Un ospite pittoresco

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Piccola antologia di commenti

di A. Lalomia

La visita ufficiale di Gheddafi nel nostro Paese si è conclusa con uno strascico di polemiche che non giova certo a migliorare i rapporti diplomatici e di altro tipo tra i due stati.

Riservandomi di approfondire l’argomento con un altro testo, vorrei proporre ai lettori di questo portale una piccola antologia di commenti proprio su questa visita, unitamente ad osservazioni più generali sulla Libia e ad alcune foto, tutto materiale che ritengo di qualche utilità per inquadrare meglio l’intera questione.

Vorrei inoltre consigliare il sito dell’ Associazione Italiani Rifugiati dalla Libia (1), per capire che cosa ha significato – e significa tuttora per migliaia e migliaia di connazionali- la decisione di espellerli da quel paese.

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“Da Dio siamo venuti e a Dio dobbiamo tornare.”

(Omar al Mukhtar, dopo aver appreso la sentenza emessa dal Tribunale di Bengasi che lo aveva giudicato.)

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“Chi sono i rifugiati politici di cui state parlando? Bisogna mettersi d’accordo sul significato dei diritti umani.”

(Risposta di Gheddafi, durante la sua visita alla Sapienza di Roma, ad uno studente che gli chiedeva notizie circa il trattamento riservato ai migranti rinchiusi nei campi profughi libici. Cfr. : Roberto Santoro, “Fini cancella l’incontro con Gheddafi e mostra da che parte sta l’Italia”, www.loccidentale.it , 13-06-09.).

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“Era proprio necessario accettare la comparsata del tendone verde eretto a villa Pamphili? Era proprio necessario, lui che non ha mai conosciuto la democrazia, tentare di farlo parlare addirittura nell’aula del Senato, l’assemblea più prestigiosa della libera Repubblica? Era proprio necessario dargli tanto spago da consentire che paragonasse con iattanza gli Stati Uniti al terrorismo di Osama bin Laden? Gli interrogativi potrebbero continuare ma, per carità di patria – è proprio il caso di dirlo -, non cito neppure la scempiaggine della laurea honoris causa in Diritto (!) dell’università di Sassari. [……] Ma se le nostre autorità ritengono di ammansire l’uomo della tenda con accoglienze da operetta, si sbagliano di grosso. Sappiamo tutti di cosa sia capace il colonnello megalomane e quale sia l’abilità nel rilanciare la posta in gioco che già costa all’Italia [……] miliardi di dollari. [……] Ma, nel tributare a Gheddafi onori che non sono stati mai rivolti ad alcun capo di Stato e di governo d’Europa e d’America, si è dimenticato di ricordare che gli italiani hanno lasciato in Libia splendide terre agricole, belle cittadine mediterranee, e opere pubbliche mai più imitate. La contropartita di tutto il ben d’Iddio che abbiamo lasciato al popolo libico è stata l’espulsione di migliaia di italiani integrati nelle regioni di cui erano divenuti a tutti gli effetti cittadini grazie a un lavoro non indifferente. Le ragioni politiche ed economiche dei rapporti tra Stati devono essere tenute in conto. C’è tuttavia modo e modo per considerarle. L’Italia che oggi si inchina al colonnello libico non onora certo i valori dell’occidente.”

(Massimo Teodori, “Il Tempo”, 12-06-09)

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«Come leghista e come patriota chiedo scusa a Roma e all’Italia per aver dovuto accettare anch’io, sia pure obtorto collo, l’accoglienza trionfale al presidente della Repubblica libica. Ne risultano infatti offese sia la memoria storica della nostra epopea coloniale, sia, ancor di più, i sentimenti dei nostri connazionali espulsi dalla Libia, depredati dei loro averi e mai risarciti. [……] Solo un immenso amore per il nostro popolo poteva indurci a tanto, posto che il presidente dell’unione africana può fermare l’invasione dei clandestini provenienti da quel continente. Ma ciò con tutta la mortificazione e la vergogna per tale situazione, non con gli smaglianti sorrisi delle nostre autorità.”

(Mario Borghezio, Capodelegazione della Lega Nord al Parlamento europeo, “Libero”, 12-06-09).

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“D’accordo: ha la pompa di benzina dalla parte del manico ed è un amico caro del Cavaliere, al quale in certe cose assomiglia [……] . Inoltre il vestito di Michael Jackson con cui è sceso dall’aereo l’altra mattina era semplicemente spettacolare. Però un po’ se ne approfitta, il sor Gheddafi. Non che pensassimo che la recente svolta buonista lo avesse trasformato in un epigono di Gandhi. Né che il suo amore per il palcoscenico potesse esimerlo dal cambiarsi d’abito cinque volte al giorno, accumulando ritardi sul programma come un accelerato Bolzano-Reggio Calabria. Ma insomma, un briciolo di riconoscenza in più ce la saremmo aspettata. Se non per il nostro pentimento, per l’assoluta mancanza di colonna vertebrale con cui abbiamo accolto le sue comparsate. E’ arrivato con la foto di un martire incollata sulla giacca come un rimorso e nessuno ha fiatato. Al Senato ha inneggiato a piazzale Loreto e paragonato gli Usa di Reagan a Bin Laden, e lì almeno Frattini si è dissociato. Poi è andato alla Sapienza, dove non lasciarono parlare il Papa, e invece a lui hanno permesso di dire, senza contraddittorio, che i libri di storia sono pieni di falsità e che un giorno anche noi, forse, conosceremo la democrazia. Ce ne ha fornito un assaggio affacciandosi dal balcone del Campidoglio, non troppo distante da quello di Mussolini, per proporre l’abolizione dei partiti e la loro sostituzione con il Popolo, un simpatico signore che di nome fa Muhammar.

(Massimo Gramellini, “Libertà (di far quel che gli pare)”, “La Stampa”, 12-06-09)

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“Ma quelli dell’Onda non sono i soli che lo hanno duramente attaccato per i 40 anni della sua dittatura. Anche al Senato, in mattinata, la sala Zuccari contava le assenze dei senatori dell’Idv e dell’Udc. In una sala attigua, i senatori del partito di Di Pietro hanno tenuto un contro-discorso, facendo il verso a Gheddafi e indossando sulle giacche al posto della foto di Omar-al Mukhtar (l’eroe libico della resistenza anti-italiana), la foto dei rottami del volo Pan Am, che a dicembre del 1988 fu distrutto in volo da un’esplosione sui cieli di Lockerbie. Le vittime furono 270. Per l’Udc di Casini, invece, l’accoglienza cosi amichevole riservata al colonnello indica «problemi di decoro delle istituzioni e di dignità». Sulla stessa linea i radicali. Il senatore Marco Perduca ha assistito al discorso di Gheddafi, per poi bollarlo come «interminabile» e sottolineare che «non ha detto una parola a nome e per conto dell’Unione africana o sui problemi continentali, ma ha inflitto all’uditorio un concentrato di terzomondismo, anti-capitalismo, anti-americanismo e anti-fascismo»”.

(Anna Mazzone, “Il colonnello alla Sapienza: un discorso fuori Onda”, “Il Riformista”, 12-06-09)

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“Quasi mezza giornata di ritardo. La visita del leader libico Muammar Gheddafi in Italia si è contraddistinta dal ‘farsi attendere’ da parte del colonnello che non ha mancato di arrivare con netto ritardo ad ognuno degli appuntamenti – istituzionali e non – cui era atteso. Mettendo a segno uno ‘score’ complessivo di 12 ore di ‘delete’.
Su un totale, al momento, di poco più di 55 ore trascorse nella Capitale. Il farsi attendere – caratteristica del Colonnello che è culminata oggi con la reazione del presidente della Camera, Gianfranco Fini che ha cancellato l’appuntamento – è scattato già dal suo arrivo a Ciampino, dove l’aereo che lo portava in Italia ha toccato il suolo un’ora dopo l’orario previsto. Un ritardo che Gheddafi ha ‘traslato’ in tutta la sua prima giornata romana, facendo attendere prima il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al Quirinale, poi il Premier a Palazzo Chigi. E che si è ampliato mercoledì sera quando si è presentato a Villa Madama, per la conferenza stampa in programma alle 19.00, un’ora e mezza più tardi. Fuso orario indietro per il Leader della Rivoluzione anche ieri: la giornata è iniziata con un’ora di ritardo all’arrivo nella sala Zuccari del Senato. Ritardo che è diventato di 2 ore alla Sapienza dove lo attendevano gli studenti. Gheddafi prima di recarsi all’ateneo ha preferito ‘ripassare’ nella sua tenda a Villa Pamphili e cambiarsi d’abito. Un’ora più tardi – sempre ieri – è arrivato anche dal sindaco di Roma, Giovanni Alemanno, in Campidoglio.
E, ancora, stamattina in Confindustria e poi all’Auditorium del Parco della Musica. Fino all’eclatante ritardo messo a segno stasera alla Camera, dove – dopo oltre un’ora e mezza – Fini ha annunciato la cancellazione del previsto incontro. Per Gheddafi quello dei ritardi è un vero e proprio vizio. Una ‘brutta’ abitudine che si ripete da anni nella sua vita e nei suoi incontri. Con episodi eclatanti come quello del 2005 quando fece attendere 10 ore Miguel Angel Moratinos, ministro esteri spagnolo del governo Zapatero, per poi dare forfait.

Ecco alcuni dei precedenti ‘storici’:

– 26 marzo 2001: il leader libico, sbarcando ad Amman, in Giordania, fece aspettare per più di dieci minuti re Abdallah
ai piedi della scaletta dell’aereo. Il sovrano, con gli alti dignitari giordani, attese tra l’imbarazzo generale, media compresi. Alla fine il colonnello apparve, in sahariana e mantello beige, e, come se l’intoppo non fosse accaduto, salutò il re, che ricambiò con un accenno di sorriso.
– 28 luglio 2005: il ministro degli Esteri spagnolo Angel Moratinos, in visita a Sirte per incontrare il leader della rivoluzione verde, attese per ben 10 ore il colonnello, che alla fine saltò l’incontro. Lo sgarbo diplomatico non piacque agli ambienti governativi iberici: Moratinos, invitato a tornare il giorno seguente, rifiutò cordialmente e tornò a Madrid.
– 2002: Josep Piquè, ministro degli Esteri del governo Aznar, giunto in Libia per incontrare il colonnello, lo aspettò per sei ore.
– 2003: il premier Josè Maria Aznar – memore dell’episodio accaduto al suo ministro l’anno prima – fece sapere che avrebbe interrotto la sua visita in Libia al minimo ritardo dell’ interlocutore di turno. Gheddafi quella volta arrivò puntuale all’appuntamento diplomatico, regalò a Aznar un purosangue arabo e gli fece molte promesse d’affari.”

(“Gheddafi e il record dei ritardi”, in www.unita.it, 12-06-09)

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“In definitiva se in Libia le procedure democratiche non esistono e i mezzi d’informazione inneggiano compatti al Presidente dei Presidenti africani, a noi poco ci cale. Insomma, saremmo pronti con molta buona volontà ad associarci al tripudio delle Alte Autorità per questo evento storico, se alcuni aspetti del soggiorno gheddafiano non ci sembrassero inopportuni, troppo compiacenti, troppo zelanti nell’ossequio. Vizi di forma che, se il rapporto tra i due Paesi è così delicato e il personaggio così controverso, finiscono per diventare vizi di sostanza. È difficile chiedere discrezione a Gheddafi. Possiamo capire che il suo petto sia carico, più dei petti della Nomenklatura sovietica, di decorazioni conferitegli in memoria di sfolgoranti vittorie. Ma la foto di Omar Al Mukhtar, capo della rivolta anticoloniale, in catene e circondato da soldati italiani, se la poteva risparmiare. Saremmo stati i primi nel criticare Silvio Berlusconi se avesse rivolto al colonnello un predicozzo – peraltro meritatissimo – sui diritti umani.
Anche sugli aspetti cerimoniali riteniamo che ci sia molto da ridire, e infatti hanno avuto da ridire esponenti di ogni settore dell’arco partitico, con una concordanza d’espressioni e di argomenti che è molto significativa. Tribune che hanno un prestigio politico notevole e un prestigio storico straordinario, come il Campidoglio e l’aula del Senato (poi si è optato per un’altra sala), sono state offerte al colonnello perché vi disserti, da par suo, sui maggiori temi del momento: preceduto al Senato, in questo onore, solo da re Juan Carlos e dal segretario dell’Onu Kofi Annan. Il parco pubblico di Villa Pamphili è stato chiuso ai cittadini perché potesse trovarvi posto la tenda che Gheddafi considera l’unica degna sede per ricevere i suoi ospiti. Pretesa tipica di un potente che trasforma i suoi capricci in affari di Stato, e che era pronto a rompere le relazioni con la Svizzera per un intervento della polizia contro le intemperanze d’un dei suoi figli in quel Paese. Non vogliamo rotture, l’amicizia del colonnello è preziosa. Ma quanto ci costa.

(Mario Cervi, “Ma quella foto la poteva evitare”, “Il Giornale”, 11-06-09)

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“Prima della visita di Gheddafi a Roma, Napolitano e Berlusconi ricevano anche noi”. Così i Rimpatriati dalla Libia, in risposta alla notizia sul possibile arrivo del leader libico nella Capitale, previsto nel giugno prossimo. “Siamo stati tra i primi ad aver accolto favorevolmente il ritrovato clima di concordia tra Italia e Libia seguito all’accordo del 30 agosto”, dichiara Giovanna Ortu, Presidente dell’Associazione Rimpatriati dalla Libia; “la rinnovata amicizia tra i due Paesi ci ha permesso di tornare a Tripoli, dove abbiamo partecipato all’inaugurazione del restaurato cimitero cattolico, dopo molti anni di ingiustificata discriminazione; lì abbiamo potuto avvertire nuovamente l’affetto e l’amicizia che la popolazione libica nutre nei nostri confronti, ma anche la solidarietà del Governo italiano, così ben evidenziata dalle parole del Sottosegretario Mantica”. “Una vera pacificazione non può però, a nostro avviso” continua la Ortu “prescindere dal superamento della dolorosa pagina che ci ha visto vittime della confisca e della cacciata subìte nel 1970. Vogliamo e dobbiamo far parte di questo processo, a maggior ragione ora che il Colonnello Gheddafi si appresta a venire in Italia, per la prima volta dalla sua ascesa al potere.” “I nostri governanti lo accolgano pure a braccia aperte ma riservino lo stesso trattamento a noi Rimpatriati, diversamente da quanto accaduto finora, nonostante i nostri ripetuti appelli. Al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio” conclude la Ortu “chiediamo perciò di mettere in agenda un incontro con una nostra delegazione ma che ciò avvenga necessariamente prima dell’arrivo di Gheddafi in Italia”.

(AIRL, Comunicato stampa del 13 maggio 2009)

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“ La situazione dei diritti umani con il persistere di violazioni ha gettato ombre sulle migliorate relazioni diplomatiche intrattenute dalla Libia sul piano internazionale. Le libertà di espressione, associazione e riunione sono rimaste soggette a stringenti limitazioni, in un clima caratterizzato dalla repressione del dissenso e dall’essenza di ONG indipendenti a difesa dei diritti umani. Rifugiati, richiedenti asilo e migranti hanno continuato a essere detenuti a tempo indefinito e maltrattati. Almeno otto cittadini stranieri sono stati messi a morte. L’eredità delle passate violazioni dei diritti umani è rimasta inaffrontata. [……] Il governo non ha tollerato critiche o dissenso e ha mantenuto leggi draconiane volte a dissuadere ogni tentativo in tal senso. Ai sensi del codice penale e della legge 71 del 1972 sulla criminalizzazione dei partiti, l’espressione politica indipendente e l’associazionismo sono vietati e coloro che esercitano pacificamente i loro diritti alle libertà di espressione e di associazione possono incorrere nella pena di morte. Le autorità hanno continuato a intervenire contro chiunque affrontasse apertamente questioni tabù come la pessima situazione dei diritti umani in Libia o la leadership di Mu’ammar al-Gheddafi. [……] Il diritto alla libertà di associazione è stato gravemente limitato e il governo non ha autorizzato ONG indipendenti a favore dei diritti umani. L’unica organizzazione autorizzata a operare in materia di diritti umani è stata la Società dei diritti umani della Fondazione internazionale Gheddafi per la beneficenza e lo sviluppo (GDF), presieduta da Saif al-Islam al-Gheddafi, figlio di Mu’ammar al-Gheddafi. [……] Le autorità non hanno provveduto ad affrontare il persistente modello di impunità per i responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Non sono state rese disponibili informazioni riguardanti le indagini sugli eventi occorsi nel 1996 nella prigione di Abu Salim a Tripoli, in cui, stando alle accuse, furono uccisi centinaia di prigionieri. [……] Le autorità non hanno intrapreso iniziative per affrontare l’eredità delle gravi violazioni dei diritti umani commesse in anni precedenti, ovvero negli anni Settanta, Ottanta e Novanta, compresa la sparizione forzata di centinaia di critici e oppositori del governo. Si teme che molti di loro siano deceduti o siano stati uccisi in custodia. [……] Le autorità non hanno permesso ad Amnesty International di visitare il Paese.”

(Amnesty International, “Rapporto annuale 2009”, www.amnesty.it )

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“[……] Nel 2007 il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti umani ha espresso preoccupazione per le denunce secondo le quali le autorità libiche avevano sistematicamente rinviato rifugiati e richiedenti asilo verso paesi dove gli stessi erano a rischio di tortura e altri maltrattamenti e per le persistenti denunce secondo cui migranti, richiedenti asilo e rifugiati arrestati e detenuti in Libia sono soggetti a torture e trattamenti crudeli, inumani e degradanti. [……]”

(Amnesty International, “Visita del capo di stato libico Muhammar Gheddafi: la Sezione Italiana di Amnesty International chiede all’Italia di porre fine a una cooperazione priva di garanzie in materia di diritti umani”, www.amnesty.it .)

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Immagini

N. 1

La foto che ha innescato le polemiche: Omar al Mukhtar in catene,
dopo la sua cattura da parte dei nostri militari. (1931) 2 .
Sullo sfondo, tra il premier italiano e Gheddafi, il figlio di Omar.
( Da: www.lastampa.it )
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N. 2

Un primo piano della foto. ( Da: www.lastampa.it )

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N. 3

Una versione più nitida della stessa foto. (3)

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N. 4

Un tratto del reticolato confinario con l’Egitto, voluto da Graziani per sconfiggere il suo avversario (1931). (4)

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N. 5

Gheddafi e Omar al-Bashir, Presidente del Sudan, contro il quale la Corte Penale Internazionale dell’Aja ha spiccato mandato di arresto, a causa dei crimini orrendi commessi in Darfur. 5 (Da: http://voiceofthecopts.org ).

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N. 6

La tenda di Gheddafi a Villa Pamphili. 6
( Da: www.lastampa.it )

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Note

(1) www.airl.it .
Alcuni dei brani proposti in questa ‘raccolta’ provengono proprio da questo sito, che riporta numerosi articoli sulla visita del leader libico.

(2) Questa foto non rappresenta certo un motivo di vanto per l’Italia. Essa va tuttavia storicizzata, inserita cioè in un contesto di lotta senza quartiere ad un guerrigliero (nonché capo religioso) che peraltro, oltre a praticare
la guerra asimmetrica, aveva inflitto pesanti perdite alle nostre truppe (ma furono uccisi anche civili italiani) e che durante il processo svoltosi a Bengasi poco dopo la sua cattura, quando gli venivano contestati capi d’imputazione molto gravi (tra cui il trattamento crudele riservato ai prigionieri, anche italiani), rispondeva spesso con la frase “È la guerra”.
Ciò comunque non giustifica la scelta di impiccarlo (un tipo di esecuzione riservato in genere a chi aveva commesso delitti comuni; i combattenti venivano fucilati) e soprattutto la macabra spettacolarità dell’esecuzione, avvenuta in una piazza gremita da circa 20.000 libici. Una decisione squallida.
D’altra parte, Gheddafi avrebbe fatto molto meglio a non ostentare, in una visita ufficiale che avrebbe dovuto segnare una nuova fase delle relazioni tra i due paesi, questa foto, in modo così provocatorio. Sarebbe bastata la presenza
dell’anziano figlio di Omar, che ha accompagnato Gheddafi nella sua visita e che compare in alcune foto, ma al quale non è stata riservata l’importanza che meritava.

(3) L’immagine mostra chiaramente lo sguardo fiero, orgoglioso e altero, ancora combattivo, quasi di sfida, di Omar, malgrado lo stato di prigionia e la ferita al braccio.
E forse, anche questo sguardo può aver influenzato la sentenza del Tribunale di Bengasi.

(4) Omar al Mukhtar non sarebbe mai riuscito a resistere per tanti anni alle preponderanti forze fasciste senza i rifornimenti, organizzati dalla Senussia (a cui appartenevano Omar stesso e il re Idris I, il monarca che Gheddafi spodesterà con il colpo di Stato del 1969), rifornimenti che gli arrivavano regolarmente attraverso il confine con l’Egitto. Tali aiuti erano possibili grazie anche al tacito consenso degli Inglesi, ben contenti di mettere in difficoltà l’Italia, in quello scacchiere. Chiudere questa fonte di approvvigionamenti con il muro di filo spinato lungo quasi 300 km, da un punto di vista militare, non può certo considerarsi un errore. Del resto una barriera ancora più maestosa era stata costruita dai Cinesi per proteggersi dalle invasioni dei Mongoli. Per non parlare del Vallo deciso
dall’imperatore Adriano in Britannia. Per inciso, questa imponente catena di reticolati venne costruita in meno di sei mesi, in condizioni di pesantissime difficoltà, vista la natura inospitale del territorio, completamente privo tra l’altro di risorse idriche. A conferma della validità ‘militare’ dell’opera, va aggiunto che Omar al Mukhtar venne catturato una decina di giorni dopo il termine dei lavori.

(5) Per questa sua decisione, la CPI è stata definita dal leader libico una nuova forma di “terrorismo mondiale”.

(6) Villa Doria-Pamphili è il più grande dei parchi romani e senz’altro uno dei più suggestivi, carico di memorie storiche legate anche al nostro Risorgimento.
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