Edward Hopper: chiavi di interpretazione della sua opera pittorica

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Chiavi di interpretazione della sua opera pittorica

Introduzione

Edward Hopper nasce nel 1882 in un paesino sulle rive del fiume Hudson e muore nel 1967 a New York.

Hopper è un pittore realista, non solo perché dipinge la realtà delle cose.

La sua non è semplice imitazione della realtà, ma implica un rapporto, un’interpretazione, una lettura della realtà.

Egli decide di ritrarre solo alcune cose dell’America dei suoi tempi.

Anche la luce non è così realistica.

I suoi quadri sono poveri di particolari, perché non vuole mostrare tutto quello che c’è, per esempio, in una stanza d’albergo. Piuttosto vuole farci capire cosa sta accadendo.

Forse, Hopper ci lascia intuire che c’è qualcosa che va oltre la realtà, nel senso che la realtà ha un suo significato, ma questa è un’ipotesi tutta da verificare, approfondendo il suo percorso artistico.

Formazione

Nel 1900 Hopper si iscrive all’Accademia delle Belle Arti di New York (New York School of Art). Sotto la guida di Robert Henry, pittore di punta in quegli anni a New York, guarda come riferimento alla pittura europea del passato (es. Rembrandt) e non contemporanea (Cezanne, Van Gogh). Questa eredità la si coglie dal suo primo autoritratto.

Il gruppo degli Otto porta per la prima volta la realtà contemporanea nei loro quadri. Per questo motivo la critica disprezzava questo gruppo, definendo la loro una pittura-spazzatura, poiché dipingono anche i bassifondi.

Hopper, pur non aderendo q questo gruppo, rimane segnato da questo gruppo, è colpito.

La sua formazione si completa con il viaggio a Parigi del 1906, dove Hopper guarda i quadri impressionisti.

Gli americani sono sempre un po’ indietro, e così Hopper scopre gli impressionisti, mentre non si accorge della nuove avanguardie pittoriche che stanno emergendo in quegli anni, come cubisti, espressionisti e fauves.

Comunque, egli è colpito dalla luce presente nei quadri degli impressionisti, anche se Hopper intende la luce in un modo opposto rispetto a Monet. Mentre la luce nei quadri di Monet smaterializza la realtà, nei quadri di Hopper non vengono mai meno la solidità e i contorni delle cose.

Hopper torna in America nel 1911. con la consapevolezza che i francesi sono grandi, ma capisce che è venuto il momento di giocarsi in prima persona, dipingendo l’America. Hopper scrive in quei tempi. “Le caratteristiche autoctone sono quelle che mi interessano”.

Nel 1913 nell’Armery show gli americani per la prima volta vedono in patria i quadri dei grandi pittori europei.

Soir bleu del 1914 è una specie di ultimo tributo ai grandi pittori francesi (i fauves, in modo particolare).

Qui c’è il tema della maschera che l’uomo non riesce a togliersi, e il tema della malinconia e della domanda di senso.

Illustrazioni

A partire dal 1914 in poi Hopper realizza delle opere di illustrazione per riviste e di incisione, concentrando la sua attenzione sul rapporto tra la luce e l’ombra.

In Ombre notturne la situazione è più inquietante, anche per la particolare angolatura, dall’alto, e per la figura isolata e i giochi di ambre e di luci (i punti di luce sono fuori dai quadri di Hopper, a partire da Ombre notturne)

In Vento di sera, invece,  prevale la curiosità, della donna, che si volta colpita dalla forza del vento, che muove la tenda

Maturità e approfondimento delle tematiche principali

Mentre Benton dipinge l’America attraverso i suoi luoghi comuni, cioè indiani, schiavi, la raccolta del cotone, Hopper rappresenta un’America che parla a tutti.

Realismo non è immediatezza, istintività, e questo lo si capisce dagli studi preparatori, per esempio, di Office at night, quindi non un’istantanea improvvisa, come ci sembra apparentemente, ma il frutto di una lunga riflessione sulla solitudine e l’incomunicabilità.

L’America che lui dipinge è un’America di periferia, dimessa, con scarsa presenza umana, come Cape Cod, piccola penisola del Massachussets-

Anche quando dipinge la città. non è la città piena di folla, traffico e grattacieli.

Egli per esempio dipinge palazzi (non grattacieli) e vie di New York deserte.

La luce geometrica blocca i soggetti in una fissità fuori dal tempo.

Il silenzio e la solitudine nei quadri di Hopper non è solo negativa, cioè condizione esistenziale drammatica e piena di angoscia,

Hopper non dipinge le case, ma le camere di albergo,

gli Automat (autogrill in cui ci sono solo distributori automatici, senza neanche la presenza del venditore).

L’uomo vive in una condizione di provvisorietà, di instabilità, simboleggiata dagli hotel, dagli autogrill, luoghi di passaggio per eccellenza.

Hopper non ci fa capire cosa sta leggendo la donna in Compartment C Car 293, e al centro di quel quadro c’è il vuoto.

Anche in Nighthawks (Nottambuli) il soggetto è la solitudine, sia fuori che dentro il locale. Le figure non interagiscono fra di loro. Forse le persone non sanno bene dove andare, non hanno una casa. Ognuno pensa a se stesso, non è cambiato dalla presenza di un’altra persona.

E la cosa ancora più sconvolgente è che questo quadro è ambientato a New York.

Lui stesso dice che ha voluto mostrare la solitudine in una grande città.

Wim Wenders ambienta una scena di un suo film in un locale, ispirandosi a Nottambuli di Hopper.

Eppure la solitudine può essere il luogo della ricerca della luce, della realtà, è l’attesa che accada qualcosa, per esempio in Morning sun,

o in Eleven a.m.

In Early Sunday morning stavolta c’è il sole e l’atmosfera. Pur essendo domenica mattina, quindi un tempo della settimana che potrebbe indicare deserto, solitudine in un luogo generalmente affollato (come il mare d’inverno), in questo quadro c’è più mistero che solitudine. Forse qualcosa può accadere, in un ambiente così carico di attesa e positività, come in Early Sunday morning.

Hopper, in effetti, però, non parla mai di mistero in modo esplicito, parla piuttosto di un’ora squisita. Citando Verlaine e Goethe, egli rappresenta un’ora che sia occasione di pace per l’uomo, di un riposo, di un riferimento stabile, che potrebbe dare un senso alla realtà.

In molti degli ultimi quadri di Hopper, le figure sono rivolte a qualcosa che noi non vediamo, ma che c’è.

In Mattino a Cape Cod, la donna non aspetta, ma attende qualcosa, Nella radice della parola “attende” (ad + tende, tende a), infatti, a differenza della parola “aspetta”, c’è un una “tensione” a qualcosa di grande (la fonte di luce), anche se Hopper non arriverà mai a dare una risposta definitiva riguardo questo qualcosa di grande (il mistero? Dio?).

Forse il quadro più significativo al proposito è Rooms by the sea, dove questo irrompere del mistero, simboleggiato dal mare, sembra quasi varcare la soglia del realismo, poiché risulta quasi inverosimile la presenza del mare appena fuori da una stanza.

Infine, l’ultimo quadro di Hopper che analizzerei, una sorta di testamento spirituale, è I due commedianti, in cui torna il tema della vita come teatro e come malinconia. Le due persone sulla scena sono probabilmente lui stesso e la moglie Jo (soggetto femminile di gran parte dei quadri di Hopper e compagna di tutta una vita). Il quadro è malinconico perché la vita finisce, così come lo spettacolo, prima o poi, è destinato a finire. La vita è una commedia, Hopper l’ha rappresentata fino in fondo, quasi presentandosi alla fine davanti a noi spettatori a chieder se questa rappresentazione ci ha colpiti.

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