
Ossi di seppia
27 Gennaio 2019
Alda Merini
27 Gennaio 2019
Ada Negri, la maestra amorevole di Motta Visconti, comune milanese confinante con Pavia, ove trascorse il periodo più bello della sua vita.
Ada Negri è la poetessa sentimentale che ogni scolaro diligente e sensibile avrebbe voluto avere come insegnante , la voce amica che ogni anima vorrebbe ascoltare quale madre premurosa e virtuosa, figlia devota.
La sua vita si svolse nella povera semplicità fin dai primi anni, quelli dell’umida stamberga della portineria del palazzo Barni ove la nonna lavorava come custode. Trascorreva molto tempo e si esercitava ad osservare il transito delle persone, l’andirivieni che costituiva per lei un campionario umano ricchissimo, una galleria di personaggi curiosi dei quali si dilettava a tratteggiare la personalità ed il carattere. Alla sua naturale capacità di osservazione si univa poi una disposizione all’introspezione ed una persistente malinconia.
La sua poesia e tutte le sue opere esprimeranno al massimo grado tale stato interiore e saranno l’esaltazione di una forza straordinaria di sollevarsi e risollevarsi ancora dopo la caduta, come avviene nell’avvicendarsi delle stagioni. Ad un iniziale profondo malessere per i giorni uguali ai giorni, opprimenti, immutabili nella portineria umida, nelle scale del condimento di Corso Ticinese, male odoranti, ove era nata, cresciuta ed aveva il timore di dovervi anche morire, viene in soccorso una dirompente energia.
Un energico slancio vitale come una primavera che rifiorisce dopo i rigori invernali. Alle giornate vuote, ritenute fiacche e inutili, segue il trasferimento a Milano, città in continua espansione culturale ed architettonica. In essa si contrappongono vari modi di vivere: uno, mirabilmente descritto da Ada Negri quando racconta lo sferzagliare dei tram affollatissimi, la nebbia la cui coltre fittissima fa presagire la frenetica massa umana in movimento presa completamente dagli affari della quotidianità metropolitana.
Tali dinamiche lasciano gli individui indifferenti nei confronti di quei personaggi che soffrono nel corpo, talvolta con segni anche molto visibili, e nell’anima, stanchi anch’essi di soffrire e che la circonda incontra nella quotidiana ripetitività gli stessi gesti, gli stessi movimenti che causano uno smarrimento per la sua anima così elevata e diventano opprimenti. Osserva tante persone che, come lei, soffrono e sono personaggi anonimi, talvolta deformi, degli estranei; molti hanno l’aspetto disfatto, volti e capi torbidi. È un racconto a tratti molto “veristico” e reale del mondo del quale fa parte. Coglie in quei personaggi la profondità dei drammi esistenziali che ella stessa vive con angoscia considerando, in un fondo nel quale è anche suo, la possibilità di liberarsene con il suicidio.
Una scelta estrema che viene accantonata e riesce a far prevalere una straordinaria energica volontà, l’amore e la dedizione per la figlia Bianca, ispiratrice di molte sue bellissime poesie.
Sarà accantonata per tutta la vita la drammatica e drastica scelta del suicidio ma mai completamente rimossa. Nelle sue opere, quasi tutte fortemente autobiografiche ed elegantemente pervase da una raffinata introspezione nell’analisi dei personaggi, traspare il male del vivere.
Nella poesia dedicata alla figliola “Il segno della CROCE” svela tutta la sua angoscia, il pianto trattenuto al quale può dare libero sfogo solo dopo aver fatto addormentare la piccola, come ogni sera, con il segno della croce. La madre guida amorevolmente la manina innocente della bimba nel tracciare il segno della Croce “nel nome del Padre, del Figliuolo, dello Spirito Santo”; poi giunge il sonno calmo, la bimba non sente più e lei può piangere: “Ho tanto male al cuore, ho tanto male, che la mia vita sbranerei coi denti. V’è un modo per fuggire l’affanno atroce. Ma Tu mi tieni col tuo dolce laccio, tu che non puoi dormir s’io non ti faccio in fronte, ogni sera, il segno della Croce”.
La tenacia ha ragione della stanchezza; la stanchezza di soffrire viene accettata nell’ultima parte della vita ed offerta al Signore in una visione spirituale e cristiana, molto tenera e delicata, ottenuta dopo un lungo itinerario dell’anima nel combattimento della vita. “Io ti prego, mio Dio, per questo giorno che ancor m’imponi (e pur, Tu che sai tutto, sai la mia prova): fa ch’io l’accetti come una stanchezza e la sua notte più non si torbidi; fa ch’io lo trascorra dimentica di me, viva soltanto alla pietà per altri, unica forza che mi difenda da me stessa; e in pace io lo chiuda con Te, come se l’ultimo della mia vita fosse, prima di renderlo al ritornar del sole”.
“Al corpo morto si diversa, non altera condanna di tormenti, e si snoda, e l’improvvisa pace che imbianca come un’alba il volto di chi trapassa, unica noi può dire quanto sia bello, quanto dolce, il tuo riposo, o morte”. Ecco il ruolo confortante e consolatorio della morte.
Credo sia lecito accostare Ada Negri a Giovanni Pascoli, due anime sgomente per la distruzione dei rispettivi “nidi familiari”, afflitte dall’angoscia che sfocia nella ricerca di Dio, nella consolazione spirituale che sperano il termine ultimo. Nella poesia “I due Rosari” Ada Negri racconta di due rosari d’argento donati l’uno ad una persona cara malata per alleviarne la sofferenza, l’altro tenuto per sé, per pregare : “uno a te lo donai perché ti fosse compagno nelle notti in cui più il male t’era martirio, e con lo scorrer dolce dei chicchi fra le dita, nel pensiero di Dio placare in te lo spirito ardente, fratello”. “All’uno dei polsi tu volesti quel rosario scendendo al tuo riposo estremo. Ed io sull’altro a me rimasto, sgrano a sera le sofferte Avemarie, te ripensando, su di te chiamando la luce eterna”.
Entrambi i poeti affascinano il lettore con il loro linguaggio puramente evocativo, semplice, capace di trasmettere stati d’animo intensi tratti dalle “cose semplici”. Una seconda riflessione sulla straordinaria originalità di Ada Negri è legata alla sua presenza nei salotti intellettuali e culturali delle avanguardie artistiche e futuriste milanesi e in particolare alle serate organizzate da Margherita Sarfatti della quale sarà amica fedele per tutta la vita. Gli ospiti più assidui del salotto sono i maggiori esponenti del Futurismo come Umberto Boccioni.
Pittore e scultore, morto nel 1916; Mario Sironi, pittore cupo e taciturno; Massimo Bontempelli, scrittore; il timido Aldo Palazzeschi e l’eccentrico Filippo Tommaso Marinetti, Russolo, Carrà, Sant’Elia. Le riunioni si ripetono anche nella nuova residenza di campagna chiamata “il Soldo” di Margherita Sarfatti. Tra gli ospiti anche Benito Mussolini il cui legame con Margherita si trasformerà in afflato politico e spirituale.
Il 28 gennaio 1918 muore Roberto, figlio della Sarfatti, appena diciottenne. Ada Negri lo descrive come “il bambino più robusto, più sano e prepotente di tutti”, il fanciullo dalla “libera intelligenza che quando vuole prende dai libri e dalla vita quel che le serve per arricchire il proprio mondo originale”. Ada restò sempre fedele a Margherita ed a Mussolini. La sua vicenda biografica l’accomuna piuttosto a Mussolini, anch’ella figlia del popolo, maestra, con una passata adesione alle idee socialiste. Egli la renderà “la poetessa d’Italia”. Per i figli della Sarfatti, Ada è la “zia Ada”; Roberto è il suo prediletto di cui dovrà annunciare dolorosamente la morte alla madre. Alla memoria di Roberto dedicò le “Orazioni” per commemorare i “divini fanciulli” caduti in guerra.
Il rapporto epistolare con il Duce continuò fino al gennaio 1945 quando la morte portò via Ada, pochi mesi prima della fine dell’epoca nella quale era diventata Accademico d’Italia.
Ho desiderato soffermarmi su questi due aspetti della vita di Ada Negri: la sua fede vissuta nell’interiorità e nella speranza di incontrare Dio, eterno sollievo: “chi nell’ombra visse Luce domani avrà: schiuderà il cieco le pupille al giorno: Chi fu solo, chi pianse e maledisse domani esulterà!” (tratto dalla poesia “Gli ultimi saranno i primi”) .
Infine, sul suo nobile distacco dai beni materiali che generosamente donava con cristiana carità, malgrado la notorietà che aveva ottenuto. Dedico questa semplice interpretazione personale di Ada Negri ai miei genitori che ebbero il privilegio di vivere negli anni in cui ella scriveva alcune delle sue opere più belle e me le hanno fatte conoscere ed amare.
Massimo Ricalzone, esperto di filosofia teoretica
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