Gabriele D’Annunzio

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di Carlo Zacco

Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938)

Dannunzio.jpgLa vita. Nato a Pescara nel 1863, compose il suo primo libro di versi “Primo Vere” a soli 16 anni. Non finì gli studi e si dedicò al giornalismo ed alla composizione di opere di varia natura e valore. Fu uno degli interpreti più abili delle correnti di pensiero e delle mode letterarie europee, tra le quali l’esasperato sensualismo, l’estetismo raffinato e paganeggiante (“Il Piacere”, 1889), la tendenza ad ignorare la realtà sociale a favore di un mondo spirituale elevato ed esclusivo. Riuscì quindi a proporsi con successo sia nel mondo letterario che in quello mondano, mettendo in atto quell’estetismo (non privo di scandali e polemiche) che il Decadentismo europeo aveva da poco concepito. Terminata la I Guerra Mondiale (durante la quale aveva preso parte ad imprese eclatanti quali la beffa di Buccari ed il volo su Vienna), il suo gusto per i grandi gesti lo portò ad occupare Fiume insieme con un gruppo di volontari. La sua attività politica, quella mondana (tra cui spicca la relazione con Eleonora Duse), come quella letteraria, fecero di D’Annunzio una sorta di “maestro di costume”, un atteggiamento che avrebbe spinto molti a confondere l’eroismo con la violenza e la prevaricazione. Morì nel 1938 nella sua villa di Gardone Riviera, sul lago di Garda.

 

Opere di poesia: Primo vere (1879); Canto novo (1882); Poema paradisiaco (1893); I cinque libri delle Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi, scritti fra il 1903 ed il 1912: Maia (Canto Amebeo della Guerra); Elettra; Alcyone; Merope; Asterope.

 

La musicalità. Se ne Il Piacere e Il fuoco D’Annunzio è fortemente compromesso con gli ideali di superomismo ed attivismo politico che lo hanno reso famosissimo, è nella poesia che raggiunge risultati migliori e più apprezzabili ancora oggi. Nei cinque libri delle Laudi appare la sua grande maestria di artigiano del verso, nell’uso musicale della parola. La musicalità è l’aspetto più importante, e proprio nelle Laudi emerge la sua abilità di lavorare la parola anche su temi ridotti all’osso; è il caso della Pioggia nel pineto, un caso di grande sapienza in cui la pioggia si sente letteralmente in un testo che «non parla di nulla».

Il verso libero. D’annunzio ha un ruolo importantissimo in Italia, poiché egli appare oggi, se non l’inventore, almeno il più grande divulgatore del verso libero. Anche Giampiero Lucini scrive poesie in verso libero, ma non riesce a farlo assimilare al suo pubblico come D’Annunzio; quest’ultimo aveva anche dalla sua parte il grandissimo successo mediatico del suo personaggio. Ma c’è da dire però che D’Annunzio non si è mai liberato pienamente della tradizione, anzi, si è mosso all’interno della metrica tradizionale, ma deformandola e stiracchiandola a tal punto che dopo di lui il verso libero è stato quasi un esito naturale

 

Nel mito le Pleiadi erano le sette figlie che insieme a Pleione, la loro madre, formavano il corteggio verginale di Artemide dedicandosi alla caccia; un giorno inseguite dalla cacciatore Orione chiesero agli dei, poco prima di venire raggiunte, di salvarle, e vennero esaudite: si trasformarono in colombe (pelei£dej) e volarono in cielo formando una costellazione.

Le Laudi. Si tratta di cinque libri di poesia che portano ognuna il nome di una stella delle Pleiadi (dette anche le sette sorelle). I primi tre libri delle Laudi vennero pubblicati nel 1903, tra essi Alcyone (Alcyŏnē < ‘AlkuÒnh) la più importante. Da Alcyone sono tratte le poesie Lungo l’Africo e La sera fiesolana, che fanno parte di un gruppo di poesie ambientate nella campagna fiorentina.

 

Lungo l’Affrico nella sera di giugno dopo la pioggia

 Grazia del ciel, come soavemente

ti miri ne la terra abbeverata,

anima fatta bella dal suo pianto!

  O in mille e mille specchi sorridente

grazia, che da nuvola sei nata

come la voluttà nasce dal pianto,

  musica nel mio canto

ora t’effondi, che non è fugace,

per me trasfigurata in alta pace

a chi l’ascolti.

 

  Nascente Luna, in cielo esigua come

il sopracciglio de la giovinetta

e la midolla de la nova canna,

  sì che il più lieve ramo ti nasconde

e l’occhio mio, se ti smarrisce, a pena

ti ritrova, pel sogno che l’appanna,

  Luna, il rio che s’avvalla

senza parola erboso anche ti vide;

e per ogni fil d’erba ti sorride,

solo a te sola.

  O nere e bianche rondini, tra notte

e alba, tra vespro e notte, o bianche e nere

ospiti lungo l’Affrico notturno!

  Volan elle sì basso che la molle

erba sfioran coi petti, e dal piacere

il loro volo sembra fatto azzurro.

  Sopra non ha sussurro

l’arbore grande, se ben trema sempre.

Non tesse il volo intorno a le mie tempie

fresche ghirlande?

 

  E non promette ogni lor breve grido

un ben che forse il cuore ignora e forse

indovina se udendo ne trasale?

  S’attardan quasi immemori del nido,

e sul margine dove son trascorse

par si prolunghi il fremito dell’ale.

  Tutta la terra pare

argilla offerta all’opera d’amore,

un nunzio il grido, e il vespero che muore

un’alba certa.

 

(Settignano, fine giugno 1902)

 

Il dato. La pioggia è appena caduta e ha sparso delle pozzanghere in cui il cielo si riflette.

Il metro. Ma in pratica che cosa significa musicalità? Intanto qui viene utilizzato uno schema ben preciso e ben consolidato nella più antica tradizione lirica italiana della canzone petrarchesca: Fronte → ABC.ABC; Sirma → cDDx; Inoltre c’è una fitta ripetizione di suoni con assonanze e rime interne;

Prima stanza. questo schema viene tuttavia forzato: innanzitutto dai frequenti enjambement, in secondo luogo dal fatto che spesso fronte e sirma non sono divise da una pausa forte di significato: il rapporto tra sintassi e verso non è dunque quello tradizionale. Lo schema metrico tradizionale viene dunque animato.

Seconda stanza. Qui già cambia qualcosa nella successione delle rime: rimane solo la rima C, tutte le altre vengono eliminate dallo schema e sostituite con assonanze. In quanto al rapporto metro/sintassi non c’è già più alcun tipo di gerarchia, il discorso prescinde totalmente dal metro, rendendo il ritmo più scorrevole e libero.

 

La sera fiesolana

D’Annunzio ha una grande abilità nel rappresentare immagini della natura; la sua abilità nel creare sofisticati effetti musicali è derivata da Baudelaire. Leggeva tutto, era costantemente aggiornato su tutte le novità che uscivano nel panorama europeo, non era limitato alla sola realtà italiana, come la maggior parte del mondo accademico italiano, ed è stato anche accusato di plagio. In ogni caso D’Annunzio è stato in grado di rielaborare tutto in un linguaggio proprio e originale.

 

Fresche le mie parole ne la sera

ti sien come il fruscìo che fan le foglie

del gelso ne la man di chi le coglie

silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta

su l’alta scala che s’annera

contro il fusto che s’inargenta

con le sue rame spoglie

mentre la Luna è prossima a le soglie

cerule e par che innanzi a sé distenda un velo

ove il nostro sogno si giace

e par che la campagna già si senta

da lei sommersa nel notturno gelo

e da lei beva la sperata pace

senza vederla.

 

Laudata sii pel tuo viso di perla,

o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace

l’acqua del cielo!

 

Dolci le mie parole ne la sera

ti sien come la pioggia che bruiva

tepida e fuggitiva,

commiato lacrimoso de la primavera,

su i gelsi e su gli olmi e su le viti

e su i pini dai novelli rosei diti

che giocano con l’aura che si perde,

e su ‘l grano che non è biondo ancòra

e non è verde,

e su ‘l fieno che già patì la falce

e trascolora,

e su gli olivi, su i fratelli olivi

che fan di santità pallidi i clivi

e sorridenti.

Laudata sii per le tue vesti aulenti,

o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce

il fien che odora!

 

Io ti dirò verso quali reami

d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti

eterne e l’ombra de gli antichi rami

parlano nel mistero sacro dei monti;

e ti dirò per qual segreto

le colline su i limpidi orizzonti

s’incurvino come labbra che un divieto

chiuda, e perché la volontà di dire

le faccia belle

oltre ogni uman desire

e nel silenzio lor sempre novelle

consolatrici, sì che pare

che ogni sera l’anima le possa amare

d’amor più forte.

 

Laudata sii per la tua pura morte

o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare

le prime stelle!

 

(Capponcina di Settignano, 17 giugno 1899)

Da: Gabriele d’Annunzio, Le laudi. Alcyone,

in Poesie Teatro Prose, a cura di M. Praz e F.

Guerra, MilanoNapoli, Ricciardi, 1980

 

 

Tre strofe, senza punteggiatura: un flusso continuo che compatta tutta la stanza; si tratta di uno stile che richiama Wagner e la tecnica del Durchcomponiert e della melodia infinita. A differenza della poesia precedente qui non è già più possibile rilevare alcuna affinità con la canzone tradizionale se non nella divisione in strofe di uguale misura: non c’è una divisione tra fronte e sirma, non c’è divisione in piedi o volte.

Prima stanza: i versi 4° e 9° sono ipermetri, e possono, alla lontana, essere computati come doppi settenari; le rime non cadono con regolarità; manca la punteggiatura e le rime firmano quasi una punteggiatura interna; la disposizione dei versi e delle rime non si lascia ricondurre allo schema della canzone tradizionale. Nella strofetta-ritornello c’è una ripresa di rime (perla/vederla) che richiama la forma della ballata, e guarda caso il teso cita chiaramente S.Francesco. C’è forte allitterattività: es. il fruscio che fan le foglie, l’allitterazione di f mima in suono delle foglie, effetto fonosimbolico; e l’insistenza su certi suoni crea una sorta di sottofondo che accompagna il discorso rendendolo più suadente, più carezzevole.

Seconda Stanza. Le ripetizioni su…su, e le anafore e…e…e…: si parla della pioggia e questi espedienti creano un movimento quasi iconico del continuo battere della pioggia, una sorta di ostinato (vedi, anzi, senti il preludio La goccia di Chopin);

C’è una citazione di Verlaine [vedi sotto]: Ô bruit doux de la pluie che viene praticamente tradotto: la pioggia che bruiva; è un evidente collegamento intertestuale.

Terza stanza. Brevi pause all’inizio ma poi il discorso corre in blocco fino alla fine.

Ritornello. Preso da S.Francesco, ma mentre quello del santo era una lode alle cose sacre, questa è a cose profane: sacro/profano, un binomio che d’annunzio attua sempre volentieri.

 

Paul Verlaine

Ariettes oubliées, III

Il pleure dans mon cœur

Comme il pleut sur la ville ;

Quelle est cette langueur

Qui pénètre mon cœur ?

 

Ô bruit doux de la pluie

Par terre et sur les toits !

Pour un cœur qui s’ennuie

Ô le chant de la pluie !

 

Il pleure sans raison

Dans ce cœur qui s’écœure.

Quoi ! nulle trahison ?…

Ce deuil est sans raison.

 

C’est bien la pire peine

De ne savoir pourquoi

Sans amour et sans haine

Mon cœur a tant de peine !

 

La raccolta Romances sans paroles (1874) è divisa il 3 parti:

1. Ariettes Oubliees,

2. Paysages Belges,

3. Aquarelles,

Il pleure dans mon coeur è la 3° delle Ariettes;

 

 

 

 

La pioggia nel pineto

 

Anch’essa in Alcyone. Lungo componimento in 4 strofe di 32 versi ciascuna; versi brevi e versicoli, non c’è uno schema fisso di rime, ma un fittissimo reticolo di assonanze e rime interne, di anafore, di allitterazioni: tutte figure intese a riprodurre il ritmo ostinato e suadente della pioggia.

 

Considerazioni finali.

 

In questi testi c’è Verlaine: il rinnovamento alimentato dalla nuova sensibilità decadente e dalla nuova temperie filosofica e umana, in Italia si sviluppa in termini di estetismo e musicalismo; anche se l’immagine più nota di d’annunzio è quella superomistica e filofascista, ci sono anche altri aspetti di questo autore, opposti a questa immagine negativa, squisitamente poetici, che non possono essere trascurati. Vero è che Croce lo definiva «dilettante della sensazione», e per certi versi ha ragione: proviamo infatti a paragonare d’annunzio ai grandi poeti decadenti:  a) Baudelaire: d’annunzio recepisce da lui l’atteggiamento di alterigia e disprezzo per la società borghese, ma non ciò che sta alla base di questo disprezzo, ovvero il disagio di fronte ad una società mutata troppo in fretta, il disagio dell’uomo nei confronti della spersonalizzazione urbana; b) Rimbaud: anche in d’annunzio c’è un anelito verso l’ignoto, ma se per Rimbaud questo ignoto è gravato da un ombra di mistero, ed è nel dominio dell’inconscio, per d’annunzio l’ignoto è qualcosa di concreto e conquistabile, anzi, sicuramente da arraffare e sbranare violentemente quanto prima; c) Mallarmè: come sappiamo il più grande contributo di Mallarmé alla poesia moderna, e che affonda le sue radici nel decadentismo, è la ricercatezza stilistica e musicale, e in questo d’annunzio non deve prendere lezioni da nessuno, ma anche in questo caso a d’annunzio manca completamente una cognizione di poesia assoluta che era il fondamento di partenza delle ricerche stilistiche di Mallarmè: ancora una volta d’annunzio prende solo la crosta esteriore; d) Verlaine: è l’autore più vicino a d’annunzio: cantore delle gioie della vita, del maledettismo, mette in campo motivi diversi e sempre in modo giocoso e risolti sempre in modo musicale: il punto di contatto con Verlaine è proprio il musicalismo.

Questo se paragoniamo d’annunzio ai grandi decadenti francesi, ma abbiamo detto che alcuni fattori di questo poeta, nell’economia della poesia italiana del novecento non possono essere trascurati, ebbene: dobbiamo riconoscere a d’annunzio il fatto di aver profondamente rinnovato la lirica moderna italiana, pur rimanendo legato alla tradizione: ad esempio, se da un lato non esce mai dalla strofa (elem. tradizionale) dall’altro inserisce degli elementi deformanti tipicamente moderni allungando o accorciando i versi, ovvero alternando l’endecasillabo col doppio settenario o col novenario (verso “riabilitato”, ma in modo nuovo, dopo la cacciata operata da Dante): a d’annunzio si deve uno sconfinamento graduale in direzione del verso libero, cosa non facile in un Italia così gravata dal peso di quella illustre tradizione. Altro esempio: la poesia l’onda, poesia in un’unica strofa di 100 versi: ecco qui tradizione assicurata anche da un riferimento numerologico di antica data, a innovazione. È la sua un’ innovazione che gli scapigliati non raggiunsero mai.

Alcuni vorrebbero dimenticarsi di questo autore così antipatico, ma dobbiamo riconoscere che a suo modo ha pur sempre portato in Italia delle innovazioni capitali per lo sviluppo della lirica moderna. Dopo il fenomeno D’Annunzio la poesia non è stata più la stessa, è stato impossibile non fare i conti con lui; nonostante la sua personalità e la sua condotta così sfacciatamente riprovevole, d’annunzio è stato un mediatore culturale attentissimo, che ha aperto in Italia una finestra su ciò che succedeva all’estero, e non possiamo non riconoscere questo grande merito, poiché sappiamo quanto l’Italia, nonostante la sua apparente esterofilia, sia così pigra nel guardare a modelli stranieri eccellenti: si può dire che senza d’annunzio, un Montale o un Ungaretti non sarebbe stato nemmeno pensabile.

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