Don Giovanni da Molière a Milosz

Don Giovanni vuole godersi tutto della vita e non rendere conto a nessuno. Non solo le donne sono ai suoi piedi, ma anche il servo Sganarello lo segue come un maestro sulla via della perdizione e dell’azzardo. Sganarello, interpretato nella prima rappresentazione da Moliere stesso, rappresenta il senso comune, cioè la persona mediocre, che prova comunque fascino e attrattiva dalle scelte estreme che pure mostra a parole di avversare. Don Giovanni si spinge in questa commedia in altri campi oltre quello della seduzione. Egli arriva a professare un profondo scetticismo che, sulla falsariga dell’epicureismo e del materialismo, lo porta a negare non solo i presupposti della religione, ma anche quelli della medicina. Don Giovanni arriva al punto di promettere una moneta d’oro ad un povero viandante, a condizione che si metta a bestemmiare. Poi però gliela darà lo stesso anche se non bestemmia, in nome di una generica filantropia, o, forse più probabilmente, perché le sue azioni sono dettate dal capriccio del momento. Eppure, malgrado ciò, il Don Giovanni di Moliere non è privo di inquietudini. Il desiderio di una vita “esagerata” si scontra con una profonda insoddisfazione. Ecco perché il Don Giovanni di Moliere è a metà strada tra lo spensierato godereccio di Tirso da Molina o di Mozart-Da Ponte, e l’uomo in profonda crisi con se stesso del Miguel Manara di Milosz, che poi ritrova se stesso solo nel rapporto con una donna diversa dalle altre, che mette in discussione per la prima volta le sue scelte di vita. In fondo anche il finale della commedia di Moliere, pur se non con la chiarezza di quella di Milosz, mostra che non può esserci gusto a mentire, a fare il male e seguire il diavolo e le sue tentazioni. L’uomo che vive solo in base al suo istinto e al suo piacere prima o poi deve fare i conti con se stesso, con la noia, l’inquietudine e la tristezza, o, non foss’altro, la vecchiaia e la morte, che obbligano tutti gli innominati a rivedere criticamente la loro vita.