Chi zavorra l’innovazione educativa? – di Enrico Maranzana

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L’articolo di
fondo del corriere della sera del 30 giugno, “Gli abusivi della cattedra”,
stigmatizza l’operato della giustizia amministrativa che ha annullato la
bocciatura di uno studente liceale con gravi carenze in tre materie. Lo scritto
ha avuto numerosi commenti che, tranne in un caso, hanno condiviso la denuncia
per l’indebita intromissione.

Quale
distanza separa la cultura contemporanea dal mondo accademico e dall’ordinario
sentire!
Quale distanza
separa lo Stato di diritto dal sentire comune!
Non si osserva un elefante con il microscopio!
Per esplorare il campo in cui nasce il problema e
per una sua corretta definizione è essenziale scegliere un adeguato livello
d’osservazione.
Il legislatore, per dominare le dinamiche
socio-culturali, ha finalizzato il sistema educativo alla promozione e al
consolidamento delle capacità dei giovani, capacità che si manifestano sotto
forma di competenze, generali e specifiche.
Un traguardo che la scuola unitariamente deve
perseguire, armonizzando tutti gli insegnamenti: la conoscenza rappresenta il
mezzo, lo strumento per far lievitare le qualità degli strumenti.
La conoscenza non è più il fine ma il mezzo per
progettare  percorsi didattici.
La levata di scudi contro la sentenza del Tar del
Lazio ha un significato clinico: la fissità; non si vuol abbandonare il
tradizionale modello di scuola.
La giustizia amministrativa, invece, rappresenta
un significativo contributo per l’ammodernamento dell’istituzione scolastica,
un’occasione per supervisionarne l’ordinaria gestione. Un indirizzo che il Miur
sta percorrendo – in rete: “Avrà successo l’impresa del ministro Giannini?”

Sono
ancora i professori ad avere la responsabilità pedagogica dell’insegnamento
nelle nostre scuole?” è la domanda posta inizialmente dall’editoriale del
corriere. Rimando in rete a “All’origine della dispersione scolastica” per
saggiare la dimensione della questione posta.
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