Ifigenia in Tauride


Tragedia di Johann Wolfgang von Goethe, Dramma concluso nel 1786

conferenza di Giovanni Ghiselli del 31 luglio 2015  pomeriggio

Goethe  alcuni mesi prima della morte scriveva nel suo  Tagebuch Diario: “Non finisco di meravigliarmi come l’elite  dei filologi non comprenda i suoi meriti e secondo la bella usanza tradizionale lo subordini ai suoi predecessori seguendo l’esempio di quel pagliaccio di Aristofane…Ma c’è forse una nazione che abbia avuto dopo di lui un drammaturgo che sia appena degno di porgergli le pantofole?”[1].

G. recitò questo   dramma nella prima redazione del 1779 nel ruolo di Oreste.

In questo stesso anno appariva lIphigénie en Tauride del Gluck su libretto del Guillard

Quattro anni prima aveva portato sulle scene operistiche parigine l’Iphigénie en Aulide, su libretto dell’amico Le Bailly du Roullet,[3] il quale probabilmente ebbe una parte anche nell’ideazione della seconda Iphigénie; il nuovo libretto fu però opera di Nicolas-François Guillard, un giovane poeta che nell’occasione indossò per la prima volta quelle vesti di librettista tragico dalle quali avrebbe tratto fama e successo nei due decenni successivi.

 

Alla fine dellIfigenia in Tauride di Goethe, la forza e latuzia di cui tanto si gloriano gli uomini (Gewalt und List , der Männer höchster Ruhm, 2142-parla Oreste) , cedono alla nobiltà dell’anima della ragazza che ottiene la pace tra i contendenti, e, con la libertà anche la benedizione del re dei barbari Sciti.

Si tratta di giungere alla conciliazione benefica delle unilateralità come nelle  Eumenidi di Eschilo .

Il lato profondo di questo principio è la concezione che, nonostante le differenze e i conflitti di interessi, passioni e caratteri, viene tuttavia portata ad effetto per mezzo dell’agire umano una realtà in sé armonica. Già gli antichi hanno tragedie con un simile esito, in quanto gli individui non vengono sacrificati, ma si salvano: p. e.,  l Areopago, nelle Eumenidi di Eschilo, concede il diritto alla venerazione ad entrambe le parti, ad Apollo e alle vergini vendicatrici. Anche nel Filottete si giunge ad appianare con l’apparizione divina ed il consiglio di Eracle ls lotta fra Neottolemo e Filottete che combattono poi uniti contro Troia. Ma qui la pacificazione avviene dall’esterno, per comando degli dèi, ecc., e non ha la sua fonte nelle parti stesse, mentre nel dramma moderno sono gli individui stessi che dal corso della loro azione si trovano condotti a questo abbandono del contrasto ed alla conciliazione reciproca del loro fine o del loro carattere. Per questo aspetto lIfigenia di Goethe è un autentico modello poetico del dramma “[2].

 

Atto primo. Scena prima.

Ifigenia sola

Nella scena prima  Ifigenia appare sola e lamenta la sua condizione di straniera (fremd, v. 9) rimasta sempre come lo era appena arrivata in una terra lontana dalla sua. Il mare la separa dai suoi cari e lei passa lunghi giorni lange Tage (11) sulla riva cercando mit der Seele, con l’anima (12) la terra dei Greci das Land der Griechen.

 Ma l’onda die Welle risponde ai suoi sospiri mugghiando solo  suoni sordi nur dumpfe Töne (14).

 

Viene in mente Odisseo nel V canto dellOdissea. Il poluvtropo~ è prigioniero di Calipso la quale

:”  lo trovò seduto sul lido: mai gli occhi/erano asciutti di lacrime, ma gli si struggeva la dolce vita/mentre sospirava il ritorno, poiché non gli piaceva più la ninfa./Certo di notte dormiva sempre anche per forza/nella spelonca profonda controvoglia accanto a lei che lo voleva” (151-155).-

Ulisse non sa che farsene di questa immortalità lontana da tutto.

 

A chi sta lontano da genitori e fratelli in una vita solitaria, la pena rode via dalle labbra la più vicina felicità das nächste Glück (17) e rimpiange la casa del padre dove il sole die Sonne per la prima volta gli rivelò il cielo dove giocando si consolidavano sempre più saldamente e reciprocamente i legami con i consanguinei.

Questo richiamo al legame di sangue è più sofocleo che euripideo cfr. rispettivamentelAntigone e lAlcesti.

Quindi Ifigenia lamenta la miserevole condizione delle donne

L’uomo der Mann domina in casa e in guerra zu Haus und in dem Kriege (25)

Invece la felicità della donna è ristretta eng-gebunden (29)

Va già bene se può obbedire a un rozzo marito. Se è straniera va molto peggio.

Cfr. l’appello alla solidarietà femminile nella Medea di Euripide.

Fra tutti gli esseri, quanti sono vivi e hanno raziocinio, 230

 noi donne siamo la creatura più tribolata:

noi che innanzitutto dobbiamo comprare un marito

con gran dispendio di ricchezze, e prenderlo come padrone

 del corpo, e questo è un male ancora più doloroso del male. 234

E in questo sta la gara massima, prenderlo cattivo

 o buono. Infatti non danno buona fama le separazioni

alle donne, e non è possibile ripudiare lo sposo.

 Quella poi giunta tra nuovi costumi e leggi,

bisogna che sia un’indovina, se non ha appreso da casa

  con quale atteggiamento tratterà nel modo più appropriato il marito.  

E se con noi che ci affatichiamo in questo con successo,

il coniuge convive, sopportando il giogo non per forza,

 la vita è invidiabile; se no, bisogna morire.

 Un uomo poi , quando gli pesa stare insieme a quelli di casa,

 uscito fuori, depone la noia dal cuore 245

(volgendosi a un amico o a un coetaneo);

 per noi al contrario è necessario mirare su una sola persona.

Dicono di noi che viviamo una vita senza pericoli

 in casa, mentre loro combattono con la lancia,

 pensando male: poiché io tre volte accanto a uno scudo

 preferirei stare che partorire una volta sola”.  

Però non vale proprio lo stesso discorso  per te e per me;

 tu hai questa  tua città e la casa paterna

e  comodità di vita e compagnia di amici,

io, poiché sono isolata e senza città, devo subire oltraggi

da un uomo, dopo essere stata rapita da una terra barbara, 256

senza avere la madre, né un fratello, né un congiunto

per trovare un ancoraggio fuori da questa sventura.

Tanto dunque io vorrò ottenere da te,

se trovo una qualche via e mezzo

per far pagare allo sposo il fio di questi mali

(e a chi gli ha dato la figlia e a quella che ha sposato),

ti prego di tacere. La donna infatti per il resto è piena di paura

e vile davanti a un atto di forza e a guardare un’arma;

ma quando sia offesa nel letto,

non c’è non c’è altro cuore più sanguinario. 266

 

 

Nella Lisistra[3], Aristofane fa dire all’ateniese Cleonice:”caleph; toi gunaikw’n e[xodo” “(v. 16), è difficile per noi donne uscire. Infatti, spiega questa sposa, una di noi deve attendere il marito, l’altra deve svegliare lo schiavo, l’altra mettere a letto il bambino, l’altra lavarlo, l’altra imboccarlo (vv. 17-20).

Ma, ribatte Lisistrata, ci sono cose più importanti per loro donne (v. 20). Si tratta di porre termine alla guerra. Noi donne di Atene, con quelle di Beozia e con quelle del Peloponneso,  sostiene la protagonista, insieme salveremo la Grecia (koinh’/ swvsomen th;n JEllavda”[4] (v. 41).

Nella Danae  di Nevio leggiamo:” Desubito famam toll’unt, si quam solam videre in via ” (fr. 6 Marmorale) se hanno visto una donna sola per strada, la coprono subito di infamia.

 

Thoas, ein edler Mann, un uomo nobile, mi trattiene qui in severi e sacri lacci di schiavitù (in ernsten, heilgen Sklavenbanden, 34)

Ifigenia spera in Diana che l’ha già salvata dal padre dopo avergliela chiesta in sacrificio. Ora vuole essere salvata anche dalla vita che conduce là, unde rette mich, die du vom Tod errettet,- auch von dem Leben hier, zweiten Tode, la sua seconda morte (53).

 

Scena seconda

 Ifigenia e Arcade

Arcade preannuncia l’arrivo del re

Ifigenia dice di essere pronta a riceverlo, ma Arcade vede uno sguardo che lo fa rabbrividire

E quello di una ripudiata, unorfana,  dice la ragazza che separata dai suoi cari ha perso la gioia ed è diventata un’ombra per se stessa ich nur ein Schatten mir,  e la fresca gioia della vita und frische Lust des Lebens non rifiorisce più in me blüht in mir nicht wieder auf  (89-90)

Arcade la chiama ingrata undankbar (92)

 Ifigenia invece esprime la sua gratitudine, ma senza sguardo ilare che mostra vita lieta e cuore propizio.

Toante la accolse con rispetto e benevolenza come uninviata dagli dèi.

 Ifigenia ribatte al messo del re che ella vive nel lutto, come un’ombra accanto al proprio sepolcro: una vita inutile è una morte immatura: questo destino delle donne è soprattutto il suo ( Dies Frauenschicksal ist vor Allen meins, 116)

Ma Arcade le ricorda i suoi benefizi: ha rasserenato il torbido carattere del re, ha salvato molti prigionieri. Il re vince in guerra e gioisce anche nella clemenza.  Non puoi chiamare inutile il balsamo che da te scende su migliaia di uomini. Il popolo di Tauri riceve felicità da te e gli stranieri ottengono la salvezza.

A Ifigenia però questo pare poco in confronto a ciò che le manca

Sta per arrivare il re che da quando ha perso il figlio teme una vecchiaia derelitta in solitudine er fürchtet ein einsam hilflos Alter (162) e pure rivolte.

Gli Sciti non attribuiscono alcun pregio alle parole: Der Skyte setz ins Reden keinen Vorzug (164) setzen porre, Rede parola,Vorzug pregio.

E il re meno di tutti am wenigsten der König 165.

Dunque Ifigenia deve andargli incontro con la sua civiltà maggiore e superiore, quella greca.

 

Il culto del lovgo~ è greco, la trascuratezza della parola è barbarie

Isocrate  arriva alla celebrazione quasi religiosa della parola fondatrice di umanità e civiltà: ” ejggenomevnou d j hJmi’n tou’ peivqein ajllhvlou~ kai; dhlou’n pro;~ hJma’~ aujtou;~ peri; w|n a]n boulhqw’men, ouj movnon tou’ qhriwdw’~ zh’n ajphllavghmen, ajlla; kai; sunelqovnte~ povlei~ w/jkivsamen kai; novmou~ ejqevmeqa kai; tevcna~ eu{romen, kai;  scedo;n a{panta ta; di j hJmw’n memhcanhmevna lovgo” hJmi’n ejstin oJ sugkataskeuavsa” “( Nicocle[5], 6), ma siccome è connaturata in noi la capacità di persuaderci a vicenda e di rendere chiaro a noi stessi quello che vogliamo, non solo ci siamo allontanati dalla vita selvaggia, ma ci siamo riuniti, abbiamo fondato città, dato leggi e inventato arti, e  quasi tutto quanto è stato costruito da noi è stata la parola a organizzarlo.

 

La parola dunque è creatrice e civilizzatrice.

Il prologo del Vangelo di Giovanni  del resto estende questa considerazione a  termini cosmici “  jEn ajrch’/  hn oJ lovgo”, kai; oJ lovgo~ hn pro;” to;n qeovn, kai; qeo;” hn oJ lovgo”. ou|to” hn ejn ajrch’/ pro;” to;n qeovn. pavnta di’ aujtou’ ejgevneto, kai; cwri;” aujtou’ ejgevneto oujdevn. In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum et Deus erat Verbum. Hoc erat in principio apud Deum. Omnia per ipsum facta sunt, et sine ipso factum est nihil (1, 1-3), in principio c’era la Parola e la Parola era con  Dio e la Parola era Dio. Questa era in principio con Dio. Tutto fu fatto tramite lei e senza lei nulla fu fatto.

 

Quindi il verbo si fece carne:”kai; oJ lovgo” savrx ejgevneto” (14). Io collego questa affermazione, del tutto arbitrariamente, alla facundia persuasiva che attira gli ascoltatori, massime le donne, poiché è in corpo  di donna che il verbo si fa carne.

 

 Rprendiamo in mano Isocrate per sottolineare il valore anche etico del lovgo”  inteso come parola e come pensiero: “to; ga;r levgein wJ” dei’ tou’ fronei’n  eu mevgiston shmei’on poiouvmeqa, kai; lovgo” ajlhqh;” kai; novmimo” kai; divkaio” yuch'” ajgaqh'” kai; pisth'” ei[dwlovn ejstin” ( Nicocle, 7) il parlare come si deve lo consideriamo segno massimo del saper pensare, e un discorso veritiero, legittimo e giusto è l’immagine di un’anima buona e leale. Queste parole celebrative del logos, tornano, come espressioni liturgiche, nellAntidosis (255). Entrambe le orazioni giungono a una conclusione che indica nella potenza della parola l’unico mezzo per trasformare il pensiero in prassi: eij de; dei’ sullhvbdhn peri; th’~ dunavmew~ tauvth~ eijpei’n, oujde;n tw’n fronivmw~ prattomevnwn eurhvsomen ajlovgw~ gignovmenon, alla; kai; tw’n e[rgwn kai; tw’n dianohmavtwn aJpavntwn hJgemovna lovgon o[nta, kai; mavlista crwmevnou~ aujtw’/ tou;~ plei’ston nou’n e[conta~”, se si deve tirare le somme su questa potenza, troveremo che nulla di quanto è fatto con intelligenza viene fatto senza la parola, ma che anzi la parola è guida delle azioni e dei pensieri tutti, e che si avvalgono soprattutto di essa quelli che hanno la più grande capacità di  pensiero[6].

 

  “Sicché il Logos, nel suo doppio significato di parola e di pensiero, diventa per Isocrate il “symbolon“, il contrassegno della paideusis[7].

Non solo dell’educazione ma anche della duvnami~ dell’uomo.

Il ragazzo che ha studiato bene, con buoni insegnanti, possiede, prima di tutto, una facoltà di eloquio superiore a chi non ha fatto studi altrettanto buoni e ben guidati.

 

 

 Platone afferma che parlare male, fa male all’anima. Lo fa dire a Socrate  nel Fedone :” euj ga;r i[sqia[riste Krivtwn, to; mh; kalw'” levgein ouj movnon eij” aujto; tou’to plhmmelev”[8], ajlla; kai; kakovn ti ejmpoiei’ tai'” yucai'”” (115 e), sappi beneottimo Critone che il non parlare bene non è solo una stonatura in sé, ma mette anche del male nelle anime.

 

 

Il re vorrebbe sposare Ifigenia che non vuole e teme Toante. Tanto che non gli ha rivelato le sue origini. Arcade le consiglia di non abbandonarlo a se stesso. Ifigenia teme che il re voglia trarla dall’altare della dea a forza (mit Gewalt) nel suo letto (in sein Bette, 196)

Allora invocherà Diana che certo accorda la sua protezione alla sacerdotessa, da vergine a vergine (Jungfrau, 200)

Arcade annuncia l’arrivo del re e prega Ifigenia di accoglierlo con fiducia e riconoscenza. Un uomo nibile (ein edler Mann) viene condotto lontano (weit) da una buona parola di donna (durch ein gutes Wort der Frauen, 214).

Ifigenia sente il dovere di dare buone parole (217) al re per il suo benefizio.

 

Scena terza Ifigenia e Toante

 

Ifigenia augura ogni bene al re da parte della desa

Il re spera (ich hoffe, 248) di poter sposare Ifigenia che però non vuole nulla tranne la protezione e il riposo che già ha avuto.

Toante sperava maggiore confidenza da Ifigenia che non lo ha informato nemmeno sulle sue origini.

Ifigenia risponde che non gli ha detto chi è per imbarazzo e per paura di essere cacciata a causa dell orrore della sua famiglia.

Ma Toante sente che la ragazza è per lui una benedizione.

Ifigenia replica: è il benefizio che ti porta benedizione, non l’ospite Dir bringt die Wohltat Segen, nicht der Gast (286).

Il re la considera sacra (heilig, 291) alla dea e sacra a lui. Le chiede ancora quale sia la sua stirpe

E lei: sono della stirpe di Tantalo.

Quel Tantalo, chiede il re, che Giove volle al suo consiglio e alla sua tavola?

Sì, è lui ma gli dei non dovrebbero camminare con gli uomini come loro pari.

Er ist es; aber Götter sollten nicht-mit Menschen wie mit ihres Gleichen wandeln (315-316)

La schiatta mortale è troppo debole (317) per non avere le vertigini se giunge a vette inconsuete.

 

Per quanto riguarda la debolezza dei mortali, il Prometeo di Eschilo si vanta di avere dato pensiero e coscienza agli uomini

Prima blevponte~, e[blepon mavthn, volgendo lo sguardo, lo volgevano invano, ascoltando non udivano kluvonte~ oujk h[koun (v. 448), somigliavano a forme di sogno, non conoscevano le case di mattoni esposte al sole (plinqufei`~ dovmou~ proseivlou~ , Prometeo incatenato,  450. plivnqo~-mattone-ei[lh-h”, calore del sole).

Vivevano sottoterra come labili formiche, in grotte fonde, senza sole. Prometeo ha insegnato loro tutto: i numeri, le lettere, laggiogamento degli animali, la navigazione. Non avevano farmaci, e io indicai loro miscele e[deixa kravsei~ di salutari rimedi che tengono lontani tutti i morbi. E ordinai le molte forme della mantica e l’interpretazione dei sogni (485-6) e rivelai i significati dei presagi, dei voli degli uccelli,  degli auspici. Aprii anche gli occhi dei mortali ai significati della fiamma. Ho scoperto i metalli. Tutte le tecniche  ai mortali derivano da Prometeo :”pa’sai tevcnai brotoi’sin ejk Promhqevw” (v. 507).

Il Goethe stürmeriano  rappresenta Prometeo che dice: “Io non conosco al mondo/nulla di più meschino di voi, o dèi/Io renderti onore? E perché?/Hai mai lenito i dolori/di me ch’ero afflitto?/

Hai mai calmato le lacrime/di me ch’ero in angoscia?/Io sto qui e creo uomini/a mia immagine e somiglianza,/una stirpe simile a me,/fatta per soffrire e per piangere,/per godere e gioire/e non curarsi di te,/come me!”[9].

 

Tantalo dunque, continua Ifigenia, era nur ein Mensch (321) solo un uomo. Così il suo delitto fu umano. So war auch sein Vergeben menschlich.  Ma i poeti cantano che linfedeltà Untreu lo precipitò dal seggio di Giove (von Jovis Tisch, 324) nellignominia dell’antico Tartaro (des alten Tartarus).

E tutta la stirpe risente di questo odio.

 

Pindaro modifica il mito di Tantalo : non è vero che fu condannato a pene eterne poiché aveva imbandito il figlio Pelope, cotto, ai numi suoi ospiti, infatti gli dei non sono cannibali, ma venne punito perché era un privilegiato che, non sapendo smaltire la sua fortuna, si insuperbì.  Sentiamo alcuni versi dellOlimpica I :

Per me è inconcepibile chiamare                    51

ghiotto uno dei beati: me ne tengo lontano;

una perdita tocca spesso ai malèdici.

Ma se mai i protettori dell’Olimpo onorarono un uomo

mortale, era Tantalo questo; però                   55

di fatto non seppe

digerire la grande felicità, e con la sazietà attirò

un accecamento pieno di prepotenza, e su di lui

il padre sospese un macigno pesante,

che egli desidera sempre stornare dal capo

ed erra lontano dalla gioia.                               60

 

In diverse occasioni Pindaro afferma il credo che non bisogna dire male degli dèi. Nell’Olimpica IX  leggiamo:”diffamare gli dei è odiosa sapienza (; tov ge loidorh’sai qeouv“-ejcqra; sofiva, vv. 37-38)

Del resto secondo il poeta tebano l’uomo è solo sogno di ombra  Pitica VIII, 95-96 “skia“~ o[nar-a[nqrwpo~ “, sogno di ombra è l’uomo. 

 

I sui figli e nipoti ereditarono il suo petto potente die gewaltige Brust (328) e la forza dei Titani, ma un dio non diede loro senno e moderazione  sapienza e pazienza (cfr.Giganti e Titani, gli eterni nemici della cultura) il desiderio in loro diveniva passione (cfr. lo qumov~ di Medea) e la furia loro- drang ihre, 335- era senza confini.

 

 “non esisteuna vita nobile ed elevata senza la conoscenza dei diavoli e dei demoni e senza la continua battaglia contro di essi”[10], contro “giganti e titani, miticamente, gli eterni nemici della cultura”[11].

 

Pelope si prese con tradimento e assassinio durch Verrat  und Mord la donna più bella das schönste Weib 338, Ippodamia la figlia di Enomao.

Nascono Atreo e Tieste che odiano Crisippo il figlio di primo letto di Pelope (con la ninfa Astioche) e lo uccidono. Pelope crede che sia stata Ippodamia ed ella si uccise.

Euripide scrisse un dramma Crisippo dove il giovane è vittima di Laio che lo rapì.

Ifigenia racconta altri orrori che crescono: Non subito nicht gleich una casata ein Haus genera il semidio den Halbgott né il mostro (noch das Ungeheuer, 356)

Tieste disonora il talamo del fratello. Atreo lo caccia, ma Tieste gli aveva sottratto un figlio e lo istiga a uccidere il padre cui ha fatto credere che è lo zio, Atreo lo uccide poi si accorge che è suo figlio e fa mangiare a Tieste i suoi figli. Il sole cambiò percorso e la notte con pesante ala copre molte azioni dell’intelletto disordinato (396).

Toante dice basta: abbastanza di orrori! Es sei genug der greuel

 

 Cfr. Ecuba di Euripide, 278: tw`n teqnhkovtwn a{li~.

NellAgamennone di Eschilo, Egisto e il Coro stanno per venire alle mani ma arriva Clitennestra e dice a Egisto, non facciamo altri mali. C’è ne sono già tanti da mietere, sciagurata messe duvsthnon qevro~ (1655). phmonh`~  dj a[li~ ci sono già abbastanza sciagure  (1657). u{parce mhdevn, non dare inizio a nulla, hJ/matwvmeqa, siamo già coperti di sangue aiJmatovw. 

Clitennestra vuole spezzare la catena dei delitti. Ma il suo non può essere l’ultimo anello (Pohlenz).

 

Ifigenia poi racconta di Agamennone, Clitennestra, Elettra e Oreste. Tutti in pace fino alla guerra. Il vento contrario in Aulide. Diana era irata auf ihren grossen Führer (421) contro il loro grande condottiero, e tratteneva i Greci che avevano fretta. E richiedeva per bocca di Calcante la figlia maggiore del re –und forderte durch Kalchas Mund des Königs ältste Tochter– (423)

La fecero andare al campo ins Lager mit der Mutter con la madre attraverso la frode, ma la dea la salvò avvolgendola in una nube. Dunque io sono Ifigenia, io che parlo con te, die mit dir spricht, proprietà della dea- della dea der Göttin Eigentum (432).

 

Il re non dà la preferenza alla figlia di un re rispetto a un’ignota e vuole sposarla. Ma Ifigenia dice forse è vicino a me un lieto ritorno: Vielleicht ist mir die frohe Rückkeher nah-444 (cfr. near). Ein Zeichen (un segno) bat ich (chiesi io, bitten chiedere) wenn ich bleiben sollte, se dovevo restare. 447

Il re le chiede di non cercare pretesti: lui ha capito nur das Nein, solo no.

Ifigenia ribadisce che vuole tornare a Micene dove il lutto si trasformerebbe in gioia come per una neonata-wie um eine Neuegeborne. (460).

Toante le dice allora di tornare seguendo la voce del cuore (Herz, heart) . Sii del tutto donna Sei ganze ein Weib (465) e abbandonati all’istinto –und gib dich hin dem Triebe– che ti trascina senza freni.

Quando le donne desiderano qualcosa, nulla le trattiene, se perdono il desiderio, non c’è forza di persuasione che le trascini.

 

NellUlisse di Joyce l istinto della donna è irefrenabile: Tinnulo calessino (quello che porta ladultero Boylan all’incontro erotico con Molly). Lei voleva andare. Ecco perché. Donna. Tanto vale fermare il mare” (p. 372).

Oppure Emilia nellOtello: Let husband know. Their wifes have sense like them: they see and smell, and have their palates both for sweet and sour, as husband have” (IV, 3), sappiano i mariti che le loro mogli hanno sensi come loro: esse vedono e odorano e hanno il palato per il dolce e per laspro, come i mariti.

 

Ifigenia  dice al re di pensare alla  sua nobile parola-Gedenk  o Köing, deines edeln Wortes! (475). 

E Toante: da una donna ci si può aspettare di tutto!

E Ifigenia: non signorili come le vostre (nicht herrlich wie die euern), ma non ignobili (aber nicht unedel)  sono le armi di una donna sind die Waffen eines Weibes (483).

T.: Parla il tuo cuore , non un dio

E Ifigenia: Gli dei ci parlano solo per mezzo del nostro cuore- Sie reden nur durch unser Herz zu uns– 494

Quando un Dio parla al nostro cuore-come dice Ifigenia di Goethe, opponendosi alla barbarica consuetudine dei sacrifici umani-bisogna essere pronti a seguirlo a ogni costo, ma solo dopo essersi interrogati con la massima lucidità possibile se a parlare è un Dio universale o un idolo dei nostri oscuri gorghi interiori”[12].

Toante dunque le dice: sii sacerdotessa della dea, come ti ha eletta.

Devi tornare a sacrificare gli stranieri come richiede il popolo. Io ero rimasto incantato dalla tua gentilezza, in te vedevo l’amore di una figlia e di una sposa

 Ifigenia risponde che fraintende gli dèi missversteht i celesti die Himmlischen  –Himmel, cielo- chi li immagina sanguinari , der sie blutgierig wähnt (523) e li incolpa delle sue orrende voglie.

 

Cfr. lIfigenia taurica di Euripide Giudico non credibili (a[pista krivnw) anche i conviti di Tantalo[13] agli dèi, che questi abbiano goduto del pasto del figlio, e ritengo che la gente di qui, essendo loro assassini di uomini, attribuiscano alla dea la loro malvagità (to; fau`lon, 390).

Infatti credo che nessuno tra i numi sia cattivo ( oujdevna ga;r oimai daimovnwn einai kakovn, 392).

 

La  dea stessa mi ha salvato, continua Ifigenia a lei era più gradita la mia servitù che la mia morte ihr war mein Dienst willkommer  als mein Tod (525-527).

Toante non vuole interpretazioni del santo costume  fatta con volubile ragione. Due stranieri sind in mainer Hand (534) sono in mano mia. Tu fai il tuo dovere e io il mio.

 

Scena quarta- Ifigenia sola

Prega Diana, la l’una: Tieni lontane dal sangue le mie mani-O, enthalte vom Blut meine Hände! 549- enthalten trattenere.

Il sangue non reca benedizione né riposo e l’ucciso atterrisce le ore di chi lo ha ucciso anche involontariamente. Gli immortali amano i buoni.

 

Già Eschilo nell’Orestea   aveva proclamato che il sangue, soprattutto se di un genitore, versato al suolo non si raccatta né si riscatta ( Eumenidi vv.260 e sgg.); che vana è la fatica di spargere tutti i libami per espiare una goccia sola di sangue ( Coefore  vv.520-521); e che il nero sangue di un uomo, una volta caduto sulla terra, nessuno può chiamarlo indietro con incantesimi (Agamennone vv.1019-1021).  Sulla stessa linea si trova il Manzoni quando, nelle Osservazioni sulla morale cattolica  (cap. VII) scrive:” Il sangue di un uomo solo, sparso per mano del suo fratello, è troppo per tutti i secoli e per tutta la terra”.

 

 

Secondo atto

Scena prima Oreste e Pilade

Oreste dice: è la via della morte quella su cui camminiamo:” Es ist der Weg des Todes den wir treten–  (561). Questo gli dà tranquillità.

Egli può sanguinare in disperata morte come un animale da sacrificio, come i suoi antenati-wie meine Ahnen– e come suo padre wie mein Vater (576). Accada pure così.

Chiede alle potenze sotterranée che come cani sguinzagliati –wie losgelassne Hunde seguono il sangue che stilla dai suoi passi di lasciarlo: sarà lui a seguirle negli inferi.

 

Sono le cagne della madre uccisa La visione orrenda delle Erinni spunta davanti agli occhi di Oreste già nelle Coefore di Eschilo, quando il matricida le vede quali donne “simili a Gorgoni/dalle nere tuniche e intrecciate/di fitti draghi”(vv.1048-1050). Tali mostri sono”le rabide cagne della madre” (v1054) che appaiono soltanto a lui:” uJmei’~ me;n oujc oJra’te tavsd  j, ejgw; d ‘ oJrw'”, voi non le vedete queste, ma io le vedo”(1061).

 Le Furie lo incalzano: ejlauvnomai de; koujkevt j a]n meivnaim j ejgwv” (v. 1062), sono sospinto e non posso più restare io.

T. S. Eliot pone questi versi delle Coefore  quale epigrafe di Sweeny agonista (1930), :” You dont see them, you dont-

But I see them: they are hunting me down, I must move on“.

Nel dramma La Riunione di famiglia (1939)   Eliot mostra come tali visioni siano un privilegio.

Secondo l’autore di The waste land  bisogna seguire le Erinni come segni mandati da un altro mondo, non cercare invano di evitarle con un’impossibile fuga in quella “deriva infinita di forme urlanti in un deserto circolare” che è la storia umana. Quelli che vedono le Erinni insomma, sono monocoli in una terra di ciechi.

Alla fine dellOrestea le Erinni diventano Eumenidi: Dopo l’intervento razionale di Atena, le Erinni-forze scatenate, arcaiche, istintive, della natura-sopravvivono: e sono dee, sono immortali. Non si possono eliminare, non si possono uccidere. Si devono trasformare, lasciando intatta la loro sostanziale irrazionalità: mutarle cioè da Maledizioni” in Benedizioni”. I marxisti italiani non si sono posti, ripeto, questo problema”[14].

Non sempre del resto c’è redenzione dopo un delitto del genere: Nerone aveva fatto ammazzato Agrippina (59 d. C.) e non si sentì rassicurato dalle congratulazioni dei soldati, del Senato e del popolo: neque tamen conscientiam scelerisaut statim aut umquam ferre potuit, saepe confessus exagitari se materna specie verberibusque Furiarum ac taedis ardentibus” (Svetonio, Neronis vita, 34), tuttavia non poté subito né poi sopportare il rimorso del delitto, e spesso confessò di essere tormentato dalla visione della madre e dalle fruste e dalle fiaccole ardenti delle Furie. 

Nerone amava interpretare sulla scena la parte di Oreste, ossia del matricida assolto.

 

LOreste di Goethe dice che il bel tappeto verde della terra non deve essere arena di spettri (für Larven, 588): sarà lui a scendere tra le larve.

 

NellIliade i morti vengono bruciati. “Così il sereno mondo omerico è libero da fantasmi…il vivo è lasciato in pace dai morti”[15], o, se vogliamo ricordare Carducci, “Non paure di morti ed in congreghe/diavoli goffi con bizzarre streghe”[16].

 

Pilade invece vuole tentare di sollevarsi di nuovo verso la vita-zu dem Leben wieder aufzuwinden-600. Ich denke nicht den Tod, io non penso alla morte.

La morte avanza comunque inarrestabile. Apollo ci ha promesso il ritorno e le parole divine non sono ambigue Der Götter Worte sind nicht doppelsinning (613) come immagina nella sua tristezza chi è oppresso

Oreste ricorda la sue triste infanzia, ma Pilade lo ferma: ricordare i tempi belli dà nuove forze per una vita eroica: Die Götter brauchen manchen guten Mann- zum ihrem Dienst, (631-632) gli dèi hanno bisogno di diversi uomini valenti per il lloro servizio. Gli dèi ti hanno salvato la vita poiché contano su di te.

Ma Oreste avrebbe preferito morire con il padre.

E Pilade dice che lui può vivere solo con Oreste e per Oreste.

Oreste ricorda quando, nella casa di Strofio, Pilade simile a una farfalla leggera e variopinta giocava intorno al fiore cupo dunkle Blume  (649) a un giovane mezzo irrigidito che era lui, fino a comunicargli la sua gioia.

Ma Oreste si sente come un bandito infetto che contamina gli altri ich wie ein verpesteter Vertriebner  (657)

 Pilade ribatte che lui non è infettato, bensì pieno di coraggio e letizia che con l’amore sono le ali per le grandi azioni. (666) und Lust –(gioia) und Liebe-(amore)- sind die Fittige-zu grossen Taten.

Oreste ricorda il tempo quando le vedevano davanti. Quando il mondo sembrava così grande, così aperto.

Pilade ribatte che corriamo dietro l’ombra degli avi che  come un dio corona di nubi doro le cime di monti lontani. In questo modo non badiamo alla via sulla quale passiamo.

Oreste è stato scelto per operare.

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Ma il matricida ribatte che gli dèi l’hanno scelto come assassino della madre e hanno preso di mira la casa di Tantalo che deve esaurirsi in lui.

Pilade risponde che dei genitori si eredita la benedizione non la  maledizione (der Eltern Segen, nicht ihr Fluch, 717).

 

Un problema grande nell’uomo greco è quello della ereditarietà delle colpe dei padri. Sentiamone alcune espressioni: Eteocle nei Sette a Tebe  non è personalmente colpevole ma deve pagare per :”la trasgressione antica/dalla rapida pena/che rimane fino alla terza generazione:/quando Laio faceva violenza/ad Apollo che diceva tre volte,/negli oracoli Pitici dell’ombelico/del mondo, di salvare la città/morendo senza prole;/ma quello vinto dalla sua dissennatezza/generò il destino per sé,/Edipo parricida,/quello che osò seminare/il sacro solco della madre, dal quale nacque/radice insanguinata,/e fu la pazzia a unire/gli sposi dementi”(vv.742-757).

Il Coro dell Antigone deplora la catastrofe della ragazza con queste parole: “Avanzando verso l’estremità dell’audacia,/hai urtato , contro l’eccelso trono della Giustizia,/creatura, con grave caduta,/ del resto sconti una colpa del padre” (vv. 853-856).

Ora leggiamone un’interpretazione, a sua volta parecchio problematica, di Pasolini:Uno dei temi più misteriosi del teatro tragico greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri. Non importa se i figli sono buoni, innocenti, pii: se i loro padri hanno peccato, essi devono essere puniti. E il coro-un coro democratico- che si dichiara depositario di tale verità: e la enuncia senza introdurla e senza illustrarla, tanto gli pare naturale”

Per la nostra generazione Pasolini trova una ragione nella legge  della tragica predestinazione a ereditare le colpe: i giovani del 1975 sono figli di padri colpevoli, padri che si son resi responsabili, prima, del fascismo, poi di un regime clerico-fascista, fintamente democratico, e, infine, hanno accettato la nuova forma del potere, il potere dei consumi, ultima delle rovine, rovina delle rovine”. I figli dunque sono puniti. Ma sono figli puniti” per le nostre colpe, cioè per le colpe dei padri. E giusto? Era questa, in realtà, per un lettore moderno, la domanda senza risposta, del motivo dominante del teatro greco. Ebbene sì, è giusto. Il lettore moderno ha vissuto infatti un’esperienza che gli rende finalmente, e tragicamente, comprensibile l’affermazione-che pareva così ciecamente irrazionale e crudele-del coro democratico dell’antica Atene: che i figli cioè devono pagare le colpe dei padri. Infatti i figli che non si liberano delle colpe dei padri sono infelici: e non c’è segno più decisivo e imperdonabile di colpevolezza che l’infelicità“.

E le colpe dei padri? Esse sono la complicità col vecchio fascismo e l’accettazione del nuovo fascismo. Perché tali colpe?

Perché c’è-ed eccoci al punto-un’idea conduttrice sinceramente o insinceramente comune a tutti: l’idea cioè che il male peggiore del mondo sia la povertà e che quindi la cultura delle classi povere deve essere sostituita con la cultura della classe dominante. In altre parole la nostra colpa di padri consisterebbe in questo: credere che la storia non sia e non possa essere che la storia borghese [17].

 

Oreste non trova che una benedizione lo abbia portato nella Tauride.

Si tratta, dice Pilade, di riportare Artemide da Apollo a Delfi. Per questo atto, la veneranda coppia sarà benigna. Diana brama allontanarsi da questa riva di barbari. Saggezza umana è sentire attentamente la volontà degli dèi. Un dio chiama den edeln Man, l’uomo nobile che ha molto peccato a una difficile impresa che sembra impossibile. Vince l’eroe Es siegt der Held (748)

Oreste chiede che se  deve vivere e operare, è necessario che un dio tolga dalla sua fronte oppressa la vertigine che dallo sdrucciolevole sentiero bagnato di sangue materno mit Mutterblut mi trascina verso i morti (753). Asciughi  la fonte die Quelle che spruzzandomi dalle ferite materne mir aus der Mutter Wunden (754) mi macchia in eterno (ewig mich befleckt).

Pilade lo invita a riflettere e Oreste fa: mi sembra che parli Ulisse: ich hör Ulyssen reden (762).

Pilade avverte dell’ironia e un riferimento al lato negativo di Ulisse: quello messo in evidenza da Pindaro, Sofocle, Euripide e Dante che lo presentano come un demagogo un truffatore, una consumata volpe: dice all amico che List-astuzia- und Klugheit e senno non fanno vergogna all’uomo che si dedica a opere ardite.

Oreste, come Neottolemo nel Filottete di Sofocle, dice che apprezza chi è prode e retto.

Pilade ha raccolto notizie sulla sacerdotessa: si crede (man glaubet) che discenda dalle Amazzoni.

Non sarà una donna a salvarci dalla ferocia del re, dice Oreste.

Ma Pilade replica che una donna buona rimane buona, mentre un uomo che si abitua al male diviene malvagio.

Dunque: buon per noi che è una donna!” (786)

Cfr. Euripide (Medea) che è meno ottimista nei confronti delle donne.

Ottimismo pedagogico invece nelle Supplici del 422.

 

Scena seconda del secondo atto

Ifigenia e Pilade.

Ifigenia chiede a Pilade da dove venga. Gli sembra un Greco piuttosto che uno Scita. Gli toglie le catene.

Pilade conferma di essere greco e gradisce il dolce suono (süsse Stimme della lingua materna (Muttersprach)

Ifigenia si presenta come sacerdotessa.

Pilade dice di essere di essere Cretese, di chiamarsi Cefalo e di essere fuggito con il fratello Laodamante che ha ucciso un altro fratello rozzo e feroce. Apollo li ha mandati là perché vengano aiutati da Artemide. Viene in mente il detto di Epimenide: i Cretesi sono bugiardi. La tradizione attribuisce la prima formulazione del paradosso a Epimenide di Creta (VI secolo a.C.), il quale, cretese egli stesso, affermò che «i Cretesi sono bugiardi»

 

il paradosso del mentitore.

 

Se assumiamo che l’affermazione sia vera, allora  Epimenide, in quanto cretese, è un bugiardo. Ma allora la sua affermazione «i Cretesi sono bugiardi» non sarebbe vera ed otteniamo una contraddizione.

 Se invece assumiamo che l’affermazione sia falsa, allora sarebbe falso che «i Cretesi sono bugiardi», cioè sarebbe vero che alcuni cretesi dicono la verità e Epimenide mente. In questo caso  possiamo identificare Epimenide come uno dei cretesi che mentono. Per quanto argomentato nel caso precedente, non può infatti esser vero che Epimenide dica la verità.

Non si conosce il contesto in cui Epimenide fece questa affermazione; fu solo più tardi che questa fu di nuovo citata (per esempio nella Lettera a Tito 1,12-13 di Paolo di Tarso) e presentata come il paradosso del mentitore.

 

Ifigenia viene a sapere anche che Troia è caduta.

Pilade le chiede di salvare il fratello:  la sua bella anima libera –seine schöne freie Seele– viene data in preda alle Furie (854)

Pilade informa Ifigenia sulla guerra di Troia. Achille giace là con il suo amico bello Achill liegt dort mit seinem schönen Freunde. Anche Palamede e Aiace Telamone. Quindi le racconta la fine di Agamennone per mano di Clitennestra con l’aiuto di Egisto.

Clitennestra gli gettò sulle spalle e sul capo un tessuto piento di pieghe e mentre lui cercava di liberarsene wie von einem Netze, come da una rete Egisto lo colpì.

 

Cassandra nell’Agamennone di Eschilo dice, alludendo a Clitennestra :”ajll j a[rku” hJ xuvneuno”” (v. 1116), ma una rete è la compagna di letto

Nell’Elettra di Sofocle troviamo la rete della nemesi, quando Clitennestra sta per pagare il fio del delitto ordito cadendo a sua volta nella rete preparata dai figli:”kalw'” a[r ‘ a[rkun eij” mevshn poreuvetai” (v. 965), cammina giusto verso il mezzo della rete.

 

La moglie adultera e assassina era mossa da una cattiva passione (eine böse lust) e dal profondo sentimento di un’antica vendetta (904).

Il re l’aveva offesa con un grave atto che la scuserebbe se ci fosse scusa del delitto.

Euripide nellIfigenia in Aulide tende a trovare queste scuse per il grave atto di Clitennestra.

Il sacrificio di Ifigenia impresse un profondo odio nel cuore di lei che poi cedette alle richieste di Egisto e uccise il marito con reti di rovina.

 

Ifigenia si copre il volto commossa, e Pilade comprende che conobbe il re.

Quindi Pilade, come Odisseo, si rivolge al proprio cuore-Nur stille, liebes Herz-ora calma, caro cuore e lascia che ci venga incontro la stella della speranza und lass dem Stern der Hoffnung (925).

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