Gabriele D’Annunzio

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“Mio caro compagno, il dado è tratto! Parto ora. Domattina prenderò Fiume con le armi. Il Dio d’Italia ci assista. Mi levo dal letto, febbricitante. Ma non è possibile differire. Anche una volta lo spirito domerà la carne miserabile. Sostenete la causa vigorosamente, durante il contatto Vi abbraccio.

 11 settembre 1919

Questa lettera fu scritta da D’Annunzio annunciando a Mussolini che egli dava inizio all’impresa di Fiume, sulla quale, secondo D’Annunzio, l’Italia doveva rivendicare i propri diritti. D’Annunzio, insieme ad un gruppo di ufficiali ed un contingente di circa mille uomini, marcarono su fiume senza sostanziali ostacoli e difficoltà. D’Annunzio si nomina capo del corpo di spedizione e il 12 Settembre 1919 entrò a Fiume. Le truppe alleate di stanza nella città non opposero resistenza e sgomberarono il territorio chiedendo l’onore delle armi. Il 20 Settembre dello stesso anno D’Annunzio ottenne i pieni poteri e cominciò a firmare decreti qualificandosi “comandante della città di Fiume”. Il 16 Ottobre 1919 le truppe regolari dell’esercito continuarono a bloccare la città e D’Annunzio dichiara Fiume “piazzaforte in tempo di guerra” applicando in questo modo tutte le leggi del codice militare. Inoltre, il plebiscito del 26 Ottobre segna il trionfo di D’Annunzio che ottenne 6999 voti favorevoli e 156 contrari su 7155 cittadini di Fiume votanti. Sull’onda del successo, D’Annunzio esprime a Mussolini un proprio progetto: marciare su Roma alla testa dei suoi uomini e impadronirsi dei potere. Mussolini lo dissuade e lo convince che la cosa finirebbe in un fallimento. In realtà la marcia su Roma è il suo grande sogno ma egli vuole ancora aspettare perché intende essere il solo condottiero di quella marcia, e non certo l’articolista di D’Annunzio, in questo momento più popolare di lui. Nel frattempo le potenze alleate ammoniscono il governo italiano sulle complicazioni che l’impresa fiumana può portare nelle trattative ma la loro presa di posizione è abbastanza moderata, tale da indurre Nitti a non intervenire con la forza contro D’Annunzio ma a intavolare con lui pacifici negoziati. Arriviamo così alla vigilia delle elezioni. D’Annunzio riprende la sua attività espansionistica ed il 14 novembre sbarca a Zara, debolmente contrastato dal governatore militare. Occupata Zara, D’Annunzio riparte pochi giorni dopo lasciando una guarnigione a presidiare la città, mentre corre voce che egli stia per tentare altre imprese del genere a Sebenico ad a Spalato. Gli italiani vanno alle urne ignorando le ultime imprese di D’Annunzio, perché il governo blocca la notizia attraverso la censura, temendo che il nuovo fatto d’armi possa mutare il corso della consultazione. Le elezioni dei 1919 vedono la sconfitta dei fascisti e nel giugno dei 1920 Giolitti subentra come Presidente dei Consiglio a Nitti. Il 1920 vede la conclusione definitiva dell’avventura fiumana di Gabriele D’Annunzio. I rappresentanti delle potenze alleate si riuniscono a Rapallo. Il 12 novembre viene firmato un trattato che dichiara Fiume stato indipendente e assegna la Dalmazia alla Jugoslavia tranne la città di Zara che passa all’Italia. Il “poeta soldato” viene invitato ad andarsene da Fiume. Questa volta l’esercito e la marina italiana non potranno più mostrarsi compiacenti con D’Annunzio. Il generale Enrico Caviglia viene inviato a Fiume per far sgomberare la città dagli occupanti. E’ Natale. D’Annunzio dichiara che quello sarà un Natale di sangue e promette che verserà anche il suo, ma il generale Caviglia ordina ad una nave da guerra di aprire il fuoco contro il palazzo del governo. Le prime bordate segnarono la fine dell’avventura di D’Annunzio che se ne va. I suoi legionari lo seguono. Portano una divisa che diverrà famosa: camicia nera sotto il grigioverde e fez nero.

 

D’Annunzio, autore del messaggio lanciato su Vienna il 9 agosto, e comandante dello squadrone che rischiò la vita per fare bella figura, fu un personaggio che sovrastò questo spettacolo dalla trincea. Il suo campo d’azione non si limitò al cielo, egli lanciò un’impronta anche in azioni navali e di terra. D’Annunzio si conquistò la fama di essere grande poeta – soldato della guerra. E tuttavia le sue azioni da grande soldato sono altrettante espressioni di un superomismo principale, velleitario. Un velleitarismo che in D’Annunzio si nutre anche del contrasto tra l’infinito proiettarsi della sensualità e il suo soddisfacimento, fra la tensione dello stile e il raggiungimento dell’espressione. Questa sproporzione si incarna nel nazionalismo passionale e retorico di cui Crispi fu la prima espressione politica. In di si determina quel fenomeno che Lukacs considera caratteristico della letteratura decadente: lo smarrimento della differenziazione (nella categoria della possibilità) fra possibilità astratta e concreta. Così i suoi superuomini sono stranamente divisi fra l’altezza degli scopi che si propongono e l’incertezza di poterli raggiungere, fra la tensione spasmodica della volontà e un desiderio di tregua. D’Annunzio ricorse al Superuomo per formarsi un senso della vita, che sentiva mancargli. Egli non si contentava, come uomo, di essere un sensuale, senz’altro, o meglio solo una voce destinata ad esprimere particolarmente la vita del mondo fisico. Aveva bisogno di una più alta, più comprensiva, più larga concezione del mondo. Il Superuomo dannunziano sa che il mondo è il suo giardino, di cui egli può cogliere tutti i frutti: i frutti son proprio fatti apposta per lui, disposti per la soddisfazione del suo infinito desiderio. Così scrive, infatti, D’Annunzio: “La vita è una specie di sensualità diffusa, una conoscenza offerta a tutti i sensi, una sostanza buona da fiutare, da palpare, da mangiare. Gli uomini di intelletto, educati al culto della bellezza, conservano sempre una specie di ordine, anche nelle peggiori depravazioni.” Infatti il Superuomo dannunziano sa che la sua natura, tutto ciò che esiste, è fatto per essere configurato da lui in forme di bellezza, e l’opera del poeta continua quella della natura. Il Superuomo è onnipotente e non ha legami di sorta intorno a sè; il mondo in cui egli vive non è il nostro o simile al nostro; è una costruzione particolare in cui sono aboliti i rapporti delle cose; vi domina con l’antistoricità, l’astrazione, e l’arbitrio. L’unica armonia che il poeta avesse potuto recarvi dentro era una subordinazione d’ogni cosa al punto di vista del Superuomo stesso. La scoperta di Nietzsche costituisce la conclusione quasi necessaria di tutta la sua avventura estetica. Si potrebbe persino dire che il suo nietzscheanesimo preesiste, come un fatto istintivo, alla conoscenza del filosofo e delle sue opere. Si riconosce che l’esperienza del Superuomo dà a D’Annunzio la rivelazione definitiva di se stesso, e in modo tale poi che sarà impossibile, anche nei momenti della poesia vera, distinguere le immagini della sua umanità sensuale dal segno di Zarathustra. Anche nel D’Annunzio, insomma, vi è alle radici stesse della sua esaltazione della vita, una disposizione nichilistica, la quale non può trascendere se stessa se non trasfigurando la realtà dell’istante in un’apparenza assoluta; e ciò spiega perché, indipendentemente dalle sue dichiarazioni programmatiche, che puntano se mai sugli aspetti più chiassosi del nietzscheanesimo e sulla loro degradazione a mistica politica, egli si trova di fatto d’accordo con il profeta di Zarathustra nell’attribuire all’arte, una volta scomparso ogni residuo di mondo soprasensibile, il ruolo unico di uno stimolo vitale, che si afferma come valore supremo dell’uomo. Così l’atto poetico, eretto sulla coscienza più o meno chiara del nulla, crea alla volontà un sistema di forme possibili, a partire dalle quali la “volontà di potenza” si libera solo verso se stessa. D’altro canto, allorché si ragiona della poesia dannunziana, il pensiero di Nietzsche può servire al lettore di oggi non solo per individuare le matrici profonde di una letteratura che si converte in azione perché non esiste nulla al di fuori di essa, ma anche per coglierne certe strutture fondamentali. C’è da aggiungere, però, che il mito dannunziano, rimane sempre un tentativo intimamente problematico, di trasferire la coscienza moderna, riducendola ad acre energia animale, in una presenza sciolta dal tempo.

D’Annunzio si indirizza quindi verso una concezione super umana. Secondo il critico Carlo Salinari l’idea del superuomo non ha solo origine nella psicologia individuale di D’Annunzio, ma anche in un preciso terreno storico, negli atteggiamenti della classe dirigente e degli intellettuali di fine secolo, che a loro volta si inserivano in una data situazione sociale ed economica. Il superuomo dannunziano, al suo primo apparire, presenta alcune caratteristiche che potrebbero così riassumersi: culto dell’energia dominatrice sia che si manifesti come forza (e violenza) o come capacità di godimento o come bellezza; ricerca della propria tradizione storica nella civiltà pagana, greco-romana, e in quella rinascimentale; concezione aristocratica del mondo e conseguente disprezzo della massa, della plebe e del regime parlamentare che su di essa è fondato; l’idea di una missione di potenza e di grandezza della nazione italiana da realizzarsi soprattutto attraverso la gloria militare; giudizio totalmente negativo sull’Italia post-unitaria e necessità di energie nuove che la sollevino dal fango; concetto naturalistico, basato sul sangue e sulla stirpe ed altri elementi fisici, sia della nazione sia del superuomo destinato a incarnarla e a guidarla. Nei momenti di stanchezza, in cui la tentazione superomistica si allenta e il poeta si ripiega su di sè e prende provvisoriamente coscienza del suo velleitarismo e sente “dalle profonde viscere l’amarezza, con una nausea improvvisa, e rimane ad assaporarla con una specie di rassegnazione cupa”. Al contrario, oggi, la critica non considera più il superuomo una sorta di capriccio letterario, di sovrapposizione esterna, di astrazione intellettualistica, ma si accinge a una valutazione storica e scientifica dell’opera dannunziana; essa è messa sull’avviso dal fatto che lo scrittore abruzzese considerava apertamente questo periodo come il punto d’arrivo della sua evoluzione e dei suoi esperimenti precedenti, che il periodo superomistico non si esaurisce rapidamente come altri momenti ma abbraccia la totalità della produzione posteriore. Il superuomo non nasce isolato ma all’interno di un movimento che comprende le due riviste più importanti degli ultimi anni del secolo, il “Convito” di Roma e il “Marzocco” di Firenze, che esso corrisponde evidentemente ad orientamenti profondi dello spirito pubblico italiano del tempo e non a caso sorge in un momento di crisi acuta della società italiana, alla fine del governo di tipo autoritario instaurato da Crispi e alla vigilia della sconfitta di Adua. Dei vari elementi che concorrono a formare il superuomo è proprio quest’ultimo quello che maggiormente colpisce lo storico oggi: l’aderenza delle posizioni dannunziane ad atteggiamenti ch’erano venuti maturando in alcuni gruppi della classe dirigente e degli intellettuali nei decenni successivi all’unità d’Italia. È dunque in questo sviluppo della realtà italiana e di quella parte dello spirito pubblico che ad essa si opponeva e da essa veniva alimentato, è nell’intreccio dei sentimenti delle generazioni posteriori all’unità d’Italia, nella corruzione operatasi con le vicende della storia nostra ed europea dei grandi miti risorgimentali che possiamo ora riconoscere, senza sforzo, una delle componenti di quei motivi che stanno alla base del superuomo dannunziano : la potenza, la guerra, la gloria, il disprezzo per le plebi, la concezione aristocratica del mondo, l’idea di Roma e della missione dell’Italia, il culto della bellezza.  Suggestioni nietzscheane si mescolano con occasioni nazionalistiche e con il consueto estetismo della parola nel romanzo “Il trionfo della morte” (1894); ma il manifesto del Superuomo dannunziano è il romanzo “Le vergini delle rocce” (1896), dove il pensiero di Nietzsche, svuotato dei suoi motivi più profondi, è ridotto all’egotismo, al disprezzo della plebe e al compiacimento della violenza e della guerra. Dal messaggio politico delle “Vergini delle rocce” si passa, con “Il fuoco” (1900), al messaggio poetico del superuomo, sullo sfondo decadente di una Venezia autunnale. Il motivo del Superuomo domina anche nella prima produzione teatrale di D’Annunzio, da “La città morta” (1898), una tragedia pervasa da un incubo oppressivo sullo sfondo di una “Argolide sitibonda”, a “La gioconda” (1898) e “La gloria” (1899). Ma l’esito più significativo di tale ideologia è costituito da “Maia o Laus vitae” (1903), primo libro delle “Laudi del Cielo del Mare della Terra e degli eroi”: è un carme di 8400 versi, che narra il pellegrinaggio del poeta, moderno ulisside, in Grecia; nell’ispirazione panica del poema, l’esaltazione dell’Ellade si congiunge con la celebrazione della civiltà borghese e della macchine e con il disprezzo verso la “sterile plebe”. La retorica politica pervade anche il secondo libro delle Laudi, “Elettra” (1904), dove si celebrano, nell’ottica della “romanità”, le “città del silenzio” e gli eroi del pensiero, dell’azione e dell’arte, e si esalta la pace sociale. Dai personaggi del poeta, protagonisti di tali opere, emerge chiaramente che il Superuomo è il dominatore di un mondo al di là del bene e del male, che l’istinto è la sola verità, che la morale è una menzogna, che il dominio è l’unica legge, che avvicinandosi alla belva l’uomo supera l’uomo, si accosta all’eroe …,e come dunque sia necessario oltrepassare l’umano, cioè andare oltre il cristianesimo che afferma la coscienza del male. Bisogna liberarsi insomma di quella etica, che vieta la lussuria, porre l’arbitrio di poter osare tutto ciò che risuona come piacere. Idee queste che ritroviamo espresse arbitrariamente nelle opere del D’Annunzio, attraverso lunghe dissertazioni dei suoi personaggi, che celano una tremenda aridità interiore, dal momento che il poeta e lo scrittore non riesce ad ammetterle nella sostanza viva di ciò che vorrebbe concretamente rappresentare.

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