Vincenzo Monti (1754-1828)

Fu il letterato che rappresentò in maniera più compiuta il Neoclassicismo italiano e, nello stesso tempo, il disorientamento ideale e culturale di un’età di transizione e di crisi. In lui l’attrazione del mondo classico costituì una questione di forma, di armonia, di musica, e, in polemica con i tentativi rivoluzionari del romanticismo, difese le tradizioni classiche. E lo scrittore che rappresenta in modo esemplare la crisi d’identità dell’intellettuale italiano di fronte al tumultuoso incalzare di gravi trasformazioni politiche e sociali, dalla rivoluzione all’egemonia napoleonica, alla restaurazione. Le equivoche espressioni della poesia montiana non sono, quindi, tanto il frutto di una debole e conciliante coscienza, quanto l’incolpevole adesione alla critica realtà del momento. Anche la sua vita è specchio di questo disorientamento: passò dal conservatorismo, accompagnato dalla condanna della rivoluzione francese, al giacobinismo e poi al moderatismo, alla professione monarchica in funzione dell’egemonia napoleonica, al disimpegno e al ripiegamento su posizioni moderate e conservatrici dopo la Restaurazione.

Nato nel 1754 ad Alfonsine in Romagna, studiò nel seminario di Faenza e poi seguì i corsi di legge e di medicina all’Università di Ferrara. Ma i suoi interessi erano rivolti alla letteratura e nel 75 entrò in Arcadia. Nel 1778 si stabilì a Roma e, protetto dal cardinale Scipione Borghese, ebbe l’ufficio di segretario di un nipote del Papa Pio VI, dove rimase fino al 97. In quell’ambiente cosmopolita e classicheggiante, illustrato dallo splendido mecenatismo del Papa e da interessanti rinvenimenti archeologici, trovò un fascinoso e potente incentivo alla versatilità del proprio estro. Questo periodo fu fecondo di opere di intonazione fondamentalmente classicheggiante, ma che rivelano in genere la comune matrice occasionale offerta dagli avvenimenti contemporanei.

Scrive la Prosopopea di Pericle, ode composta in due giorni in occasione del rinvenimento a Tivoli di un busto greco in cui si vide raffigurato lo statista ateniese; seguono poi La bellezza dell’universo, Sciolti al Principe Sigismondo Chigi, Ode al signor di Montgolfier -ode scritta in occasione del primo volo in aerostato- Sulla morte di Giuda, L’Aristodemo (tragedia in cui sono evidenti i temi dell’angoscia e della profonda solitudine del tiranno), Galeotto Manfredi (altra tragedia scritta con l’intento di offrire un saggio di poesia intima e sentimentale, secondo il desiderio della moglie del Braschi nipote del Papa).

Sentì poi il bisogno di volgere la propria attività letteraria verso una nuova direzione: si concentrò sugli studi dell’antichità classica e della mitologia, in particolare di prodotti letterari dell’età alessandrina, nei quali era facile acquisire una più completa visione dei miti antichi e un più consistente apprendimento delle fonti classiche. Nacque così il proposito di comporre la Musogonia, poemetto mitologico in cui confluirono, variamente intrecciati, tutti i risultati degli studi montiani sul mondo classico.

Nel 1799 uscì la Bassvilliana opera incompiuta ispirata all’assassinio consumato a Roma di Ugo di Bassville, segretario della legione francese a Napoli. Il Monti fu salutato come dante redivivo” e l’opera riscosse un notevole successo. Dagli eventi francesi il Monti cominciava a manifestare segni di mutamento e simpatia per il messaggio rivoluzionario francese.

Le vittorie napoleoniche, inoltre, lo entusiasmavano a tal punto da fargli abbandonare Roma e trasferirsi a Milano, sede della nuova Repubblica Cisalpina. Il cambiamento dell’indirizzo dell’opinione pubblica trasformarono il Monti in poeta celebratore degli ideali democratici e giacobini. Nacquero così il Prometeo, le tre cantiche in terzine, Il fanatismo , La superstizione, Il pericolo.

La fuga da Milano nel maggio 1799, in seguito alla vittoria degli austro-russi, e la dimora parigina, trovarono il Monti pronto ad accogliere il nuovo spirito dell’opinione pubblica francese rivolto ad un ordine costituito forte. Specchio di tale evoluzione furono la tragedia Caio Gracco e la Mascheroniana. Dopo la battaglia di Marengo ritornò in Italia e rivolse ancor più attenzione verso l’astro napoleonico, che dall’opinione comune era designato come depositario e diffusore in Europa delle conquiste rivoluzionarie.
Dopo una iniziale attività culturale con lezioni tenute all’Università di Pavia, in polemica contro le limitazioni linguistiche della Crusca e in tentativi di mediazione tra la cultura classica e la cultura moderna, l’animo montiano fu travolto dagli esaltanti successi dell’armata napoleonica sugli eserciti europei colonizzati.

Delle numerose opere dedicate al Bonaparte sono da ricordare: Il beneficio, Il bardo della Selva Nera, La sfida di Federico II, La Palingenesi Politica. Nella qualità di poeta ufficiale del nuovo regime napoleonico il Monti si dedicò anche alla composizione di liriche, in cui riprese alcuni temi pariniani e foscoliani. Dopo la caduta di Napoleone mantenne gran parte dei suoi uffici anche presso il nuovo governo austriaco e celebrò, ma in modi sempre più stanchi, i fasti del nuovo regime. Il capolavoro del Monti è senza dubbio la sua traduzione dell’Iliade. In quest’opera egli riesce a contenere nei limiti di un decoroso e sapiente lavoro stilistico le intemperanze scenografiche e dispersive, proprie della sua poesia, realizzando un tono poetico nuovo , che si concretizza in una perfetta conciliazione tra il neoclassicismo winckelmaniano e il sentimentalismo patetico del gusto corrente, servito a meraviglia da appropriati strumenti espressivi.

L’ultimo periodo di vita del Monti fu caratterizzato da una attività letteraria stanca e occasionale, non condizionata, comunque, da un proposito civile. Dopo la caduta del Regno Italico, in seguito all’oscuramento di Napoleone, la sua poesia si sforzò naturalmente di ossequiare i nuovi dominatori austriaci. Bisogna tuttavia guardarsi dal giudicare tale aspetto dell’indirizzo culturale del Monti come un segno illuminante di una conversione politica: basterebbero a metterci in sospetto il rifiuto del poeta all’invito di dirigere il periodico filoaustriaco la Biblioteca Italiana, la solidarietà con il Giordani e la simpatia per gli uomini del Conciliatore. I suoi interessi sono ora soprattutto filologici e linguistici e i suoi meriti sono ampiamente dimostrati, in questo campo, dalla polemica anticruscante e antimunicipalistica a favore della creazione di un linguaggio nazionale.

Costretto alla quasi immobilità da una forma di emiplegia, nella villa dell’amico Luigi Aureggi, in Brianza, e amareggiato da ristrettezze economiche, da lutti familiari e da calunnie di malevoli, il poeta sentiva il costante affievolirsi dell’entusiasmo intorno al suo nome. Presagendo la prossima fine, volle lasciare alla sua donna e ai posteri un messaggio poetico ed umano, che alle ragioni della galanteria associasse la coscienza di una vita onesta e di un sincero sentire con la sua celebre canzone Pel giorno onomastico della mia donna. In questo clima sentimentale e meditativo sono da collocare le liriche composte nel 1822.

Nella polemica classico–romantica rimase fedele al classicismo e, quando sembrò che la mitologia dovesse essere bandita definitivamente dalla letteratura scrisse il Sermone sulla mitologia, che si può considerare il suo testamento letterario, nel quale difendeva la mitologia contro la condanna decretata dal Romanticismo e rifiutava l’arido vero proposto dai romantici.

Morì stanco e malato a Milano il 13 ottobre 1828.

ricerca della classe 4c 2005  Sezione serale
Istituto di Istruzione Superiore
“L. Scarambone”  Lecce

Audio Lezioni sulla Letteratura italiana del settecento del prof. Gaudio

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