I Remedia amoris in diversi autori, Lucrezio, Ovidio e altri


dal Percorso sull’amore nei classici

di Giovanni Ghiselli

Come può avvenire la guarigione dalla piaga e dalla follia amorosa? Lucrezio , Ennio ed Empedocle . Un elogio della Sicilia. Epicuro, Lucrezio e la considerazione razionale della natura ( naturae species ratioque). La ragione secondo Proust non arriva a spiegare tutto. Il IV libro del De rerum natura è un’antologia di tovpoi negativi sull’amore. Analisi dei vv. 1073-1191. Lo stesso atto sessuale è congiunto alla frustrazione, al dolore e alla pena. L’amore possessivo non è amore.

 Lucrezio, Platone, Cicerone, Leopardi e Schopenhauer.

Le nozze di Figaro:  Aprite un po’ quegli occhi uomini incauti e sciocchi”. Il medesimo argomento può essere impiegato in modi diversi, addirittura per sostenere tesi contrapposte, anche dal medesimo autore. Così fa Ovidio  nell’ Ars amatoria e nei Remedia amoris  a proposito dei difetti delle donne. Con l’adulazione si può sedurre persino una vestale: Dostoevskij.

 Petrarca e Machiavelli. Di nuovo Lucrezio. Il lamento davanti alla porta chiusa (  paraklausivquron). Callimaco e Properzio. Il paraklausivquron rovesciato nel Processo di Kafka. L’attesa dell’innamorato con angoscia e senza. L’amore come superstizione, anzi come superstizione caratteristica delle donne. Alcuni classici dell’antifemminismo. Esiodo, Semonide, Euripide, Leopardi, Schopenhauer, Weininger.

 I Remedia amoris di Ovidio. Proemio del poemetto. (1-78). Antologia dei Remedia amoris . E’ bene togliere di mezzo l’otium. Egisto amò e andò in rovina siccome non aveva niente da fare. Si possono coltivare i campi o andare a caccia. Il tovpo” della inutile mutatio locorum viene ribaltato. Il motivo dei favrmaka inutili. La donna che preferisce il venditore ambulante o il gladiatore all’uomo civile. Ovidio e Giovenale. Il tovpo” dell’invidia. L’elegia, come ciascun genere, ha il suo registro, i suoi temi e il suo metro. Un consiglio sbagliato. Il tema dell’impotenza e quello del piacere. Un assaggio del Satyricon. Conviene osservare i difetti dell’amante fino alla nausea. Ovidio e D’Annunzio. E’ opportuno avere più di un’amante. Ovidio, Meleagro, Properzio e Svevo il quale del resto dà il suggerimento opposto: “un’amante in due è l’amante meno compromettente” (Una vita). Consigli di simulazione. Il paraklausivquron anomalo di Ovidio. L’amore che insegue chi fugge e viceversa: Callimaco, Orazio, Ovidio, Goldoni, Dostoevkij, Proust, Pavese. Il fiore non colto è più bello e desiderabile: Ariosto, Tolstoj, Gozzano. Chiodo schiaccia chiodo, ma quattro chiodi fanno una croce. Loca sola caveto . Bisogna evitare i luoghi isolati. Fillide, Arianna e la catena letteraria. Bisogna fare attenzione al contagio. Evitare la domina. Non parlare di lei. Rifiuto dell’ odi et amo. E’ meglio lasciarsi in pace evitando giudici e avvocati. L’amor proprio. Guardarsi dalle lacrime delle donne che sono a buon mercato come le bugie (Shakespeare). Apprezzamenti delle lacrime in Euripide. Non si devono rileggere le lettere del tempo dell’amore. E’ bene allontanare le immagini. Il surrogato funereo di Laodamia e Admeto. Bisogna evitare i luoghi “consci” dell’amore perduto. Cenere, fuoco e amore in Ovidio e D’Annunzio. Un platonismo applicato ai Remedia . La ricchezza è un’occasione per l’amore sregolato, ma non per questo viene raccomandata la povertà. Rassegna dei poeti d’amore: Callimaco, Filita, Anacreonte, Tibullo, Properzio, Gallo. Leopardi su Ovidio.

Bisogna evitare la gelosia escludendo o ignorando la presenza di rivali. Non è il caso di mangiare cibi afrodisiaci: cipolla e rucola che fa saltare.

Gli stessi che invece vengono consigliati nell’Ars amatoria con l’aggiunta di altri: uova, miele e pinoli. Il vino nei Remedia e in Apuleio. Epilogo del poemetto. Il rimedio migliore è la moralizzazione del rapporto amoroso: Musil . Dalla donna che ci fa soffrire comunque si impara: Proust. Il rispetto: Moravia, Buzzati e Fromm. L’antistrofe del III Stasimo dell’Antigone. 

 

Partiamo da Lucrezio dandone qualche notizia. Del poeta, vissuto tra il 94 e il 50 a. C., ci è arrivato un poema didascalico in esametri, diviso in sei libri lunghi, ossia tutti superiori ai mille versi. Il genere fu iniziato da Esiodo, ma il poeta latino risente anche dell’entusiasmo profetico dell’agrigentino Empedocle che pure scrisse un poema Sulla natura , e di Ennio, onorato come archetipo della poesia latina: Ennius ut noster cecinit qui primus amoeno/detulit ex Helicone perenni fronde corona,,/ per gentis Italas hominum quae clara clueret” (I, 117-118), come cantò il nostro Ennio che per primo portò giù dall’ameno Elicona una corona dalle fronde perenni, la quale brillasse luminosa per le genti degli uomini italici.-gentis=gentes.-ut cecinit : si riferisce all’accoglimento da parte di Ennio della dottrina della metempsicosi che invece viene respinta da Lucrezio il quale”distingue il proprio dissenso filosofico antipitagorico dalla simpatia letteraria. Senz’altro Ennio è il poeta più imitato da Lucrezio (e forse anche amato: noster ha una carica anche affettiva)” [1] .

 “La voce vaticinante di Empedocle, il poeta che aveva conosciuto i segreti della natura, echeggia ora nei versi di Lucrezio ansioso di farsi ‘vate di verità‘. Empedocle diventa la figura (la figura letteraria) di una poesia filosofica impegnata quanto una profezia” [2] .

Abbiamo già incontrato più di una volta Empedocle : “Lucrezio lo giudica esemplare come poeta (vv. 729-733), al punto da meritare gli accenti entusiastici e innologici riservati al solo Epicuro (cfr. i vv. 731-733 con gli elogi dei proemi III, V e VI)invece inattendibile come filosofo (vv. 740 sgg.), in quanto assertore dei quattro principi non solidi, deperibili e tra loro inconciliabili. La nascita dei corpi, secondo tale teoria, si avrebbe con l’unione dei principi (“Amore”, Storghv, e la morte con la loro separazione (“Odio”, Nei’ko” )” [3] .

 L’elogio di Empedocle di Agrigento comprende anche la sua terra siciliana: ne riporto alcuni versi, per siculofilia e per euripidofilia: infatti secondo me uno di questi ricorda, almeno concettualmente, un passo delle Troiane del drammaturgo ateniese :”Quae cum magna modis multis miranda videtur/gentibus humanis regio visendaque fertur,/rebus opima bonis, multa munita virum vi,/nil tamen hoc habuisse viro praeclarius in se/nec sanctum magis et mirum carumque videtur” (I, 725-730), questa regione mentre appare in molti modi grande e ammirabile alle genti umane e si dice che deve essere visitata siccome ricca di cose buone e munita di gran forza di uomini, tuttavia nulla sembra avere avuto in sé più glorioso di quest’uomo, né di più santo, meraviglioso e prezioso.-multa munita virum vi: doppia allitterazione. Questa abbondanza di uomini forti, precisamente di atleti, viene attribuita all’isola anche dal Coro delle prigioniere Troiane che si augurano come male minore di finire nella terra di Teseo, ossia ad Atene, oppure nella valle del Peneo ai piedi dell’Olimpo, e, come terza ipotesi augurabile di essere portate nell’etnea terra di Efesto, posta davanti a Cartagine, madre dei monti Siculi della quale si sente dire “kavrussesqai stefavnoi” ajreta’” “( Troiane, v. 223) che viene celebrata per le corone del valore. Questo dramma è del 415, lo stesso anno della spedizione in Sicilia e non è del tutto chiaro se l’autore abbia voluto scoraggiare gli Ateniesi dall’impresa. Probabilmente Lucrezio ha in mente le tragedie, quella letteraria e quella storica di Siracusa.       

 La dottrina illustrata dai versi  di Lucrezio dunque è quella di  Epicuro che viene celebrato come un eroe liberatore dell’umanità, attraverso quattro elogi situati in quattro libri (I, III, V, VI). Lo scopo è quello di  contribuire ad affrancare l’umanità dalle tenebre dai terrori dell’animo che derivano dalla religio e più in generale dal difetto della conoscenza razionale della natura ( naturae species ratioque , I, 148).

L’amore è una delle superstizioni, almeno una superfetazione emotiva che equivale a una malattia dell’animus (la nostra parte razionale) e va estirpato come un morbo maligno.

Abbiamo già visto, parlando dell’amore come ferita, che Tizio straziato dagli uccelli nel Tartaro [4]  è allegoria della  passione amorosa, la proiezione, in una seconda vita presunta, di una delle peggiori angosce tra quelle che devastano la vita terrena. Altre sono la paura degli dèi, l’ambizione politica e l’insaziabilità che fanno immaginare le orribili pene di Tantalo, di Sisifo e delle Danaidi. Sicché è qui sulla terra che diventa infernale la vita degli stolti:”Hic Acherusia fit stultorum denique vita ” (III, 1023).

Nel  IV libro il poeta latino mostra tutta la penosità dell’amore, quindi ne smonta le cause affermando che gli uomini ingannati dai sensi attribuiscono alle donne pregi di cui le disgraziate sono sprovvedute.

A proposito del tovpo” della piaga i vv. 1068-1072 sono stati utilizzati nel VII capitolo .

Lì abbiamo visto che il primo consiglio “terapeutico” è quello di confondere le piaghe antiche con le recenti e curare queste con una “Venere vagabonda”.

  Procediamo dal v. 1073 del IV libro.

 Lucrezio consiglia di fruire delle gioie di Venere senza innamorarsi, tenendo il piacere sotto il controllo della ratio :” Nec Veneris fructu caret is qui vitat amorem, /sed potius quae sunt sine poena commoda sumit./Nam certe purast sanis magis inde voluptas/quam miseris ” (IV, 1073-1076), non rimane senza il frutto di Venere chi schiva l’amore, ma piuttosto ne prende i vantaggi senza la pena. Infatti  il piacere che viene di lì è più puro per gli equilibrati che per i dissennati.

Comunque Venere quale ipostasi della voluptas è il timone del mondo, come si legge nel proemio e senza la sua presenza non si può nemmeno poetare:”Quae quoniam rerum naturam sola gubernas/nec sine te quicquam dias in luminis oras/exoritur neque fit laetum neque amabile quicquam,/te sociam studeo scribendis versibus ess/quos ego de rerum natura pangere conor.  ” (I, 21-24), e siccome tu sei la sola che governi la natura/né senza te alcuna cosa sorge alle luminose spiagge/del sole, né niente si fa di lieto e amabile,/voglio che tu sia compagna allo scrivere i versi/che io cerco di comporre sulla natura.-De rerum natura :” è il titolo dell’opera e rende il Peri; fuvsew” , titolo del poema di Empedocle e dell’opera fondamentale, oggi perduta, di Epicuro (in ben 37 libri)” [5] . Il lepos , il fascino di Venere è necessario anche ai versi del poeta perché vengano letti:” Quo magis aeternum da dictis, diva, leporem ” (I, 28), tanto più concedi, o dea, fascino eterno alle parole.               

Il proemio però, si è detto, è “fuoritesto”, ossia alquanto anomalo rispetto all’insieme del poema.

Qui nel IV canto l’autore precisa che bisogna mangiare la piacevole esca senza essere presi dall’amo cui rimangono attaccati i miseri, dibattendosi in convulsioni atroci.

Si è già notato che da Catullo in avanti miser  è la vittima della passione amorosa che è una forma di  insania e, secondo Lucrezio, può essere spiegata, contrastata e annullata dalla ragione. 

Molti autori moderni invece ci hanno chiarito che la ragione non arriva a spiegare tutto, e tra gli enigmi irrisolvibili  c’è il grande mistero dell’amore. Un fine osservatore di questo miracolo è Proust:”per tutti gli avvenimenti che nella vita e nelle sue contrastate situazioni riguardano l’amore, la miglior cosa è non cercare di comprendere, perché in quello che essi hanno sia d’inesorabile come d’insperato sembrano retti da leggi magiche piuttosto che razionali” [6] . Del resto l’irriducibilità di eros agli schemi angusti dell’intelletto era già stata affermata da Platone, come s’è visto in precedenza. 

Procediamo nel IV libro del De rerum natura dove troveremo  un’antologia di tutti i tovpoi negativi su Eros: dall’ amore follia, all’amore possesso, all’amore bruciore, all’amore guerra e ferita:” Etenim potiundi tempore in ipso/fluctuat incertis erroribus ardor amantum/nec constat quid primum oculis manibusque fruantur./Quod petiere, premunt arte faciuntque dolorem/corporis et dentis inlidunt saepe labellis/osculaque afligunt, quia non est pura voluptas/et stimuli subsunt qui instigant laedere id ipsum/quodcumque est, rabies unde illaec gemina surgunt ” (vv.1076- 1083),  In effetti, nel momento stesso del possedere, fluttua tra ondeggiamenti incerti l’ardore degli amanti né sanno di che cosa prima godere con gli occhi e le mani. Ciò cui hanno aspirato premono stretto e provocano dolore al corpo e spesso affondano i denti nelle labbra e infliggono baci, poiché non è puro il piacere e ci sono sotto dei pungoli che stimolano a ferire quello stesso oggetto, qualunque esso sia da dove sorgono quei germi di furia.

In potiundi  (genitivo del gerundio di potior , arcaico per potiendi ) c’è quella negativa volontà di possesso che inquina l’amore il quale nella forma sana è desiderio di vedere il potenziamento, non la sottomissione dell’amato.

L’atteggiamento negativo dell’innamorato possessivo quale viene descritto dal discorso di Lisia del Fedro  platonico viene spiegato meglio da Socrate quando chiarisce che siffatto ejrasthv” è malato e, per chi ha tale malattia (nosou’nti), è piacevole l’amato incapace di opporgli resistenza, mentre chi è più forte di lui o anche pari, gli è ostile, pertanto cerca di renderlo inferiore e più debole (239a). Insomma in  rapporti del genere l’ ejrwvmeno” , l’amato, diviene vittima dell’ ejrasthv” , l’amante, il quale ama wJ” luvkoi a [rna” ajgapw’sin (241d) come i lupi amano gli agnelli..

Ebbene, chiarisce Socrate, tale relazione non ha niente a che vedere con Eros che è figlio di Afrodite e, come un dio o qualcosa di divino,  non può essere un male (qeo;” hj; ti qei’on oJ   [Erw”, oujde;n aj;n kako;n ei [h”, 242e). Allora è necessaria una palinodia e una confutazione dei detrattori. In effetti l’amore sano non può che desiderare l’accrescimento e il potenziamento della persona amata. L’ eros positivo “si fonda sempre su certi elementi comuni a tutte le forme d’amore. Questi sono: la premura , la responsabilità , il rispetto  e la conoscenza …Amore è interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che amiamo…Cura e interesse implicano un altro aspetto dell’amore: quello della responsabilità…la mia risposta al bisogno espresso o inespresso di un altro essere umano. Essere “responsabile” significa essere pronti e capaci di “rispondere”. Giona non si sentiva responsabile degli abitanti di Ninive. Egli, come Caino, poteva domandare:”Sono il custode di mio fratello?”. La persona che ama risponde. La vita di suo fratello non è solo affare di suo fratello, ma suo” [7] .- fluctuat incertis erroribus ardor amantum (v. 1077): il poeta applica agli amanti in genere  la metafora nautica con la quale diversi autori greci raffigurano la  città che, sconvolta dalla guerra civile, è come una nave travagliata dai flutti. E’ uno dei tovpoi letterai più diffusi nella letteratura europea [8] .

 Cacciari vede l’antitesi di questo fluttuare della polis degli uomini nella stabilità della casa e della famiglia voluta dalle donne. “La commedia di Aristofane ha gettato uno sguardo profondo sul carattere, tragico, di tale relazione. Arduo è per le donne l’ “éxodos”, l’uscir-fuori (Lisistrata , 16), il loro luogo è “dentro” (510, 517). Se si decidono finalmente ad ‘uscire’ è per convincere la polis all’ordine dell’  ‘interno’. E cioè per fare di essa un oikos-anzi non solo della polis, ma dell’intera Ellade. “Ma voi come pensate di far cessare tutta questa confusione, di risolvere questi affari?”, chiede a Lisistrata il probulo. Semplicemente trattando le cose della polis come la nostra lana, risponde la donna, tendendola, sbrogliandola. E Prassagora:”Voglio fare della città una casa sola ( mivan oi [khsin), abbattendo tutti i muri, così che si possa andare dall’una all’altra” (Ecclesiazuse, 673-674). Gli uomini fanno la guerra, dilapidano, pensano a prendere e basta, inseguono cariche, chiacchierano insopportabilmente nell’agorà. Impossibile pace finché comanderanno le loro leggi. La polis, anche quando le cose funzionano, non sta bene “se non escogita qualche novità (ti kainovn)” (Ecclesiazuse, 218-220); l’ordine dell’oikos, invece, è totalmente estraneo a tentativi ed esperimenti (koujci; metapeirwmevna”-i [doi” a] n aujtav” [  [9] , 217-218). Finché esisteranno remi e triremi, e finché vi sarà denaro per armarle, non vi sarà tranquillità (Lisistrata, 172-174); finché lo Stato sarà una nave, vivrà agitato come Ulisse “kuvmasi kai; polevmw/” [10] . Le donne di Aristofane lo sanno come lo sa la tragedia” [11] .    

 “Ardor amantum  è clausola allitterante dopo la dieresi bucolica. Al v. 1078 (quid…fruantur ) la costruzione di  fruor  con l’accusativo (invece dell’ablativo) è arcaica (si trova, per esempio, in Catone il Vecchio e in Terenzio)” [12] . Si può forse aggiungere che quando l’ardor è  potente  come quello di Leandro, viene spento dall’ondeggiare del flutto non prima della vita dell’amante.   Il verbo fruor  rende non solo l’idea del godimento ma anche quella dell’uso. Arte con la –e lunga è avverbio da artus -a-um.- Dentis (=dentes) inlidunt labellis  al v. 1080, fa riferimento ai morsi d’amore che gli amanti si scambiano (le molles morsiunculae , “morsettini” sui teneri labelli  di Plauto, Pseudolus , v. 67; cfr. Catullo, carme 8, v. 18: Quem basiabis? cui labella mordebis? ); ma qui la scelta del verbo inlidere  (da in+laedo ; il verbo semplice torna al v. 1082)  sottolinea la violenza irrazionale dell’atto, e labellis  serve proprio a rilevare il contrasto fra la situazione amorosa (cui il diminutivo affettivo è funzionale) e l’impulso violento che spinge, invece, a far male” [13] . Questo mordere  e il successivo adfligunt  (lezione di O concorrente con afigunt di Q) rendono l’idea dell’ostilità degli amanti intrecciati da tale voluptas non pura.  Il mordere durante la copula erotica corrisponde alla volontà di impossessarsi di qualcosa dell’altro, all’amare wJ” luvkoi a [rna” ajgapw’sin (Fedro , 241d) s’è detto. Già nell’inno a Venere del proemio ci sono avvisaglie della violenza dell’amore dove gli uccelli del cielo sono “perculsae corda tua vi” (I, 13), colpite (da percello) nel cuore (corda è accusativo di relazione) dalla tua forza. Ma lì si tratta appunto di aeriaevolucres (I, 12). “Nell’uomo (per ora assente nel proemio) all’istinto naturale dell’accoppiamento s’unisce perniciosamente la passione psicologica, il che non avviene negli animali”  [14] .     

 Secondo Lucrezio ogni forma di eros che non sia controllato dalla ratio  è  malsana e contaminata dalla violenza, dal dolore, dall’angoscia .  “Rabies  è una forma alternativa di genitivo per rabiei ; la passione erotica è vista espressamente come rabies  o furor  (v. 1117). Rabida  è detto talora della libido  (specie femminile)” [15]  . “In più occasioni Lucrezio consegue effetti di alta espressività e di vero e proprio espressionismo incentrato sulla violenza e ostilità dei due sessi” [16] .

 

Procediamo con la lettura del poema di Lucrezio:”Sed leviter poenas frangit Venus inter amorem/blandaque refrenat morsus admixta voluptas./Namque in eo spes est, unde est ardoris origo,/restingui quoque posse ab eodem corpore flammam./ Quod fieri contra totum natura repugnat;/unaque res haec est, cuius quam plurima habemus,/tam magis ardescit dira cuppedine pectus./ Nam cibus atque umor membris assumitur intus;/quae quoniam certas possunt obsidere partis, /hoc facile expletur laticum frugumque cupido ” (IV, 1084-1093), ma un poco spezza i tormenti Venere in mezzo all’amore e il piacere carezzevole, pur mescolato, doma i morsi. Infatti in questo si spera, che da dove scaturisce l’ardore, dal medesimo corpo possa anche spengersi la fiamma. Ma la natura ribatte che avviene tutto il contrario, e questa è la sola cosa di cui, quanto più ne abbiamo, tanto più il petto arde di una brama tremenda. Infatti il cibo e i liquidi vengono assunti dentro le membra dal momento che essi possono occupare determinate parti, perciò facilmente si sazia la brama di liquidi e cibo.

Da frangit  si vede che anche il carezzevole alleviamento dei tormenti è traumatico siccome la voluptas  è admixta , quia non est pura (v. 1081) non è integrale ma è mischiata di dolore. L’orgasmo di una ragazza toccata dal suo ragazzo  viene descritto da Giuseppe Berto come qualcosa di simile a una frattura in una pagina che contiene qualche eco lucreziana:” mentre in lei avveniva un che di poco chiaro come una specie d’irrigidimento cedevole o di cedevolezza contratta e smetteva anche di dire le parole tenere inquantoché si teneva le labbra a morsi forse temendo di mettersi a gridare e quindi respirava col naso sempre più frequentemente e in ultimo dopo una rottura piena di brividi gli diceva basta…” [17] . In flammam (v. 1087) torna l’immagine topica che abbiamo trovato tante volte con l’indicazione dell’illogicità della speranza che l’esca della fiamma, il corpo desiderato. possa spengere lo stesso fuoco suscitato da lui. Di fatto l’amore non è logico: può essere al di sopra o al di sotto della logica, ma puramente logico non è. Lo ha chiarito Socrate nel Fedro platonico. In dira cuppedine  (forma arcaica di cupidine , v. 1090) torna la terribilità della brama già denunciata al v. 1046. E’ il tovpo” dell’amore tremendo, deinov” , che è davvero tale quando è ostacolato come quello, già visto, di Ero (Ero e Leandro , v. 245) o non è contraccambiato, come quello dell’Ermengarda manzoniana:”Amor tremendo è il mio” [18] .- Assumitur  intus (v. 1091): la differenza tra il cibo che si mangia, o i liquidi che si bevono, e il corpo dell’amante è che questo, a meno di essere cannibali, non può essere inghiottito, anche se certe persone nei rapporti umani appaiono voraci. La trasfusione possibile e accrescitiva, abbiamo visto è solo quella delle anime. Secondo Lucrezio gli amanti possono introiettare soltanto simulacra…tenuia  (vv. 1095-1096), simulacri sottili che si staccano dal corpo bramato ma con questi non si saziano, come un assetato che nel sonno crede di bere  non si disseta:”Ex hominis vero facie pulchroque colore/nil datur in corpus praeter simulacra fruendum/tenuia; quae vento spes raptast saepe misella./ Ut bibere in somnis sitiens cum quaerit et umor/non datur, ardorem qui membris stinguere possit,/sed laticum simulacra petit frustraque laborat/in medioque sitit torrenti flumine potans” (vv. 1093-1100), ma dell’aspetto e dell’incarnato bello dell’essere umano nulla è concesso da godere dentro il corpo, se non simulacri sottili; speranza meschina che spesso viene involata dal vento. Come quando chi ha sete nel sonno cerca di bere, e non gli è concessa l’acqua che possa spengere l’ardore del corpo, ma si lancia su simulacri di liquidi e si affanna per niente, e mentre beve in mezzo a un fiume che scorre, ha sete.-simulacra: sono le membrane impalpabili che si staccano dai corpi e colpiscono la nostra percezione visiva. Il termine greco corrispondente è ei [dwla.-tenuia:” trisillabico, con -u- semiconsonantico, che chiude la prima sillaba, allungandola. Nel risalto datogli dall’enjambement, dice anche la delusione dell’amante: ciò di cui si può appropriarsi veramente (frui) sono solo immagini sottili e inconsistenti” [19] .

 

La vita umana come ombra e sogno.

Non è  l’uomo comunque sogno di un’ombra?  E’ questa una considerazione che va da Pindaro:” skia’” o [nar/a [nqrwpo”” [20] ; a Sofocle che nell’Aiace  fa dire a Ulisse, preso da rispetto e compassione per il nemico precipitato nella follia :”  JOrw”  ga;r hJ ma’” oujde;n oj;nta”  a [llo plh;n-ei [dwl j, o{soiper zw’men, hj; kouvfhn skiavn “(vv.125-126)  vedo infatti che non siamo altro che larve, quanti viviamo, o muta ombra; a Shakespeare  nel Macbeth fa dire al protagonista prossimo alla fine:”Life’s but a walking shadow; a poor player, That struts and frets his hour upon the stage, And then is heard no more: it is a tale Told by an idiot, full of sound and fury, Signifyng nothing” (V, 5), la vita è solo un’ombra che cammina; un povero attore che si pavoneggia e si agita sulla scena nella sua ora e poi non se ne parla più: è la storia raccontata da un idiota, piena di frastuono e di furia, che non significa nulla.

Prospero nella La tempesta  (del 1612)  conclude :” We are such stuff/as dreams are made on; and our little life/is rounded with a sleep“, Noi siamo fatti con la materia dei sogni, e la nostra breve vita è circondata dal sonno”(IV, 1).

“Fu nel Rinascimento-le utopie lo dimostrano-, che l’uomo cominciò nuovamente a sognare se stesso, a fantasticare sul suo essere, e ridestò il dubbio, l’angoscia, il sogno riguardo al proprio destino. Più tardi, nella Controriforma, l’inquietudine metafisica sarebbe stata rimodellata in forma ortodossa affermando che la vita è sogno [21] .

vento : si ricorderà che nel carme 70 di Catullo citato sopra il vento costituisce, insieme con l’acqua, la materia instabile su cui non si possono scolpire le parole di devozione e fedeltà di Lesbia per il poeta innamorato.-umor: etimologicamente imparentato con uJgrovth” , umidità e uJgrov” , umido. Nella tragedia greca la polvere, che deriva dalla mancanza di umido, è segno di sterilità, un simbolo ripreso da T. S. Eliot. 

sic in amore Venus simulacris ludit amantis/nec satiare queunt spectando corpora coram/nec manibus quicquam teneris abradere membris/possunt errantes incerti corpore toto./Denique cum membris collatis flore fruuntur/aetatis, iam cum praesagit gaudia corpus/atque in eost Venus ut muliebria conserat arva,/adfigunt avide corpus iunguntque salivas/oris et inspirant pressantes dentibus ora,/nequiquam, quoniam nil inde abradere possunt/nec penetrare et abire in corpus corpore toto;/nam facere interdum velle et certare videntur:/usque adeo cupide in Veneris compagibus haerent,/ membra voluptatis dum vi labefacta liquescunt ” (IV, vv. 1101-1114),  così nell’amore Venere con i simulacri beffa gli amanti, né possono saziarsi rimirando i corpi presenti, né con le mani possono raschiare via nulla alle tenere membra, mentre errano incerti per tutto il corpo. Infine, come, congiunte le membra, godono del fiore della giovinezza, quando già il corpo pregusta il piacere e Venere è sul punto di seminare i campi della femmina, inchiodano avidamente il corpo e mescolano le salive della bocca, e ansimano premendo coi denti le labbra, invano poiché di lì non possono raschiare via niente, né penetrare e sparire nel corpo con tutto il corpo, infatti sembrano talvolta volere farlo lottando: a tal punto sono avidamente attaccati nei lacci di Venere, mentre le membra sdilinquite dalla violenza del piacere si struggono.-corpora coram “nota la clausola allitterante e fortemente assonante, dopo la dieresi bucolica…Teneris abradere membris  è di nuovo una iunctura  ossimorica (vedi sopra: vv. 1080-1081), in cui si uniscono un verbo connotato di violenza e un epiteto (teneris ) indicante delicatezza e affettività (come, al v. 1080, labellis ). L’insistenza sull’impotenza degli amantes  a raggiungere la soddisfazione (nec…queunt…nec possunt ), cui così freneticamente aspirano, genera la consueta reazione mista di pietà e derisione” [22] .

Vorrei aggiungere un mio contributo comparativistico: ne Il castello  di Kafka viene descritta una copula del genere per denunciare l’impossibilità o l’impotenza dell’amore tra K. e Frieda:”poiché la seggiola era accanto al capezzale, vacillarono e caddero sul letto. E lì giacquero, ma non con l’abbandono di quella prima notte. Lei cercava qualcosa, e lui pure, e ciascuno, furente e col viso contratto, cercava, conficcando il capo nel petto dell’altro: né i loro amplessi né i loro corpi tesi li rendevan dimentichi, ma anzi li richiamavano al dovere di cercare ancora; come i cani raspano disperatamente il terreno, così essi scavavano l’uno il corpo dell’altro, e poi, delusi, smarriti, per trovare un’ultima felicità, si lambivano a volte con la lingua vicendevolmente il viso. Solo la stanchezza li pacificò e li riempì di mutua gratitudine. Poi sopraggiunsero le due serve. “Guarda quei due sul letto” disse l’una, e per compassione li coprì d’un lenzuolo” [23] .- Membris collatis  è ablativo assoluto con il participio di confero . In questa espressione c’è l’idea di un corpo a corpo ostile (cfr. arma, manum, pedem, signa conferre  nel senso di ingaggiare il combattimento).- “Flore fruuntur è clausola allitterante dopo la dieresi bucolica” [24] .-Eost=eo est .-Ut muliebria conserat arva : “Per rendere efficace e visibile la dinamica del rapporto sessuale, Lucrezio non rifugge da immagini potenti e crude, prese a prestito dall’agricoltura” [25] . Per questa immagine metaforica cfr. la scheda “assimilazione della donna alla terra”.- oris  :”è inutile per il senso, ma permette la raffinatezza del poliptoto a cornice (oris…ora )” [26] .-nequiquam : “la pesante parola, che costituisce un molosso (una sequenza, cioè, di tre sillabe lunghe) ed è collocata nel risalto della sede iniziale davanti a cesura semiternaria, non lascia scampo alle illusioni degli amantes [27] . La stessa situazione si ripete al v. 1133.-in corpus corpore : il poliptoto a contatto è espressivo del desiderio  simbiotico dei due amanti, ma la simbiosi non è amore:”In contrasto con l’unione simbiotica, l’amore maturo è unione a condizione di preservare la propria integrità, la propria individualità“ [28] .-certare : la volontà simbiotica include quella di lottare per la sopraffazione poiché ognuno dei due vuole essere l’elemento predominante e un rapporto alla pari non è possibile siccome anche le relazioni erotiche, come tutte quelle umane, se non vengono corrette dalla moralità, sono connotate dalla legge del più forte che sottomette e sfrutta chi è più debole. Abbiamo già sentito Tucidide (V, 105, 2) per la sfera politico-militare, ora diamo la parola a C. Pavese per quella più genericamente umana e più specificamente amorosa:” Tipologia delle donne: quelle che sfruttano e quelle che si lasciano sfruttare….Le prime sono melliflue, urbane, signore. Le seconde sono aspre, maleducate, incapaci di dominio di sé. (Ciò che rende villani e violenti è la sete di tenerezza.) Tutti e due i tipi confermano la impossibilità  di comunione umana. Ci sono servi e padroni, non ci sono uguali. La sola regola eroica: essere soli soli soli” [29] .- In Veneris compagibus : l’amore come trappola che allaccia e come rete è denunciato da Cassandra nell’Agamennone di Eschilo:”ajll& a [rku” hJ xuvneuno”” (v. 1116), ma una rete è la compagna di letto.-labefacta liquescunt : l’allitterazione in clausola con la liquida rende fonicamente l’idea dello scioglimento delle membra. 

Tandem ubi se erupit nervis conlecta cupido/parva fit ardoris violenti pausa parumper./Inde redit rabies eadem et furor ille revisit,/cum sibi quid cupiant ipsi contingere quaerunt,/nec reperire malum id possunt quae machina vincat:/usque adeo incerti tabescunt vulnere caeco ” (IV, 1115-1120), finalmente, quando si è lanciato fuori dai nervi il desiderio raccolto, segue per un poco una piccola pausa dell’ardore violento. Quindi torna la medesima rabbia e quella smania a infuriare, mentre essi stessi si chiedono che cosa bramano raggiungere, né sono capaci di trovare quale espediente superi quel male: sino a tal punto senza saperlo si struggono con cieca ferita.-Nervis : nervus  è etimologicamente imparentato con   neu’ron e i suoi significati vanno da “membro virile” (in Orazio, Epodi , 12, 19) a “carcere”. Comunque l’eiacul’azione è una scarica di tensione nervosa che fornisce una parva pausa…parumper . “Le due parole (parva…parumper ) etimologicamente collegate sono poste a cornice del verso (e l’allitterazione è rinforzata da pausa , grecismo per mora)” [30] . Né sembra che ci sia gioia in questa pausa breve e malsicura. Pare che ci sia al massimo un “piacer figlio d’affanno” come nell’idillio di Leopardi [31] .

Schopenhauer afferma esplicitamente la scarsa soddisfazione che consegue alla scarica erotica:”Non si è notato come “illico post coitum cachinnus auditur diaboli “? La qual cosa, detta seriamente, si fonda sul fatto che il desiderio sessuale, soprattutto quando si concentra nell’innamoramento fissandosi su di una donna determinata, è la quintessenza dell’imbroglio di questo nobile mondo; perché promette così indicibilmente, infinitamente e straordinariamente molto, e mantiene, poi, così miserabilmente poco” [32] .-redit rabies…furor revisit : chiasmo e allitterazione in r -. Sembra che la copula si prepari con un digrignare di denti.

Il messaggio è che l’atto sessuale è congiunto al dolore e all’infelicità.

Sentiamo ancora Schopenhauer:”giustamente Platone (all’inizio della Repubblica ) stima felice la vecchiaia, in quanto infine libera dall’istinto sessuale, che tormenta incessantemente l’uomo sino a quel momento. Si potrebbe anzi sostenere che i molteplici e infiniti capricci provocati dall’istinto sessuale, e gli affetti sorti da questi, mantengono nell’uomo una costante e soave follia, sintanto che egli resta sotto l’influsso di quell’impulso o di quel diavolo, da cui è di continuo posseduto; soltanto con la sua estinzione egli diventerebbe quindi del tutto assennato…La causa di ciò non sta in altro se non nel fatto che la gioventù rimane ancora sotto il dominio, o meglio il servaggio di quel demone, che non le concede facilmente neppure un’ora libera, e al tempo stesso è l’autore immediato e mediato di quasi tutte le sventure che colpiscono e minacciano l’uomo: la vecchiaia ha per contro la serenità di chi si è liberato da una catena portata per lungo tempo, e si muove ora liberamente…il vecchio è penetrato della massima del’Ecclesiaste : “tutto è vano”, e sa che tutte le noci sono vuote, per quanto esse possano venir ricoperte d’oro” [33] .

La vecchiaia per giunta “è libertà dall’obbligo di attestare a se stessi e agli altri il proprio valore, la propria capacità e vitalità” scrive Magris [34]  a proposito dei vecchi di Svevo i quali del resto non hanno deposto del tutto le loro pretese sessuali.

Il biasimo del sesso invece viene attribuito da Platone a Sofocle oramai anziano, il quale, quando  Cefalo gli domanda:”pw'”…e [cei” pro;” tajfrodivsia; e [ti oiJov” te ei’j gunaiki; suggivgnesqai ” , come ti va nelle cose d’amore? sei ancora capace di congiungerti con una donna?,  risponde: “eujfhvmei w’j a [nqrwpe: aJsmenevstata mevntoi aujto; ajpevfugon, wJvsper luttw’ntav tina kai; a [grion despovthn ajpodrav”” (Repubblica , 329c), sta’ zitto tu, infatti con grandissima gioia me ne sono liberato, come se fossi fuggito da un padrone furente e selvaggio.

 Questo anatema di Sofocle viene riferita e approvata da Catone il vecchio nel De senectute  di Cicerone :” Bene Sophocles, cum ex eo quidam iam affecto aetate quaereret utereturne rebus veneriis:”Di meliora! inquit; libenter vero istinc sicut ab domino agresti ac furioso profugi ” (14), opportunamente Sofocle quando, già vecchio e fiaccato dagli anni, un tale gli chiedeva se facesse ancora del sesso, disse: dio ne scampi, volentieri invero sono scappato di lì come da un padrone selvaggio e furioso!  

 Nella stessa opera del resto il piacere  dei sensi in generale viene smontato:” impedit enim consilium voluptas, rationi inimica est, mentis, ut ita dicam, praestringit oculos, nec habet ullum cum virtute commercium ” (12), in effetti il piacere impedisce il giudizio, è nemico della ragione, abbaglia, per così dire, gli occhi della mente e non ha alcun rapporto con la virtù.

Di fatto ancora negli anni Cinquanta del Novecento la pretaglia delle parrocchie di Pesaro diceva ai ragazzini che se uno pensava troppo alle femmine diventava cieco, e non solo di mente.

quid cupiant : il desiderio di fondo è quello di generare nel bello. Diotima, volendo dire che cos’è l’amore tradotto in atto (to; e [rgon), dà questa definizione:” e [sti ga;r tou’to tovko” ejn kalw’/ , kai; kata; to; sw’ma kai; kata; th;n yuchvn ” (Simposio , 206b), questo  è generazione nel bello sia secondo il corpo sia secondo l’anima. La nostra natura infatti, precisa Diotima, desidera generare, ma generare nel brutto non può, bensì nel bello (“tivktein ejpiqumei’ hJmw’n hj fuvsi” : tivktein de; ejn me;n aijscrw’/ ouj duvnatai, ejn de; tw’/ kalw’/”, 206c). Questo è il vero motivo del cupere . Infatti tutti i tentativi di svalutare l’atto sessuale non resistono a questa obiezione di C. Pavese:” Se il chiavare non fosse la cosa più importante della vita, la Genesi non comincerebbe di lì” [35] . Abbiamo già detto del tentativo di sottrarre la creazione della vita all’accoppiamento tra il maschio e la femmina. Succede quando non è possibile unirsi nel bello e si copula nel brutto, in maniera non creativa ma distruttiva, tanto che “l’amore divino si trasforma in lussuria, l’abbraccio in una spaventevole, digrignante chiavata” [36] .-machina : è un altro grecismo ( mhcanhv): l’uomo erotico in effetti deve essere come Odisseo  polumhvcano”, poiché la sessualità è centrale nella vita:” Ulisse è l’eroe polùmetis  (scaltro) come è polùtropos  (versatile) e poluméchanos  nel senso che non manca mai di espediento, di pòroi , per trarsi d’impaccio in ogni genere di difficoltà, aporìa …La varietà, il cambiamento della metis, sottolineano la sua parentela con il mondo multiplo, diviso, ondeggiante dove essa è immersa per esercitare la sua azione. E’ questa complicità con il reale che assicura la sua efficacia” [37] .

Aggiungo che la metis è lo strumento con cui Polluce prevale sulla forza bruta di Amico, il re dei Bebrici che lo aveva sfidato nella gara di pugilato: Polluce schivava gli assalti dello sfidante bestiale e grazie all’intelligenza (dia;  mh’tin  [38] ) restava semptre incolume-tabescunt : tabescere indica lo struggersi d’amore anche in Properzio (3, 6, 23) e in Ovidio (Met.  3, 445) Dalla stessa radice il sostantivo tabes, decomposizione e, il verbo greco, thvkw, sciolgo.-vulnere caeco : la ferita è cieca in quanto è incomprensibile a chi intende l’amore quale azione prevaricatoria ed essa non dà luce come invece fanno i vulnera  sanati dalla comprensione che, lo abbiamo detto, ci parlano come bocche non mute.

Adde quod absumunt viris pereuntque labore/adde quod alterius sub nutu degitur aetas/languent officia atque aegrotat fama vacillans ” (1121-1123), aggiungi che esauriscono le forze e si annientano con la fatica, aggiungi che la vita si consuma sottomessa ai cenni di un altro, nei doveri sei fiacco e la reputazione si ammala e traballa.-absumunt viris (vires ): è solo l’amore non contaccambiato, che, come un investimento improduttivo, provoca questa sensazione di illangidimento; l’eros indirizzato sulla persona congeniale, viceversa, dà un senso di potenziamento, di vitalità rinnovata e di gioia.-sub nutu : probabilmente Leopardi ricorda questo passo scrivendo:”Or ti vanta, che il puoi. Narra che sola/sei del tuo sesso a cui piegar sostenni/l’altero capo “ [39] .-fama : l’alta considerazione della fama è indizio dell’appartenenza alla civiltà di vergogna. L’innamorato invece è un ispirato che vede oltre le cose terrene e non si cura dell’opinione dei più.

maggioli 

Labitur interea res et Babylonica fiunt/unguenta et pulchra in pedibus Sicyonia rident/scilicet et grandes viridi cum luce zmaragdi/ auro includuntur teriturque thalassina vestis/assidue et Veneris sudorem exercita potat ” (vv. 1124-1128), si scial’acqua nel frattempo la roba, e diventa profumi di Babilonia, e calzari belli  di Sicione sorridono nei piedi e naturalmente grossi smeraldi con la luce verde sono incastonati nell’oro e si consuma la veste colore del mare continuamente, e tenuta in esercizio beve sudore di Venere.-Labitur…res : cfr. Sofocle, Antigone , 782:”  jvErw”, oJ;” ejn kthvmasi pivptei””, Eros che sulle ricchezze ti abbatti.-Babylonica : nella nostra tradizione letteraria le cose di Babilonia sono spesso esotiche, lussuriose e smisurate. Sentiamo, per esempio il realismo magico di Marquez:”in un mercoledì di gloria fecero venire un treno carico di puttane inverosimili, femmine babiloniche addestrate a trucchi immemorabili,  e provviste di ogni sorta di unguenti e dispositivi per stimolare gli inermi, aizzare i timidi, saziare i voraci, esaltare i modesti, temperare i multipli e correggere i solitari” [40] . “Nei codici il nostro v. 1124 si legge in realtà dopo il v. 1122 e fu il filologo del XVI secolo Lambinus (=Denys Lambin) a dare al testo l’attuale ordine, che ha il pregio di riferire Babylonica  (come aggettivo sostantivato di difficile comprensione: “oggetti di Babilonia” ?) a unguenta  ( erano noti i profumi di Babilonia, come informa Erodoto, Storie  I, 195); l’inversione sarà stata provocata o facilitata dall’identica iniziale delle due parole languent  e l’abitur  . In fiunt  il numero plurale (dopo il singolare res ) si spiega come attrazione da parte del predicato “ [41] . –rident : il sorriso è trasferito dal volto della donna, o dell’amante,  al regalo di cui essi sono soddisfatti. I sandali insomma riverberano il sorriso delle persone come la distesa marina quello di Venere:” tibi rident aequora ponti ” (I, 8).-grandes viridi cum luce zmaragdi  : evocano le spese folli dell’amante innamorato, e , forse, occhi femminili tesi ad affascinare come quelli, già segnalati, della Carmen di Svevo.-thalassina :  aggettivo, hapax , è formato su qavlassa, “mare”, dunque “marina”. Tale veste può riprodurre il colore degli smeraldi o degli occhi dell’amata cui l’amante avrebbe potuto rivolgere la battuta che Proust  fa dire a Swann rivolto a una prostituta:”Che cosa carina: ti sei messa degli occhi azzurri dello stesso colore della tua cintura!” [42] .-potat : Lucrezio vuole indicare  una bevuta laida, quasi una fellatio della vestis . “La radice del verbo deriva dall’indoeuropeo *po-  che ha dato come esito in greco pi-/po-/pw-, in latino po– (il verbo bibo deriva da *bi-po )” [43] .

Et bene parta patrum fiunt anademata, mitrae, /interdum in pallam atque Alidensia Ciaque vertunt ” (1129-113O), e il patrimonio dei padri onestamente acquistato diventano bende e copricapi, talora si cambia in pepli e in tessuti di Alinda e di Ceo”.-anademata : è una traslitterazione di ajnadhvmata, “bende”, da ajnadevw=cingo.-mitrae  da mitra  che traslittera mivtra, ed è un copricapo orientale, una specie di cuffia.-pallam : è una sopravveste da donna, pure di origine greca.-Alidensia : da Alinda, in Caria.-Ciaque : “di Ceo nelle Cicladi, che Lucrezio-come già Varrone e poi Plinio (vd. nat. hist.  4, 62)- confonde qui con Cos, celebre per le sue stoffe” [44] . Sembra che l’amore provochi sperperi tesi a gratificare la sanguisuga amata . Questo è detto esplicitamente nella tirata antifemminista dell’Ippolito  di Euripide  di alcuni versi della quale forse si è ricordato Lucrezio:” E quello che ha preso in casa la pianta perniciosa  gode nel porre intorno all’idolo malvagio (ajgavlmati kakivstw/////) ornamenti belli e si affatica intorno ai pepli, infelice (kai; pevploisin ejkponei’-duvsthno”) , distruggendo la ricchezza della casa” (vv. 630-633). Ma la brama di tale distruttiva pianta dell’accecamento (“ajthrovn…futovn”, v. 630) non è amore poiché l’amore è un’entità benefica e costruttiva.

Vediamo un momento, purtroppo fuggitivo, di vero amore in Resurrezione di Tolstoj:” Bastava che Katjuŝa entrasse nella stanza o che da lontano Nechljùdov scorgesse il suo grembiule bianco, perché tutto gli apparisse illuminato dal sole, tutto diventasse più interessante, più giocondo, più ricco di significato, perché la vita diventasse più lieta. E anche per lei era così” [45] .

“Eximia veste et victu convivia, ludi, /pocula crebra, unguenta coronae serta parantur, /nequiquam, quoniam medio de fonte leporum/surgit amari aliquid quod in ipsis floribus angat …” (vv. 1131-1134):”si preparano conviti con apparato e portate sfarzose, giochi, tazze fitte, profumi, corone. ghirlande, invano poiché dal mezzo della sorgente dei piaceri sgorga qualche cosa di amaro che angoscia persino in mezzo ai fiori.-“Eximia  è ablativo concordato con il solo veste , ma si riferisce anche a victu ; veste  varrà qui vestis stragula  (a differenza di vestis  al v. 1127), drappo per divani in stoffa evidentemente preziosa” [46] . Tutto lo sfoggio pacchiano (trimalchionesco diremmo, dopo il Satyricon , ma si può pensare anche a quello del Creso erodoteo) attira consensi che non appagano. Una via di soddisfazione autentica, senza angoscia, la indica Seneca :”qui domum intraverit nos potius miretur quam supellectilem nostram ” (Ep. a Lucilio , 5, 6) , chi sarà entrato in casa nostra ammiri noi piuttosto che le nostre suppellettili.-nequiquam : la parola lunga e pesante, in posizione enfatica, inficia l’accumulo di cose ammucchiate ed esibite.-amari :”la paronomasia-come ai vv. 1054 e 1056 riduceva l’amor  a pura manifestazione fisiologica (umorem )- qui lo riduce a semplice sofferenza interiore (amari )” [47] .

aut cum conscius ipse animus se forte remordet/desidiose agere aetatem lustrisque perire…” (vv. 1135-1136), o perché l’animo senza volere  si tormenta da solo  rendendosi conto di passare la vita senza far nulla e di esaurirsi nella crapula…-forte : il tormento viene addosso “per caso” nel senso che quando agiamo in maniera distruttiva e contraria alla vita in generale, o, nella fattispecie, al mos maiorum , cerchiamo di respingere la pena, ma questa, sempre viva, ci vola addosso. Per l’immagine mutuata cfr. Edipo re , vv. 481-482.

aut quod in ambiguo verbum iaculata reliquit/quod cupido adfixum cordi vivescit ut ignis, aut nimium iactare oculos aliumve tueri/quod putat in vultuque videt vestigia risus ” (vv. 1137-1140), o perché ella, scagliata una parola in parte incerta, ha lasciato una cosa che, conficcata nel cuore bramoso, fiammeggia viva come fuoco, o perché egli pensa che lei lanci troppe occhiate e miri a un altro e vede nel volto il riflesso di un sorriso.-aut : altra spiegazione di questa eziologia del dolore.- in ambiguo=in ambiguum . Ambiguus è formato da amb- e ago:” che inclina in due direzioni, malfermo”.

 Abbiamo visto che Pirandello estende questa ambiguità a ogni comunicazione verbale [48]  .-iaculata  (da iaculor ; iaculum  è il giavellotto): la parola della donna amata, se non è del tutto benevola, diventa un arma. Sentiamo di nuovo  Leopardi in Aspasia  :” Narra che prima,/e spero ultima certo, il ciglio mio/supplichevol vedesti, a te dinanzi/me timido, tremante (ardo in ridirlo/di sdegno e di rossor), me di me privo,/ogni tua voglia, ogni parola, ogni atto/spiar sommessamente, a’ tuoi superbi/fastidi impallidir, brillare in volto/ad un segno cortese, ad ogni sguardo/mutar forma e color” (vv. 92-101).-adfixum…ignis : la ferita e la fiamma sono messe insieme perché si potenzino a vicenda nel rappresentare la pena d’amore.-iactare oculos : il verbo, etimologicamente imparentato con iaculor , lancio, iaculum, giavellotto, e iactura, danno,  rende l’idea del lancio dannoso: in questo caso di un’arma a doppio taglio che lusinga l’occhieggiato e ferisce l’amante.-vultuque videt vestigia : la triplice allitterazione in v-  sembra rendere fonicamente il rimuginare sofferente del geloso.

Atque in amore mala haec proprio summeque secundo/inveniuntur; in adverso vero atque inopi sunt,/prendere quae possis oculorum lumine operto,/innumerabilia; ut melius vigilare sit ante,/qua docui ratione, cavereque ne inliciaris ” (vv. 1141-1145), e questi mali si trovano in un amore conquistato e corrisposto al massimo, ma in uno non contraccambiato e per il quale non si ha la forza, ce ne sono innumerevoli che puoi afferrare a occhi chiusi; sicché è meglio mettersi in guardia prima, secondo il metodo che ho insegnato, e stare attento a non essere adescato.-inopi : per conquistare l’amore come per vincere guerre o gare ci vogliono mezzi (opes ) che possono variare dalla bellezza, alla ricchezza, al potere, al genio, poiché l’amore, soprattutto quello delle donne, nasce dall’ammirazione. “Farsi amare per pietà, quando l’amore nasce solo dall’ammirazione, è un’idea molto degna di pietà“ [49] .-

Nelle Troiane  di Euripide,  Elena,  secondo Ecuba, fu attirata dallo splendore di Paride: sia quello della bellezza, sia quello delle ricchezze che portava con sé e che possedeva a Troia dove l’oro scorreva a fiumi. L’adultera, lasciata Sparta, sperava di sommergere nelle spese la città dei Frigi, poiché non le bastavano i palazzi di Menelao per trasmodare nel lusso  (vv. 994-995).

Quanto al suo parteggiare per i Troiani o per i Greci durante la guerra, la bellissima  stava sempre dalla parte del vincitore: se prevaleva Menelao, lo esaltava per umiliare Paride, se avevano successo i Troiani, lo spartano non era più nulla (“oujde;n h’jn ovJde”, v. 1007). La figlia di Zeus insomma seguiva la fortuna, non la virtù. In effetti non solo l’adultera di Sparta ma le femmine, umane e no, in genere hanno senso pratico e stanno sempre dalla parte di chi ha i mezzi per vincere. “Le donne non perdonano l’insuccesso”, dice bene Kostantin, il ragazzo  suicida de Il gabbiano  [50]  di Cechov ; “Se una donna non tradisce, è perché non le conviene” sostiene Pavese [51] . Inoltre:”Le puttane battono a soldi. Ma quale donna si dà altro che a ragion veduta?” [52] .-ut : conclusivo.-inliciaris : verbo formato da in  +lacio (attiro, irretisco)). Per non lasciarsi sedurre bisognerebbe  mangiare soltanto l’esca, senza essere mai presi, come suggerisce Kierkegaard. Prima di innamorarci di una donna dovremmo guardare, oltre che al suo aspetto, importantissimo per carità, anche alla sua moralità, alla sua educazione, alle sue abitudini. Abbiamo già detto di Swann che, adescato, non vede  l’insufficienza dell’educazione di Odette.

Nam vitare, plagas in amoris ne iaciamur,/non ita difficile est quam captum retibus ipsis/exire et validos Veneris perrumpere nodos ” (1146-1148), infatti evitare di gettarsi nelle reti d’amore, non è così difficile come una volta incappato nelle stesse reti uscirne e spezzare a forza i robusti nodi di Venere.-plagas ...retibusnodos : l’amore ancora una volta [53]   che imbriglia, allaccia, inceppa. Ma si tratta sempre di amori sbagliati, anzi di rapporti malevoli che tendono appunto a depotenziare e sottomettere. Come questo descritto da Pavese:”Quale mezzo migliore per una donna che vuole fottere un uomo, se non portarlo in un ambiente non suo, vestirlo in un modo ridicolo, esporlo a cose di cui è inesperto, e-quanto a lei-avere nel frattempo altro da fare, magari quelle cose stesse che l’uomo non sa fare? Non solo lo si fotte davanti al mondo, ma-importante per una donna che è l’animale più ragionevole che esista-ci si convince che va fottuto, si conserva la buona coscienza” [54] . Tale pessimismo nei confronti dell’amore e delle donne certamente non è estraneo al suicidio di tali autori .

Et tamen implicitus quoque possis inque peditus/effugere infestum, nisi tute tibi obvius obstes/et praetermittas animi vitia omnia primum/aut quae corpori’ sunt eius, quam praepetis ac vis ” (vv. 1149-1152), e tuttavia anche avviluppato e impedito potresti schivare il danno, se non ti ostacolassi da solo andandole incontro e per prima cosa non lasciassi correre tutti i vizi dell’animo o quelli evidenti del corpo di colei che più tutte desideri e vuoi.-implicitus : da implico, avviluppo.-inque peditus : et impeditus  in tmesi, da in e pes, con le pastoie ai piedi, il contrario di expeditus , sciolto. L’amore è considerato come un laccio che inceppa e impedisce la visione della realtà effettuale, quasi il corrispettivo dell’ a [th, l’accecamento, che, nel IX dell’Iliade , è una “smisurata forza irrazionale”contro la quale”ogni arte dell’educazione umana, ogni buon consiglio è impotente” [55] . Infatti la donna viene definita da Ippolito aj