“Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello – di Roberta Cappiello

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“Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme a tutte le altre parti della mia persona.”

Inizia così l’odissea di Vitangelo Moscarda, quando un commento distratto della moglie nei riguardi del suo naso come anche di altre parti del suo corpo fino ad allora  apprezzato senza remore, lo inchioda ad una tremenda verità: gli altri ci vedono in maniera diversa rispetto a come ci vediamo noi. Ciò lo induce a soffermarsi non tanto sul suo aspetto fisico quanto più sulla percezione che gli uomini hanno della realtà. Passa così da uno stato di meraviglia iniziale dove ogni cosa comincia ad assumere un nuovo, potente e cosciente significato, ad un periodo di profonda riflessione interiore riguardo la scoperta appena fatta, sempre in cerca di nuove considerazioni che man mano scavano dentro di lui un turbamento dalle radici profonde.

Tra le opere del Novecento questo romanzo di Pirandello narra la storia di un “naufragio dell’esistenza” dove il protagonista dopo lo shock iniziale arriva ad accettare l’incompletezza di sè attraverso la via della rinuncia e della solitudine, fino ad arrivare all’abbandono definitivo di ogni legame che lo porterà persino alla follia.
Comprende che l’unica soluzione per continuare a vivere ormai è rinascere attimo dopo attimo, cosi da impedire al pensiero di soffermarsi e morire istante dopo istante, per ritornare poi non più in sè stesso ma in ogni cosa al di fuori.
È definito dallo stesso autore come il romanzo più amaro tra tutti, tanto umoristico quanto tragico e sconvolgente.
Assolutamente intrigante e coinvolgente la scaturigine del dramma interiore vissuto dal protagonista nei confronti di una vita vissuta nella completa ignoranza di ciò che realmente ci circonda.

ROBERTA CAPPIELLO 5^C
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