Un giudice

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Homo Faber – Omaggio a Fabrizio De André

Recital didattico di Luigi Gaudio

 

“Un giudice”

Un’ ennesima ribellione al perbenismo, di chi preferisce evitare certi argomenti, ai modelli borghesi, che vedono con sospetto chi è diverso, per un motivo o per l’altro, chi è troppo alto o troppo basso, troppo grasso o troppo magro. Scrive Fabrizio: «Qualcuno (mi pare Majakovskij) ha detto “Dio ci salvi dal maledetto buon senso”: se tutti fossero normali e se fossero dotati esclusivamente di buon senso non esisterebbero gli artisti e probabilmente neppure i bambini.”» “Un giudice”

 Un giudice (Non al denaro, non all’amore né al cielo – 1971)

Questa canzone è tratta dall’album Non al denaro, non all’amore né al cielo del 1971, che è una versione in musica dell’Antologia di Spoon River, una serie di epitaffi pubblicati dal poeta americano Edgar Lee Masters tra  il 1914 e il 1915, che raccontano la vita delle persone sepolte nel cimitero di un immaginario paesino statunitense. Il protagonista di questa poesia-canzone, quindi, così’ come in tutte le poesie di Spoon River, è un defunto di questo piccolo paese di provincia, che racconta la sua vita, e in particolare il godimento con cui, una volta diventato giudice, si vendica condannando a morte chi prima lo aveva schernito e preso in giro per la sua ridicola statura. Morale: non conviene deridere chi si ritiene inferiore, perché poi un giorno la situazione potrebbe drammaticamente ribaltarsi.

Un giudice

Cosa vuol dire avere
un metro e mezzo di statura,
ve lo rivelan gli occhi
e le battute della gente,
o la curiosità
di una ragazza irriverente
che si avvicina solo
per un suo dubbio impertinente:

vuole scoprir se è vero
quanto si dice intorno ai nani,
che siano i più forniti
della virtù meno apparente,
fra tutte le virtù
la più indecente.

Passano gli anni, i mesi,
e se li conti anche i minuti,
è triste trovarsi adulti
senza essere cresciuti;
la maldicenza insiste,
batte la lingua sul tamburo
fino a dire che un nano
è una carogna di sicuro
perché ha il cuore toppo,
troppo vicino al buco del culo.

Fu nelle notti insonni
vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami.
diventai procuratore
per imboccar la strada
che dalle panche d’una cattedrale
porta alla sacrestia
quindi alla cattedra d’un tribunale,
giudice finalmente,
arbitro in terra del bene e del male.

E allora la mia statura
non dispensò più buonumore
a chi alla sbarra in piedi
mi diceva Vostro Onore,
e di affidarli al boia
fu un piacere del tutto mio,
prima di genuflettermi
nell’ora dell’addio
non conoscendo affatto
la statura di Dio.

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