Alle radici del rock

Alle radici del rock

recital musicale didattico del prof. Gaudio

Con questo viaggio immaginario attraverso alcuni, non tutti, gli stili e gli artisti della musica popolare contemporanea vogliamo aiutarci anzitutto a capire da quale humus nasce la musica che ascoltiamo tutti i giorni, spesso senza renderci conto che essa viene fuori da una storia che ormai è piuttosto lunga e complicata, e che senza questo terreno fertile di invenzioni e rielaborazioni che ha caratterizzato gli ultimi decenni, la canzone che tanto ci affascina non sarebbe neanche nata.

LO SPIRITUAL

Incominciamo il nostro cammino attraverso la musica popolare contemporanea dallo spiritual, anche se non è certamente nato in questo secolo.

Lo spiritual era infatti la musica dei negri americani durante il periodo del loro massimo sfruttamento nelle piantagioni di cotone della Georgia, dell’ Alabama, della Louisiana e della Virginia. Contaminando la musica ritmica di provenienza africana con quella corale europea, nacquero canti che esprimevano tutta la speranza di liberazione dei negri, non sulla terra, ma dopo la morte, in un paradiso in cui “i santi marciano insieme”.

Lo spiritual ha, però, notevolmente influenzato lo sviluppo della musica di questo secolo, e prova ne è il fatto che questo brano è entrato nel repertorio di Louis Armstrong, uno dei più espressivi e instancabili alfieri della musica jazz. “When the saints go marchin’ in”

WHEN THE SAINTS GO MARCHIN’ IN

Oh, when the saints go marchin’ in

oh, when the saints go marchin’ in

oh, Lord I want to be in that number

oh, when the saints go marchin’ in

Oh, when the moon begins to shine

oh, when the moon begins to shine

oh, Lord I want to be in that number

oh, when the moon begins to shine

LA MUSICA BLUES

Verso la fine del secolo scorso, a fianco dello spiritual, sorge una musica monodica, non più corale, di stampo profano e non più religioso, che prende il nome da alcuni diavoletti e spiritelli maligni che angustiavano il peccatore, secondo la immaginazione dei puritani inglesi del XVII secolo. Avere i “blues”, per i negri americani, significò quindi essere posseduti da una strana e profondissima malinconia, come i cantori di quella nuova e struggente musica, chiamata appunto “blues”. Lo scopo di questa musica era inizialmente quello di accompagnare il racconto delle esperienze personali, spesso ricche di sofferenza e sopraffazione, con l’utilizzo dei poveri strumenti che ci si poteva permettere: la voce da sola o, al massimo, accompagnata con un’armonica a bocca e una chitarra.

Il blues ha cos’ inaugurato uno stile espressivo nuovo, meno melodico e meno legato alle esperienze musicali europee. La romanza aveva sempre avuto come base la scala maggiore o minore di stampo classico. La canzone contemporanea conosce invece alcuni intervalli, in particolar modo quello di settima e anche una certa ambiguità tra il tono maggiore e minore, che provengono dall’ esperienza blues o jazz, in cui spesso c’è una melodia in tono minore con un accompagnamento in tonalità maggiore. Questo blues, scritto da Willie Dixon per Muddy Waters, pur elaborato in un’epoca in cui il blues era già dotato di mezzi più sofisticati, è un classico esempio dell’intensità e della novità di questo genere: “Hoochie Coochie man” di Willie Dixon

LA MUSICA SOUL

Dalla fusione del blues elettrico sviluppato a Chicago e Memphis e di alcuni caratteri della musica gospel, alcuni artisti negri, spesso appunto provenienti da esperienze gospel, diventano gli acclamati talenti di una musica basata su ritmo trascinante, virtuosismi vocali, cori e fiati in sottofondo. Sono gli anni cinquanta e, soprattutto, sessanta, anni in cui i negri rivendicano in modo sempre più convinto i diritti. Negl0i anni settanta, poi, la musica soul esce dai confini americani per imporsi in tutto il mondo. È la cosiddetta “explosion of soul” e la musica diventerà sempre più ballabile e per derà la sua matrice nera. Otis Redding, morto tragicamente in un incidente aereo mentre era all’apice del successo, è l’autore di questa canzone, poi interpretata magistralmente da Aretha Franklin, anche nel recentissimo film “Blues Brothers 2000”: “Respect” di Otis Redding

IL ROCK’N’ROLL

Alcuni artisti bianchi, e primo fra tutti Elvis Presley, seppero sfruttare la carica ritmica proveniente dalla musica nero-americana, inventando il fenomeno famosissimo del rock’n’roll. La maggior parte dei brani più scatenati e famosi si basava su un giro tipicamente “blues” di 12 battute, anche se la melanconia origianaria del blues era completamente scomparsa. Con il rock’n’roll l’industria discografica ebbe una diffusione straordinaria, non solo negli Stati Uniti: stava quindi per nascere un linguaggio musicale universale che avrebbe coinvolto le generazioni giovanili presenti e future. “Blue suede shoes” di Elvis Presley

I BEATLES

Nel frattempo negli scantinati di Liverpool quattro ragazzetti dalla formazione musicale eterogenea, anche classica, ponevano le basi di un rock più europeo e moderno, in grado di esprimere sentimenti più variegati e profondi, come l’accorata richiesta di aiuto della prossima canzone: “Help” dei Beatles.

LA MUSICA COUNTRY

Il corrispettivo “bianco” del blues è la musica country, cioè la musica di campagna. Una musica semplice, orecchiabile e molto ballabile, che quindi assomiglia un po’ a quello che per noi è il “liscio”. Tuttavia anche in questa musica si segnalano esperienze significative, come quella di John Denver, il cantore dei paradisi incontaminati, della natura ancora non sconvolta e delle “strade di campagna”. “Country roads” di John Denver.

BOB DYLAN

Negli anni sessanta i giovani esprimono un desiderio di forte cambiamento nei confronti della società consumistica e propongono un diverso modo di rapportarsi, non più legato agli schemi convenzionali. È il momento della vita sulla strada, “on the road”, della convivenza e delle esperienze comunitarie dei “figli dei fiori”, ma anche della ricerca di emozioni sempre più forti, che porterà anche alla diffusione delle sostanze stupefacenti. Uno dei portavoce più significativi di questa “beat generation” è senz’altro Bob Dylan. Formatosi alla scuola di Woodie Guthrie, grande menestrello del canto popolare nordamericano della prima metà del nostro secolo, Dylan riuscì ad esprimere nelle sue canzoni, talvolta brevi testi poetici e più spesso lunghe e affascinanti narrazioni, il desiderio di rimanere sempre giovani. “Forever young” di Bob Dylan

SIMON AND GARFUNKEL

Negli stessi anni un timido e sognatore Paul Simon girava i locali della costa orientale degli States con la sua inseparabile chitarra, incominciando ad esprimere in modo semplice e poetico i sogni della sua generazione. In coppia con l’amico di infanzia Art Garfunkel ha creato brani molto suggestivi, fatti di armonie soffuse e raffinate, fino a voler esprimere il suono del silenzio. “The sound of silence” Paul Simon and Art Garfunkel

I PINK FLOYD

Un gruppo fondamentale per l’evoluzione della musica rock negli anni settanta fu quello dei Pink Floyd, che crearono, più o meno come i Genesis, delle vere e proprie sinfonie rock del tutto indipendenti dalla rigida e schematizzata forma della canzone di tre-quattro minuti. Una delle canzoni più intense di questo complesso è dedicata a Syd Barrett, il primo chitarrista del gruppo, malato, ed esprime il desiderio che lui, ormai in cura e isolato, possa essere ancora con loro.”Wish you were here” dei Pink Floyd

I QUEEN

Un gruppo particolare è stato quello dei Queen, trasgressivo per le origini e la formazione, paragonabile in questo a Renato Zero in Italia, straordinario per la scoperta di nuove frontiere vocali e chitarristiche, è andato di fatto esaurendosi dopo la morte per Aids del cantante-leader Freddie Mercury, anche se recentemente riformatosi attorno all’estro inesauribile del chitarrista Brian May. Anche questo gruppo ha dimostrato una certa autonomia nei confronti degli schemi classici della canzone, soprattutto in brani come Bohemian Rhapsody, ricco di cambiamenti di timbro e di ritmo. Uno dei brani più “rockettari” dei Queen è invece “We will rock you” che esaltava ancora di più le straordinarie doti vocali di Freddie Mercury, accompagnato nel corso di tutta la canzone solo dalle battutte del rullante e della grancassa. “We will rock you” dei Queen

WE WILL ROCK YOU (Queen)

DO

Buddy, you’re a boy make a big noise playin’ in the street gonna be a big man some day

You got mud on yo’ face, you big disgrace

Kickin’ your can all over the place. Singin’

We will, we will rock you

We will, we will rock you

Buddy, you’re a young man, hard man shoutin’ in the street gonna take on the world some day

You got blood on yo’ face, you big disgrace

Wavin’ your banner all over the place. Singin’

We will, we will rock you

We will, we will rock you

Buddy, you’re an old man poor man pleadin’ with your eyes gonna make you some peace some day

You got mud on yo’ face, you big disgrace

Somebody gonna put you back in your place. Singin’

We will, we will rock you

We will, we will rock you

LA RE LA RE LA RE

I POLICE

Assimilabilli ai Queen per la grande estensione vocale del cantante, in questo caso Sting, che poi intraprenderà una carriera da solista, rappresentano una svolta notevole nell’evoluzione della musica rock negli anni ottanta. Particolarissimo è il modo di usare il charleston da parte del batterista del gruppo, e molto personali e profondi i testi delle canzoni, espressione dei problemi e delle insoddisfazioni dei giovani contemporanei. La vocazione ecologista e pacifista si approfondirà nella successiva produzione di Sting. “Every breath you take” dei Police

THE GREEN DAY

Concludiamo il nostro viaggio con tre brani più recenti che testimoniano la continuità dello stile rock anche negli anni ’90, anche se con alcune differenze a livello di strumentazione e di interpretazione. In questa canzone del 1998, per esempio, sono evidenti i rimandi alla tradizione dei folksingers che va da Bob Dylan a Bruce Springsteen. “Time of your life” dei Green Day

THE RED HOT CHILI PEPPERS

Questo gruppo all’inizio ha avuto un successo scarso a causa del genere musicale “funky” che non era apprezzato dalla massa, ma solo da un gruppo ristretto di persone che amava una musica strumentalmente difficile e abbastanza alternativa, come appunto il “funky”. Inoltre la storia dei “Red hot” è molto travagliata e complessa, a causa dei molti problemi con droga e alcool. Una svolta molto importante è avvenuta dopo la morte per overdose del primo chitarrista, Ille Slovack, a cui è stata dedicata la canzone “Under the bridge”, originalmente una poesia scritta da Kiedis e poi musicata dal gruppo. Negli ultimi album, con l’arrivo dell’ultimo chitarrista, Dave Navarro, il gruppo si è avvicinato ai nuovi gusti ,generando una sorta di “funky-metal”, nel quale la chitarra distorta ha acquistato più importanza, sovrapponendosi alla complessa base ritmica del basso. “Under the bridge” dei Red Hot Chili Peppers

AEROSMITH

Nella storia del rock rappresentano il ponte ideale tra i Rolling Stones e i Guns’n’Roses. Legati agli Stones dalla passione per il vecchio blues e ai Guns per la propensione al suono distorto delle due chitarre, che spesso si intersecano fra loro in assoli melodici, gli Aerosmith sono una band fondamentale per comprendere l’evoluzione dell’hard rock negli States. Sesso, droga e rock’n’roll sono gli elementi essenziali di una formula musicale alla base di brani duri e ballate elettriche che li hanno catapultati ai vertici delle classifiche mondiali negli anni settanta. Chiuso il decennio la band si prende un periodo di pausa dovuto alle condizioni del cantante Steven Tyler e del chitarrista J. Perry, schiavi di alcool e cocaina. Ripuliti i due leader del gruppo gli Aerosmith sono tornati alla carica verso la metà degli anni ottanta. Hanno anche ottenuto una nomination per l’oscar grazie al singolo “I don’t want to miss a thing”, parte della colonna sonora di “Armageddon”. “I don’t want to miss a thing” degli Aerosmith

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