I crepuscolari

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di Carlo Zacco

La nuova poesia. I crepuscolari aprono in Italia la stagione della lirica nuova, la lirica in senso stretto come espressione dellio, della persona dell’autobiografia. Anceschi tenta di definire che cosa sia la lirica nuova, e parla di una poesia che si risolve interamente nella lirica. E dal ‘700 in poi che la poesia si apre ad esperienze diversificate: civili, patriottiche, risorgimentali: insomma, alla voce di un io collettivo che ben è rappresentato da certi versi di Foscolo, Manzoni, Carducci: è una gamma espressiva molto varia ma che spesso escude lio. Nel decadentismo il poeta si stacca dalla società e non si fa più portavoce di sentimenti collettivi e condivisi, ma privatissimi, affermando il sé. D’Annunzio e Pascoli danno avvio a questa tendenza che nel Novecento sarà maggioritaria: nel novecento la poesia si va via via identificando con la lirica: poesia = lirica; non più grandi costruzioni monumentali, ma piccoli gioielli. Il poeta non pretende più di essere espressione della società, ma al massimo vuole esprimere la propria sofferenza di fronte ad una società cui sente di non appartenere fino in fondo.

Il buon messaggio

“E le piccole foglie in cima ai rami

  di primavera? e il cielo così grande?

  e i fanciulli? e le tombe venerande?

  e la madre? e la casa che tu ami?”

Venir può da tal voce, anche una volta,

  questo bene! – O sorella, dunque in cima

  ai rami, ai rami teneri, è la prima

  foglia? e brilla? E tu hai dunque raccolta

la rugiada nel cavo de la mano?

  Son queste, è vero?, cose ancóra buone.

  E tu cantasti già qualche canzone

  a la madre pensosa d’un lontano?

Non pianga. Tornerà quel suo figliuolo

  a la sua casa. È stanco di mentire.

  Tornerà. Né vorrà più mai partire:

  certo, più mai. Da troppo tempo è solo.

[]

Un D’Annunzio crepuscolare. Sembra strano ma anche D’Annunzio passa attraverso una stagione crepuscolare: è la stagione del Poema paradisiaco, del 93, che risente di una ‘spiritualità decisamente diversa da quella a cui siamo abituati, e assimilabile agli scrittori russi, che D’Annunzio ben conosceva e che da grande mediatore culturale quale è stato ha letto e portato in Italia (Tolstoij, Dostoevskij): D’Annunzio li legge e ne imita il desiderio di distacco dalle passioni e dai piaceri mondani; emerge una dimensione familiare, modesta, semplice, dai toni pacati, colloquiali, che anticipa la stazione dei crepuscolari veri e propri. Per farci un idea possiamo leggere i primi versi della poesia Il buon messaggio: è questa una modalità di scrittura completamente diversa; il poeta parla della madre, della sorella, le rassicura del suo imminente ritorno, dice che è «stanco di mentire»: sarà una confessione? non lo sappiamo, sta di fatto che dopo il poema paradisiaco D’Annunzio è tornato a scrivere la stessa poesia violenta e a fare le stesse spacconate che faceva prima. In ogni caso qui sente il bisogno di tornare alle cose vere e oneste, e il linguaggio si adegua a questa intenzione tramite forme allocutive, domande, discorso in seconda persona. Avrebbe potuto usare la prosa, tuttavia fa in modo che certe cose siano dette dal verso, e non dalla prosa. Lincipit di Il buon messaggio è tra l’altro una ripresa palese dell’attacco de I fratelli Karamazov di Dostoevskij.

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