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20 Giugno 2026Traccia e Svolgimento Prima Prova Maturità 2026 — Tipologia C, Proposta C1
TRACCIA
TIPOLOGIA C – RIFLESSIONE CRITICA DI CARATTERE ESPOSITIVO-ARGOMENTATIVO SU TEMATICHE DI ATTUALITÀ
PROPOSTA C1
Testo tratto da: Wenke Husmann, Funziona a meraviglia
«Il cielo notturno era attraversato da bagliori, come se degli alieni avessero acceso le luci nello spazio infinito. Era ottobre, e avevo svegliato mia figlia di buon’ora perché l’aurora boreale sarebbe stata visibile da Amburgo. Ci siamo vestite, siamo andate in un parco ed ecco il cielo illuminato da lunghe strisce infuocate. Rosso, viola, verde. I colori salivano e si trasformavano in giganteschi paesaggi di luce. Mia figlia guardava con gli occhi spalancati, mi ha preso la mano e non smetteva di esclamare “wow!”. Invece di stare al caldo nel letto come di solito a quell’ora, era su un prato gelato sotto l’enormità del cielo notturno, e ne era felicissima.
Mi è tornato in mente quando anche io, da bambina, ero piena di meraviglia: per la consistenza del fango tra le dita dei piedi, per le formiche che trasportavano pesi molto più grandi del loro, per la mia prima stella cadente. Davanti al cielo stellato sopra di me e agli occhi lucidi di mia figlia, mi sono chiesta dove sia finito il mio stupore. Dove sono le mie meraviglie?
Da quando, con l’illuminismo, gli scienziati hanno cominciato a indagare il mondo empiricamente, ogni sua meraviglia ha una spiegazione razionale. L’aurora boreale? Non è un messaggio mitologico, ma la collisione tra gli elettroni e gli atomi dell’atmosfera. I colori dei fiori? Non esprimono gli umori degli dèi, ma derivano dalla combinazione dei geni. […] Appartengo a quella generazione di genitori secondo cui non è mai troppo presto per incoraggiare i figli a porsi domande e a sviluppare il pensiero critico.
È una cosa ragionevole. Però, mentre osservavo mia figlia sul prato gelato, provavo una certa nostalgia, o forse addirittura invidia. Non di saltellare in tondo come una bimba o di sentire in ogni conchiglia il suono di tutto l’universo. È che un mondo dove si può spiegare ogni magia è un mondo terribilmente triste. Posso imparare di nuovo la meraviglia? Esiste una versione adulta dell’incanto?»
Condividi le considerazioni dell’autrice sulla capacità umana di provare meraviglia di fronte ai fenomeni della natura? A tuo parere, ‘Esiste una versione adulta dell’incanto?’ Rifletti su questi temi, traendo spunto dalle tue esperienze. Puoi articolare il tuo elaborato in paragrafi opportunamente titolati e presentarlo con un titolo complessivo che ne esprima sinteticamente il contenuto.
Svolgimento Prima Prova Maturità 2026 — Tipologia C, Proposta C1 – Imparare a stupirsi due volte: la meraviglia oltre la spiegazione scientifica
Una domanda che riguarda tutti, non solo chi ha figli
Il testo di Wenke Husmann nasce da un episodio molto concreto e personale — una madre che sveglia la figlia all’alba per mostrarle l’aurora boreale — ma la domanda che ne scaturisce supera ampiamente i confini di quell’esperienza familiare, e riguarda chiunque abbia mai sentito, crescendo, la sensazione di perdere qualcosa di prezioso proprio mentre acquisiva conoscenza, consapevolezza, capacità di spiegare il mondo. Condivido pienamente la prima parte della diagnosi dell’autrice: è vero che, da bambini, viviamo immersi in una meraviglia continua e quasi indifferenziata — il fango fra le dita dei piedi, una formica che trasporta un peso sproporzionato, la prima stella cadente — e che questa capacità di stupirsi sembra progressivamente affievolirsi con l’età, sostituita da una conoscenza che spiega ogni fenomeno e, spiegandolo, sembra anche svuotarlo del suo alone di mistero. Su questo non ho dubbi. Dove la penso diversamente, o almeno dove vorrei aggiungere una sfumatura, è sulla conclusione implicita del brano: che sapere e stupirsi siano necessariamente in conflitto, e che crescere significhi inevitabilmente scambiare l’incanto con la spiegazione.
Il disincanto del mondo
Il fenomeno che Husmann descrive ha un nome preciso nella storia del pensiero: il sociologo Max Weber, agli inizi del Novecento, lo chiamò disincantamento del mondo, intendendo con questa espressione proprio il processo per cui la razionalizzazione scientifica moderna ha progressivamente sottratto alla natura il suo carattere magico e misterioso, sostituendo le spiegazioni mitologiche con leggi fisiche verificabili. È un processo reale, che l’autrice descrive con efficacia attraverso i suoi due esempi — l’aurora boreale ridotta alla collisione fra elettroni e atomi dell’atmosfera, i colori dei fiori spiegati attraverso la genetica anziché attraverso gli umori degli dèi — ed è innegabile che questo processo abbia, in un certo senso, reso il mondo più trasparente e meno popolato di enigmi irrisolti. Ma proprio qui, a mio avviso, si nasconde un’ambiguità che merita di essere sciolta: il disincanto descritto da Weber riguarda la scomparsa delle spiegazioni mitologiche, non necessariamente la scomparsa dello stupore in sé. Sono due cose diverse, e confonderle rischia di farci rimpiangere non la meraviglia, ma soltanto una sua versione particolare, quella legata all’ignoranza del meccanismo.
Sapere non è sempre perdere
Esiste, nella storia della cultura occidentale, una disputa quasi emblematica su questo punto. Il poeta romantico inglese John Keats accusò un tempo la fisica di Newton di aver “smontato” l’arcobaleno, riducendo un fenomeno di pura bellezza visiva alla fredda spiegazione della rifrazione della luce, e privandolo così della sua poesia. Quasi due secoli dopo, il biologo Richard Dawkins ha dedicato un intero libro a ribaltare questa accusa, sostenendo che comprendere il meccanismo fisico dell’arcobaleno non sottrae nulla alla sua bellezza, ma vi aggiunge un secondo livello di stupore, distinto dal primo ma non meno autentico: lo stupore di fronte alla precisione, all’eleganza, alla vastità delle leggi che governano l’universo. Applicando questo ragionamento all’episodio raccontato da Husmann, si potrebbe dire che sapere come nasce un’aurora boreale — il vento solare che, dopo aver attraversato centocinquanta milioni di chilometri di spazio vuoto, si scontra con il campo magnetico che protegge il nostro pianeta — non debba necessariamente spegnere la meraviglia di chi la osserva da un prato gelato, ma possa, al contrario, arricchirla di una seconda dimensione: quella di sapere che si sta assistendo, con i propri occhi, a un evento che lega in un solo istante una stella lontana e il cielo sopra la propria testa.
La meraviglia come attenzione, non come ignoranza
C’è poi una seconda obiezione, di natura più psicologica che filosofica, che vorrei aggiungere alla riflessione. Gran parte della meraviglia infantile di cui parla Husmann non dipende soltanto dall’assenza di spiegazioni razionali, ma da un fattore più semplice: la novità. Un bambino si stupisce della consistenza del fango fra le dita non perché ignori che cosa sia il fango, ma perché lo sta sperimentando, letteralmente, per la prima volta; un adulto, che ha già toccato il fango innumerevoli altre volte, smette di notarlo non tanto perché ne conosce la composizione chimica, quanto perché l’abitudine ha reso quell’esperienza invisibile, automatica, scontata. È un meccanismo psicologico ben noto, che la psicologia chiama assuefazione percettiva, e che spiega perché smettiamo di accorgerci, con il passare degli anni, di moltissime cose che pure continuano a essere oggettivamente straordinarie. Non è un caso, credo, che l’arte — la poesia, la musica, la pittura — abbia da sempre come compito principale proprio quello di restituire visibilità a ciò che l’abitudine ha reso invisibile: il critico russo Viktor Šklovskij, agli inizi del Novecento, descrisse questa funzione dell’arte con il concetto di straniamento, definendo proprio così il procedimento con cui un’opera ci costringe a guardare di nuovo, come fosse la prima volta, qualcosa che credevamo di conoscere già fin troppo bene. Se questo è vero, allora la versione adulta dell’incanto a cui allude la domanda della traccia non consiste nel disimparare ciò che sappiamo, ma nel coltivare deliberatamente quella stessa attenzione che da bambini ci veniva naturale e gratuita, e che da adulti possiamo recuperare solo attraverso una scelta consapevole — fermarsi, guardare più a lungo del necessario, lasciarsi sorprendere di proposito.
Un’esperienza personale di meraviglia adulta
Mi è capitato, qualche tempo fa, di trovarmi una sera sotto un cielo particolarmente terso, lontano dalle luci di qualunque città, in un momento in cui per puro caso non avevo nulla da fare se non guardare in alto. Conoscevo già, almeno a grandi linee, le distanze in gioco, sapevo che la luce di molte di quelle stelle aveva impiegato secoli o millenni per raggiungere i miei occhi, sapevo che la striscia più luminosa che attraversava il cielo era la nostra stessa galassia vista di taglio. Eppure quella conoscenza, lungi dal raffreddare l’esperienza, l’ha resa più intensa: stavo guardando, letteralmente, il passato, e mi sono sentito per qualche minuto attraversato dalla stessa vertigine che provavo da bambino di fronte a una stella cadente, ma con in più la consapevolezza precisa di che cosa stessi guardando. Non era la meraviglia ingenua dell’infanzia, fatta di pura sorpresa priva di contesto: era una meraviglia più lenta, più meditata, ma non per questo meno autentica — anzi, forse proprio perché sapevo che cosa stavo guardando, quella vertigine si è fatta più profonda, non più superficiale.
Esiste una versione adulta dell’incanto?
Alla domanda che la traccia pone esplicitamente, dunque, risponderei di sì, ma con una precisazione importante: la versione adulta dell’incanto non è la replica nostalgica di quella infantile, e non si ottiene fingendo di non sapere ciò che sappiamo. È piuttosto una meraviglia di secondo livello, che nasce non dall’ignoranza del meccanismo ma dalla capacità di tenere insieme la spiegazione razionale e l’esperienza emotiva, senza lasciare che la prima cancelli la seconda. Richiede, a differenza di quella infantile, uno sforzo: la decisione deliberata di fermarsi, di guardare più a lungo, di non lasciare che l’abitudine renda invisibile ciò che resta, oggettivamente, straordinario. In questo senso capisco perfettamente la nostalgia di Husmann di fronte agli occhi spalancati della figlia, ma credo che il compito di un adulto non sia rimpiangere quello sguardo, bensì imparare a riconquistarlo con gli strumenti che soltanto l’età adulta possiede — la conoscenza, la pazienza, la capacità di dare un nome e un contesto a ciò che si sta vivendo — trasformando così la spiegazione, da nemica dello stupore, nella sua più fedele alleata.



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