“Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcìa Márquez, commento di Daniele Sammartino

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Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcìa Márquez

Commento di Daniele Sammartino
Gabriel Garcìa Márquez 
(1927-2014) nasce ad Aracataca, in Colombia, primo di sedici figli, in
una famiglia dalle modeste possibilità economiche. È considerato, oltre che uno
degli scrittori sudamericani più magni e prolifici di sempre (premio Nobel per
la letteratura), anche la massima personalità del “realismo magico” o
“fantastico”, un filone artistico-letterario, tipico del repertorio
sudamericano, che ornamenta e incanta la prosaica realtà con eleganti venature
fatate.

L’autore, comunque, rinnega la sua fama di negromante, definendosi solamente
un “realista”; infatti, a contrario di quello che possono credere i più, la
realtà e la magia si sono compenetrate a tal punto, da aver stipulato un tacito
accordo di indissolubilità. L’uomo ha smesso di prestar fede alla seconda,
soppiantandola amaramente con la prima; l’ha svilita per il puro gusto di veder
realizzata ed emancipata la verità, sede fiera delle atrocità esistenziali.
Tale visione dietrologica è giustificabile mediante l’analisi dell’infanzia di Márquez:
ricordiamo infatti che la madre dello scrittore , Luisa Iguáran, era
chiaroveggente e che la nonna, Tranquilina Iguáran Cotes, si proclamava  medium e grande conoscitrice di storie
strabilianti e incantate, che affondano le radici nella ricca tradizione orale
dei Caribe, popolazione amerinda, abitante la Colombia.
Il suo capolavoro “cent’anni di solitudine” narra la tragedia
di Macondo “la solitaria”, fondata e concepita in sogno da José Arcadio Buendìa.
tale cittadina, detta degli specchi, riflette metaforicamente le vicissitudini
storiche sudamericane (esempi: il conflitto tra Liberali e Conservatori, il
colonialismo statunitense, le lotte sindacali in difesa dei diritti dei
lavoratori, il progresso tecnologico e lo sviluppo industriale in un contesto
in principio contadino) proiettandone il riverbero in un micro-cosmo leggermente
Kafkiano.  L’autore, fatalista
all’inverosimile, affida il destino della sua “creazione” alle pergamene di
Melquìades, nelle quali riscopriamo rapidamente le drammatiche vicende che
hanno caratterizzato il ciclo monotono e vizioso della famiglia Buendìa,
condannata all’oblio dalle sue stesse ambizioni vane e dalle passioni ardenti,
spesso incestuose, che hanno stroncato e annichilito le relazioni affettuose e
la solidarietà familiare, relegando i protagonisti in una torre eburnea pervasa
dalla frustrazione, dal non-essere e dall’aberrante solitudine. Il fato sembra
donare sempre nuove opportunità di redenzione ai protagonisti che,
implacabilmente, si succedono in questo contesto surreale; la ripetitività
ricercata artificiosamente da Márquez (ritroviamo “casualmente” sempre gli
stessi nomi: José Arcadio, Aureliano, Amaranta, Ursula e Remedios) sottolinea
il tentativo dell’autore di continuare a sperare in un radicale cambiamento delle
generazioni future, ponendo però un limite alla misericordia fatale. La
degradazione morale giunge infatti a livelli così elevati da causare
l’ineluttabile distruzione di Macondo per mezzo di un cataclisma di carattere
biblico.
Interessante è il perpetuo riferimento agli elementi magici
appartenenti alla cultura indigena, che svettano in un’antropofagia letteraria
evidente. sovvengo le capacità chiaroveggenti degli Aureliani, in particolare
del primo Aureliano Buendìa, in grado di prevedere in alcune occasioni il
futuro prossimo (come la semplice caduta di una pentola, o l’entrata in scena
di nuovi personaggi come gli indios), la formidabile forza fisica degli José
Arcadio capaci di sollevare pesi erculei e di scardinare infissi, Le favolose
farfalle esotiche gialle che seguono dappertutto, come se fossero ombre, Mauricio
Babilonia e la sua amante Meme, o l’ascensione al cielo dell’avvenente e pura
“Remedios la Bella” in grado di uccidere con la sua beltà mortifera tutti gli
uomini concupiscenti, spinti dalla sua incosciente crudeltà a barattare
deliberatamente l’imprevedibile vita per una dolce morte. Pensiamo poi alla
divina potenza della natura, che flagella con le sue piogge incessanti (durate ininterrottamente
per tre anni e qualche mese) un paese martoriato altresì da periodi di afa
insopportabile e nella fase iniziale, da una strana patologia dell’insonnia che
sembra quasi castigare Macondo con una perenne e intensa laboriosità
indesiderata. Ricordo la tempesta perfetta che infligge l’ultimo fendente al
centro abitato fantasma e la paura morbosa e superstiziosa per uno dei tanti
demoni mostruosi che riescono a intrufolarsi di soppiatto nella cittadina, ma
che sfortunatamente viene appeso a testa in giù a un albero, come il buon
Pietro, da un uomo anche troppo brutale. Non è facile dimenticare la prodigiosa
fertilità di Petra Cotes, che riesce con la sua sola presenza a tenersi stretto
il concubino Aureliano Secondo e ad assicurare prosperità ai Buendìa, favorendo
la metodica prolificazione di buoi e la crescita regolare delle coltivazioni.
Balenano nella memoria anche le cianfrusaglie miracolose degli zingari, in
grado di far volare un uomo su una stuoia lievitante e di tramutarlo in vipera
per la sola brama di scroscianti applausi; Melquìades con la sua saggezza, la
sua conoscenza degli angoli più remoti del mondo e delle pratiche divinatorie,
capace di interpretare Nostradamus e di sollecitar alla solitudine i Buendìa,
suggerisce a costoro di tentar di decifrare quelle carte ingiallite dal tempo
che custodiscono gelosamente il segreto dei segreti. Protegge saggiamente la
“stanza della decifrazione”, impedendo con arti magiche a bambini e soldati di rovinarne
il contenuto e assicurandone la preservazione dalla polvere e dall’effetto
logorante dei decenni. Le formiche rosse, esageratamente ingorde e assalitrici
di case e di uomini, che portano via l’ultimo della famiglia cibandosene, o la
tanto odiata coda di maiale, malformazione frutto della relazione tra parenti
stretti. Per non parlare del perenne rapporto instaurato dai vivi con i morti,
che partecipano costantemente alle vicende di Macondo, consolando, tormentando
e aiutando i protagonisti (ricordo lo spirito tormentante di Prudencio Aguilar,
ai danni di José Arcadio, e la presenza conservatrice del defunto Melquìades).

I personaggi fascinosi che mi hanno colpito maggiormente sono
stati:

·        José
Arcadio Buendìa: l’avventuroso patriarca ideatore e fondatore
 di Macondo. Mi hanno impressionato la sua
curiosità, la sua visionarietà, il suo amore per la sapienza, per
l’esplorazione e la sua grande laboriosità. Rimane ammaliato dalle innumerevoli
innovazioni portate nella cittadina dagli zingari (prime fra tutte quella del
ghiaccio e della calamita) e stringe una solida amicizia con Melquìades, che lo
porterà ad approfondire i temi alchemici ( come la scoperta della pietra
filosofale) e l’oreficeria. La sua brama di sapere lo solleciterà, però, a
preferire il suo laboratorio e i suoi esperimenti velleitari agli affetti
familiari e a vivere una vita sempre più dissipata; la frustrazione e lo
sconforto provocati dal mancato ottenimento dei risultati auspicati, lo conduce
verso lo squilibrio mentale. Ormai anziano, viene legato al tronco del castagno
presente nel patio della sua abitazione come un animale e costretto a subire
l’effetto pernicioso delle frequenti intemperie. Quando tutta la sua famiglia
si dimentica di lui, soltanto il fantasma di Prudencio Aguilar, ucciso dallo
stesso José per un’offesa ricevuta, gli si avvicina pietoso facendogli
compagnia e avvicinandolo sempre di più alla morte.
·        Melquìades:
il savio zingaro esperto dell’occulto e delle arti divinatorie. È un
personaggio dalle mille risorse e nozioni. Gira il mondo instancabilmente,
accumulando esperienze spesso surreali. Arrivato a Macondo, rimane esterrefatto
dalla semplicità dei suoi abitanti e li colma di stupore con sempre nuove
cianfrusaglie, nella speranza fruttuosa di fare ottimi affari. Qui, il suo
spirito libero e viaggiatore sembra intorpidirsi, costringendolo concorde con
la sua volontà, a fermarsi e a stigmatizzare le sorti della famiglia Buendìa e
di Macondo su pergamene cifrate, con l’aiuto indiretto del celebre Nostradamus.
Ne predirà la caduta, nonché il fallimento definitivo; è uno dei protagonisti
del romanzo e ne rappresenta esplicitamente l’aspetto magico. Il misticismo lo
rende intrigante e particolarmente profondo, conferendogli un’aria quasi
divina.
·    Il
colonnello Aureliano Buendìa: un personaggio dalle tante sfaccettature, dotato
di chiaroveggenza e di notevole coraggio. Completamente diverso dal fratello
José Arcadio sul piano caratteriale, giovanissimo, aiuta il padre nel
laboratorio di oreficeria con estrema solerzia. S’innamora ormai ventenne della
bellissima, ma piccolissima Remedios, di appena dieci anni, ma il matrimonio
combinato è destinato a finire tristemente per via della morte prematura della
bimba a soli quattordici anni. Il conflitto tra Liberali e Conservatori lo porterà
a schierarsi idealmente dalla parte dei primi, e a combattere lungamente e
inutilmente contro i secondi senza esclusioni di colpi. La rivoluzione armata
lo terrà lontano da Macondo, e le sue gesta eroiche e spesso folli lo
trasformeranno in un essere quasi leggendario: il “colonnello” dei “colonnelli”
liberali. Tornato nella sua città dopo decenni di guerra fallimentare, lo
troviamo stanco, desolato, abbrutito dal trattato di pace di Neerlandia, da una
vita e da un destino perpetuamente avverso. Cerca di convincere il suo compagno
di scontri Gerineldo Márquez a seguirlo in un ultimo tentativo di
autodistruzione, vedendo la guerra come un passatempo abitudinario in una vita
vacua. Vuoto e incapace di reagire alla vorace solitudine, si abbandona alla
morte con la testa appoggiata contro il grande castagno, reso anziano e
decrepito dalla disillusione, nel giorno del ritorno degli zingari e del circo
a Macondo.
·    Ursula:
donna forte e risoluta, si prodiga a tener inutilmente unita una famiglia
frammentata. Con la sua determinazione, tenta di mandare avanti la famiglia
Buendìa per un secolo, lottando strenuamente contro le ingiustizie perpetrate a
Macondo (es. si oppone alle vessazioni del Liberali guidati da Arcadio a danno
dei Conservatori e non mostra paura quando sfida valorosamente quest’ultimi per
vedere il figlio Aureliano condannato a morte). Madre attenta, giusta, ospitale
e premurosa, dà avvio ai lavori in casa al fine di ingrandirla e renderla più
accogliente e luminosa.
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