
Imparare a stupirsi due volte: la meraviglia oltre la spiegazione scientifica
20 Giugno 2026Traccia e Svolgimento Prima Prova Maturità 2026 — Tipologia C, Proposta C2
TRACCIA
TIPOLOGIA C – RIFLESSIONE CRITICA DI CARATTERE ESPOSITIVO-ARGOMENTATIVO SU TEMATICHE DI ATTUALITÀ
PROPOSTA C2
Testo tratto da: Mario Calabresi, Alzarsi all’alba
«Con lei [si riferisce alla nonna] ho parlato molto di come il Novecento fosse stato il secolo della liberazione da fatiche antiche e terribili…
Restava però un’idea diversa della fatica, intesa come dedizione, costanza, pazienza, tenacia. La convinzione che non ci sono scorciatoie e che, se ci sono, sono un inganno.
Poi, negli anni, ho visto la fatica passare di moda. I genitori augurarsi che i figli ne fossero liberati o vaccinati, come qualcosa da evitare, da rifuggire ogni volta che fosse possibile.
Ho visto la parola «fatica» assumere un significato solo negativo e scomparire dal vocabolario quotidiano. Tanto da chiedermi se ci sia mai stato davvero un tempo in cui era interpretata in modo positivo. […]
Si è fatta strada l’idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica. Non è mai stato chiaro come fosse possibile, ma l’illusione ha preso piede ed è stata abbondantemente coltivata.
Nonostante questa utopia, molta gente che non può permettersi di affrancarsi continua a viverla, la fatica. Ad alzarsi all’alba, a fare lavori ripetitivi e sfinenti, a non avere orari, a prendersi cura di un pezzo di mondo senza sosta.
Silenziosamente, pensando di stare dalla parte sbagliata della storia. Non solo affaticati, ma anche incompresi.»
Traendo spunto dalle tue esperienze, dalle tue conoscenze e dalle tue letture, rifletti sull’idea di ‘fatica’ che emerge dal brano riportato ed esponi le tue considerazioni. Puoi articolare il tuo elaborato in paragrafi opportunamente titolati e presentarlo con un titolo complessivo che ne esprima sinteticamente il contenuto.
Svolgimento Prima Prova Maturità 2026 — Tipologia C, Proposta C1 – Il valore ritrovato: la fatica come grammatica della vita
Introduzione: Il paradosso della modernità
Nel brano proposto, Mario Calabresi solleva una questione di profonda attualità: la progressiva demonizzazione del concetto di «fatica». Se il Novecento ha rappresentato il secolo del progresso tecnologico e della liberazione da fatiche fisiche usuranti, questo successo ha innescato un effetto collaterale imprevisto. Abbiamo finito per confondere l’eliminazione della sofferenza necessaria con l’eliminazione del dovere e dell’impegno. Il risultato è una società che insegue il mito del risultato immediato, percependo il sudore della fronte non più come il prezzo necessario per la costruzione di sé, ma come un’anomalia da correggere o un segno di fallimento sociale.
L’illusione della scorciatoia
L’«illusione» di cui parla Calabresi — quella di poter raggiungere traguardi significativi senza fatica — è forse la cifra distintiva della nostra epoca digitale. L’iper-connessione e la velocità dei processi tecnologici ci hanno abituato a una gratificazione istantanea. Tuttavia, questa tendenza nasconde un inganno profondo: ciò che non richiede sforzo spesso non lascia traccia.
Nella mia esperienza di studente e di giovane adulto, noto come il sistema educativo e sociale tenda talvolta a privilegiare la prestazione rapida rispetto al processo di apprendimento. Eppure, ogni grande conquista, che sia il raggiungimento di una competenza tecnica, la padronanza di uno strumento musicale o la maturazione di un pensiero critico, richiede una “fatica positiva”: quella dedizione silenziosa, quella costanza che trasforma il talento potenziale in realtà concreta. La fatica non è un ostacolo al successo, ma la sua vera sostanza.
La fatica come atto di cura
È fondamentale distinguere, come suggerisce l’autore, tra la fatica intesa come sfruttamento — quella che consuma l’individuo e lo rende invisibile — e la fatica come forma di «dedizione». Esiste una nobiltà nello sforzo quotidiano di chi «si prende cura di un pezzo di mondo senza sosta»: i docenti, gli educatori, i genitori e i lavoratori che, con costanza, costruiscono il tessuto connettivo della nostra società.
Questa fatica non è priva di senso. È, al contrario, un atto di responsabilità. Nel mio percorso, osservando anche il lavoro quotidiano di chi si impegna nella gestione scolastica o nella divulgazione culturale, ho compreso che la dedizione è ciò che ci lega agli altri. Chi si alza all’alba non sta vivendo «dalla parte sbagliata della storia», ma ne è il motore silenzioso. La fatica, in questo senso, è il linguaggio con cui diciamo al mondo che il nostro contributo ha valore.
Conclusioni: Riscoprire la pazienza
Per concludere, la riflessione di Calabresi ci invita a una necessaria riabilitazione semantica della parola «fatica». Non si tratta di celebrare la sofferenza fine a se stessa, ma di recuperare la cultura della pazienza e della tenacia. Dobbiamo avere il coraggio di insegnare, specialmente alle nuove generazioni, che le scorciatoie sono quasi sempre effimere e che la bellezza delle cose durevoli risiede proprio nello sforzo che è stato necessario per costruirle.
Accettare la fatica significa smettere di guardare alla vita come a una serie di risultati da accumulare e iniziare a viverla come un processo di crescita. Solo riappropriandoci della lentezza e della dedizione potremo smettere di sentirci «incompresi» e tornare a sentirci protagonisti della nostra storia personale e collettiva.



