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Piero Gobetti
27 Gennaio 2019Giovanni Papini: dalla “belva di Firenze” alla Storia di Cristo. Perché rileggerlo oggi
C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui Giovanni Papini e Ada Negri abitavano stabilmente le antologie scolastiche. Fino agli anni Sessanta, nessuno studente attraversava la scuola italiana senza imbattersi nella prosa incandescente di Papini o nei versi austeri e dolorosamente sinceri di Ada Negri. Poi, quasi d’un tratto, il silenzio. Un oblio ingiusto, crudele, immeritato.
Rileggerli oggi non è nostalgia: è un atto di giustizia culturale.
Papini e Negri, contemporanei, condividono una stessa altezza morale e una stessa capacità di dire la sofferenza senza retorica. In loro non c’è posa: c’è verità. E nel caso di Papini, questa verità passa attraverso una delle parabole intellettuali e spirituali più drammatiche e affascinanti del Novecento italiano.
Un’infanzia senza infanzia
“Io non sono mai stato bambino. Non ho avuto fanciullezza.”
Così si apre Un uomo finito, l’autobiografia spietata di Papini. Ed è già tutto lì: un’anima ferita, orgogliosa, bramosa di assoluto.
Nato fuori dal matrimonio, cresciuto nei primi anni all’Istituto degli Innocenti, riconosciuto solo più tardi dalla madre, Papini conosce presto la solitudine, la povertà, l’umiliazione. Si sente brutto, si definisce un “rospo pensoso e scontroso”, vive ai margini dei coetanei, rifugiandosi nei cantucci più bui di una casa povera e silenziosa. Ma proprio lì nasce l’intelletto feroce.
Come Leopardi, Papini studia “matto e disperatissimo”. Divora libri, consuma gli occhi, rinuncia perfino alla colazione per comprare un volume. La lettura diventa atto sacro. I libri, reliquie. La cultura, l’unica via di salvezza.
Il distruttore: ateismo, futurismo, riviste
Da questa fame nasce il Papini distruttore. Il polemista. Il sofista moderno.
È il tempo dell’ateismo più aggressivo, delle stroncature feroci, della volontà di demolire tutto: filosofia, religione, tradizione. Nascono Leonardo, La Voce, Lacerba. Papini è al centro del vortice culturale fiorentino, tra futurismo, interventismo, iconoclastia.
Si firma “Gian Falco”, fustiga la borghesia, disprezza il passatismo, sogna una rigenerazione violenta dell’uomo e del mondo. Arriva perfino a teorizzare un “suicidio universale”. È la “belva di Firenze”, lucidissima e furibonda, che vuole scuotere gli uomini sbattendoli contro il muro della verità.
Eppure, anche in questa fase oscura, Papini resta fedele a una cosa: la sincerità. Dice il vero, anche quando fa male. Anche quando lo condanna.
La crisi e la svolta
Poi qualcosa si incrina. Non all’improvviso, ma lentamente. Incontri decisivi, letture nuove, amicizie che aprono varchi: Gallarati Scotti, Giuliotti. La moglie che conserva la fede. La Prima Comunione della figlia. Gli esercizi spirituali ignaziani.
Papini, che aveva scritto Memorie d’Iddio e articoli blasfemi, che aveva voluto “diventare Dio”, cede. Non per debolezza, ma per stanchezza dell’errore. Per sete di verità.
“La casa dell’ateismo è la casa della disperazione.”
Storia di Cristo: il capolavoro del convertito
Tra il 1919 e il 1921 nasce Storia di Cristo. Non è un trattato. Non è un libro devozionale. È un’opera di fuoco. Un racconto innamorato, potente, umano e divino insieme.
Papini guarda Cristo con occhi nuovi: ne ama l’umiltà, la dolcezza, la fermezza. La stalla, la croce, la campagna, i pastori, il grano, la vite. Cristo è l’Assoluto che non schiaccia, ma salva. È il fuoco che purifica, non l’acqua che scorre via.
Qui la belva diventa agnello. Papini diventa terziario francescano, prende il nome di Bonaventura. Rinnega gli scritti precedenti, li vorrebbe bruciare. Non per censura, ma per verità.
L’ultimo Papini: cieco, ma luminoso
Gli ultimi anni sono durissimi: la cecità, la dipendenza, la sofferenza fisica. Ma resta la luce interiore. Resta l’amore. Resta Dio.
“Dio sarà sempre con me.”
Rileggere Papini oggi significa molto più che riscoprire uno scrittore: significa camminare con un uomo che ha osato tutto, ha sbagliato tutto, ha cercato tutto. E alla fine ha trovato.
Rileggerlo è un atto culturale, ma anche spirituale. Un cammino, come diceva lui stesso, ad Deum.
Massimo Ricalzone, esperto di filosofia teoretica
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