ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS

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 UGO FOSCOLO

Rovigo, 20 Luglio
Io la mirava e diceva a me stesso: Che sarebbe di me se non potessi vederla più? e correva a piangere meco di consolazione sapendo ch’io le era vicino – e adesso?
Cos’è più l’universo? qual parte mai della terra potrà sostenermi senza Teresa? e mi pare di esserle lontano sognando. Ho avuto io tanta costanza? e m’è bastato il cuore di partire così – senza vederla? né un bacio, né un unico addio! A minuto a minuto credo di trovarmi alla porta della sua casa, e di leggere nella mestizia del suo volto, che m’ama. Fuggo; e con che velocità ogni minuto mi porta ognor più lontano da lei. E intanto? quante care illusioni! ma io l’ho perduta. Non so più obbedire né alla mia volontà, né alla mia ragione, né al mio cuore sbalordito: mi lascierò strascinare dal braccio prepotente del mio destino. Addio.

Ferrara, 20 Luglio, a sera
Io traversava il Po e rimirava le immense sue acque, e più volte fui per precipitarmi, e profondarmi, e perdermi per sempre. Tutto è un punto! – ah s’io non avessi una madre cara e sventurata a cui la mia morte costerebbe amarissime lagrime!
Né finirò così da codardo. Sosterrò tutta la mia sciagura; berrò fino all’ultima lagrima il pianto che mi fu assegnato dal Cielo; e quando le difese saranno vane, disperate tutte le passioni, tutte le forze consunte; quando io avrò coraggio di mirare la Morte in faccia, e ragionare pacatamente con lei, ed assaporare l’amaro suo calice, ed espiate le altrui lagrime, e disperato di rasciugarle – allora.
Ma ora ch’io parlo non è forse tutto perduto? e non mi resta che la sola memoria e la certezza che tutto è perduto: – hai tu provata mai quella piena di dolore quando ci abbandonano tutte le speranze?

Né un bacio? né addio! – bensì le tue lagrime mi seguiranno nella mia sepoltura. La mia salute, la mia sorte, il mio cuore, tu – tu! – insomma tutto congiura, ed io vi obbedirò tutti.

Ore…
E ho avuto cuore di abbandonarla? anzi ti ho abbandonata, o Teresa, in uno stato più deplorabile del mio. Chi sarà tuo consolatore? e tremerai al solo mio nome poiché t’ho fatto vedere io – io primo, io unico sull’aurora della tua vita, le tempeste e le tenebre della sventura; e tu, o giovinetta, non sei ancora sì forte né da tollerare né da fuggire la vita. Tu, per anche non sai che l’alba e la sera sono tutt’uno. Ah né io te lo voglio persuadere! – eppure non abbiamo più ajuto veruno dagli uomini, nessuna consolazione in noi stessi. Ormai non so che supplicare il sommo Iddio, e supplicarlo co’ miei gemiti, e cercare alcuna speranza fuori di questo mondo dove tutti ci perseguitano e ci abbandonano. E se gli spasimi, e le preghiere, e il rimorso ch’è fatto già mio carnefice, fossero offerte accolte dal Cielo, ah! tu non saresti così infelice, ed io benedirei tutti i miei tormenti. Frattanto nella mia disperazione mortale chi sa in che pericoli tu sei! né io posso difenderti, né rasciugare il tuo pianto, né raccogliere nel mio petto i tuoi secreti, né partecipare delle tue afflizioni; non so né dove fuggo, né come ti lascio, né quando potrò più rivederti.
Padre crudele – Teresa è sangue tuo! quell’altare è profanato; la Natura ed il Cielo maledicono quei giuramenti; il ribrezzo, la gelosia, la discordia ed il pentimento gireranno fremendo intorno a quel letto e insanguineranno forse quelle catene. Teresa è figlia tua; placati. Ti pentirai amaramente, ma tardi: fors’ella un giorno nell’orrore del suo stato maledirà i suoi giorni e i suoi genitori, e conturberà con le sue querele le tue ossa nel sepolcro, quando tu non potrai se non intenderla di sotterra. Placati. – Ohimè! tu non mi ascolti – e dove me la trascini? – la vittima è sacrificata! io odo il suo gemito – il mio nome nel suo ultimo gemito! Barbari! tremate – il vostro sangue, il mio sangue – Teresa sarà vendicata. – Ahi delirio! – ma io son pure omicida.

Ma tu, Lorenzo mio, che non mi ajuti? io non ti scriveva perché un’eterna tempesta d’ira, di gelosia, di vendetta, di amore infuriava dentro di me; e tante passioni mi si gonfiavano nel petto, e mi soffocavano, e mi strozzavano quasi; io non poteva mandare parola, e sentiva il dolore impietrito dentro di me – e questo dolore regna ancora e mi chiude la voce e i sospiri, e m’inaridisce le lagrime: – mi sento mancata gran parte della vita, e quel poco che pure mi resta è avvilito dal languore e dalla oscurità della morte.

Or mi adiro sovente di essere partito, e mi accuso di viltà. – Perché mai non hanno ardito d’insultare alla mia passione? Se tal’uno avesse comandato a quella misera di non rivedermi; se me l’avessero a viva forza strappata, pensi tu ch’io l’avrei lasciata mai? Ma doveva io pagare d’ingratitudine un padre che mi chiamava amico, che tante volte commosso mi abbracciava dicendomi: E perché la sorte ti ha pur unito a noi disgraziati? Poteva io precipitare nel disonore e nella persecuzione una famiglia che in altre circostanze avrebbe diviso meco e la prosperità e l’infortunio? E che poteva io rispondergli quand’ei mi diceva sospirando e pregandomi: – Teresa è mia figlia! – Sì! divorerò nel rimorso e nella solitudine tutti i miei giorni: ma ringrazierò quella tremenda mano invisibile che mi rapì da quel precipizio donde io cadendo avrei strascinato meco nella voragine quella giovinetta innocente. E mi seguitava; ed io crudele andava pur soffermandomi, e voltando gli occhi guardando se affrettavasi dietro a’ miei passi precipitosi – e mi seguitava; ma con animo spaventato, e con deboli forze. Che? Or non son io seduttore? – e non dovrò tormele eternamente dagli occhi? Potessi anzi nascondermi a tutto l’universo e piangere le mie sciagure! ma piangerli quando io gli ho esacerbati?

Niuno sa quale segreto sta sepolto qui dentro – e questo sudore freddo improvviso – e questo arretrarmi – e il lamento che tutte le sere vien di sotterra, e mi chiama – e quel cadavere – perché io, Lorenzo, non sono forse omicida; ma pur mi veggo insanguinato d’un omicidio.
Spunta appena il giorno, ed io sto per partire. Da quanto tempo l’aurora mi trova sempre in un sonno da infermo! La notte non trovo mai posa. Poco fa io spalancava gli occhi urlando e guatandomi intorno come se mi vedessi sul capo il manigoldo. Sento nello svegliarmi certi terrori, simile a quegli sciagurati che hanno le mani calde di delitto. – Addio addio. Parto, e ognor più lontano. Ti scriverò da Bologna dentr’oggi. Ringrazia mia madre. Pregala perché benedica il suo povero figliuolo. S’ella sapesse tutto il mio stato! ma taci: su le sue piaghe non aprire un’altra piaga.

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