono un luogo, ma un non-luogo, egli non usa un colore, ma un non-colore. Congdon disegna la figura umana non come appare, ma la sua vivente dinamica strutturale, a lui interessano non i particolari anatomici, ma la tensione, il movimento, l’azione che l’uomo compie. Le sue prime esperienze di vita sono drammatiche; arruolato come volontario nell’esercito britannico, assiste a spettacoli orrendi, come le teste dei morti nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Nella guerra scopre la sua identità, scopre se stesso nel suo soccorrere i sofferenti, che ha significato per lui dare nuova speranza, nuova vita ai bisognosi. Tornato negli State, stringe amicizia con gli artisti dell’Action Painting (Pollock), è attratto dalla loro estrema libertà. Poi si trasferisce a Venezia, che lo affascina perché rompe lo schema della città mera (New York). Il suo modo di camminare non è quello di qualcuno che sa qualcosa, ma è quello di uno che muove dentro e vive le cose per scoprire se stesso. Nel 1954 ama e conosce la città di Assisi nelle cui vicinanze (Subiaco) si stabilisce per vent’anni, dopo una fuga verso l’est alla ricerca intuitiva di un qualcosa che lo perseguita e che gli pare di afferrare ad Atene, Istanbul, in India, in Africa e nel Guatemala. Nel 1959 l’incontro con Cristo gli fa scoprire che il dramma della croce è anche il suo e lo porta al crocefisso tramite la figura umana, essenzialmente raffigurata in un fascio dinamico, in cui non si distingue neanche più la posizione degli arti. Dal 1979 alla morte risiederà a Gudo Gambaredo. Cade quindi nel silenzio più profondo, quello scoperto nei campi di riso paludosi della bassa milanese, un nulla di natura. La terra passa per e riassume un’infinità di forme e colori, un incessante divenire, che è il suo fine. L’infinito sta nel colore, la nebbia, per esempio, è vibrazione della luce che emana, che avanza dalla nebbia fino ad un’oggettiva terza dimensione: la nebbia è puro oggetto. Congdon, infine, afferma di vedere “l’arte come una finestra sulla vita oltre la morte, sull’immortalità delle cose”.

 

  1. SCIENZA: L’UNIVERSO È FINITO O È INFINITO? SPUNTI E APPUNTI SU UN DIBATTITO TUTTORA IN CORSO.

La volontà di Galileo di separare la fede dalla ragione oggi è una realtà: la problematica dell’infinito è infatti trattata con modalità e finalità ben diverse dall’astronomia-cosmologia dal punto di vista scientifico e dalla teologia dal punto di vista metafisico .

La scienza non sa se l’universo potrebbe arrivare a coincidere con il concetto di infinito: tutto dipende dalla verifica di modelli per ora teorizzati sulla base di dati raccolti in lunghi anni di studi, le radici di questa eventuale verifica stanno nell’istante stesso della nascita dell’universo, e le difficoltà stanno nell’impossibilità di conoscere ciò che è successo, come è successo e, soprattutto, perché è successo.

L’universo è finito o infinito? È chiuso o aperto (che senso ha parlare di universo chiuso o aperto?)? È curvo o piano? È stazionario o in evoluzione?

Le condizioni a cui deve sottostare un modello di universo per essere valido sono molte, perché deve arrivare a spiegare tutti i fenomeni osservati e osservabili, tra cui:

–          l’ universo è la totalità dell’esistente, per cui le sue proprietà non sono fissate esternamente (come avviene per noi quando studiamo un ambiente ,un sistema).E’ lecito chiedersi se le leggi che valgono per noi oggi ,hanno la stessa validità per tempi e condizioni così diversi e lontani.

–          l’ universo è isotropo (avente le stesse caratteristiche in qualunque punto dello spazio e del tempo) o no?

Su questo concetto si basa il Principio cosmologico, secondo il quale la descrizione dell’universo dell’ universo in un dato istante, a parte minime irregolarità locali, deve essere ovunque la stessa.

Infatti bisogna tener presente, nella formulazione di un modello cosmologico, del dato evidente della recessione delle galassie: le galassie si stanno allontanando da noi ,poiché lo studio dello spettro della loro emissione elettromagnetica mostra uno spostamento verso il rosso (red shift) rispetto alla posizione che ci aspetteremmo.

Per prima cosa, quindi, bisogna ipotizzare un’espansione dell’universo: ma ancora non sappiamo se finita o infinita.

A questo punto è necessario introdurre un concetto molto importante: la Quarta dimensione, cioè la dimensione del tempo in aggiunta alle tre dimensioni spaziali: questo significa considerare ogni punto dello spazio come un “evento”

L’osservazione dell’espansione dell’universo avviene come se ci si trovasse in un universo, quindi, a quattro dimensioni(lo spazio-tempo) e se è valido il principio cosmologico un ipotetico osservatore posto in un punto qualsiasi dell’universo, deve “vedere” le stesse situazioni che “vediamo “noi dalla Terra. Quindi lo spazio-tempo deve essere uno spazio curvo, come una immaginaria sfera in espansione in cui l’universo ne è la superficie ed ogni punto subisca gli stessi della dilatazione della superficie, senza che sussista un centro di espansione.

Questo è quello che afferma la teoria della Relatività di Einstein, secondo la quale ogni evento è spiegato nella dimensione spazio-temporale.

Il nostro universo, secondo questa teoria è uno spazio curvo nello spazio-tempo e la curvatura è data dall’azione gravitazionale di masse che ne modificano le proprietà locali.

Inoltre lo spazio-tempo fa sentire la sua curvatura su tutto ciò che l’attraversa, compresa la luce. Infatti essa viene deviata dalla presenza delle masse materiali e se in una regione dello spazio è presente una massa molto grande concentrata in un volume molto piccolo, la luce viene deviata a tal punto da essere letteralmente inghiottita dall’azione gravitazionale esercitata da questa massa in un cosiddetto Buco Nero. Ma la differenza che intercorre tra la teoria di un universo finito o infinito dipende soprattutto dalla quantità di materia che è presente nell’universo, quindi dalla sua densità.

Infatti la possibilità di espansione dell’universo dipende dalla capacità delle galassie più esterne di vincere l’attrazione gravitazionale da parte di quelle più interne; esiste un valore critico per la densità dell’universo per cui questo cesserebbe la sua espansione e si contrarrebbe su se stesso (teoria del Big Crunch),e questa situazione potrebbe addirittura verificarsi con periodicità, ovvero si alternerebbero Big Bang e Big Crunch.

Questa situazione può verificarsi solo in un universo “chiuso”: il valore rapporto tra densità effettiva dell’universo e densità critica è <l; questo significa che non c’è abbastanza materia nell’universo per impedire che questo collassi su se stesso per attrazione gravitazionale; idealmente lo spazio è uno spazio sferico nelle tre dimensioni.

Invece l’universo potrebbe essere “aperto”, sia che il valore di n sia =1 o >l. La differenza è che se W fosse>1 l’universo si starebbe espandendo all’infinito nel tempo e nello spazio, anche la recessione delle galassie starebbe procedendo all’infinito; in un futuro tendente all’infinito l’universo sarebbe sempre più buio e sempre più freddo

Se fosse proprio =1, l’espansione dell’universo sarebbe in infinito rallentamento nel tempo e nello spazio, senza però fermarsi mai. E’ effettivamente un universo infinito ed eterno che non collasserà mai su se stesso perché la densità critica sarà sempre bilanciata dalla densità effettiva; anche in questo caso, però, l’universo tenderà a diventare sempre più freddo e buio.

Il problema e il dubbio rimangono, perché non ci sono i mezzi per verificare nessuna delle ipotesi, non siamo in grado di conoscere l’istante iniziale ,come non siamo in grado di prevederne un ultimo.

Non possiamo quindi escludere che l’universo esisterà in eterno in uno spazio infinito. Possiamo spingerci verso i limiti più esterni dell’universo, ma non abbiamo la certezza che questi siano i reali confini…ma ricevere le emissioni elettromagnetiche di oggetti ‘`vissuti”15 miliardi di anni fa credo basti per farci provare un senso di sgomento, di angoscia e di solitudine in questa immensità, e allo stesso modo la nostra vita paragonata alla vita dell’universo diventa quasi insignificante nella sua brevità.

Quasi sembra di sprecare inutilmente il nostro tempo in banalità, e sembra estremamente presuntuoso credere nella nostra eccezionalità. forse ancora di più, esplorando questo mare, avvertiamo la necessità di credere che tutto questo abbia un senso, abbia un fine ,appartenga al disegno e alla volontà di un Essere sopra di noi; o forse è solo la nostra angoscia di capire con la ragione e, eventualmente ,accettare il nostro far parte di questo infinito organismo.

È veramente difficile considerare l’uomo come un semplice aggregato di atomi, né più né meno di una stella o di un pianeta :la nostra ragione ci impedisce di ridurre tutto ad un semplice materialismo, e forse una rinnovata spiritualità riuscirà a riconciliare la nostra duplice natura, di corpo e di spirito.

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