Imperialismo

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CORNELLI ANDREA

INTRODUZIONE AL CONCETTO DI IMPERIALISMO

Nell’ultimo quarto del XIX secolo l’evento più importante della storia mondiale fu la spartizione dei mondo in possessi coloniali e zone d’influenza delle grandi potenze europee. I domini coloniali della Gran Bretagna, che nel 1876 coprivano un’area di 22 milioni e 500.000 chilometri quadrati con circa 252 milioni di abitanti, raggiunsero nel 1914 33 milioni e mezzo di chilometri quadrati con circa 394 milioni di abitanti. le colonie francesi passarono nello stesso periodo da 900.000 chilometri quadrati con 6 milioni di abitanti a 10 milioni e 600.000 chilometri quadrati con 55 milioni e 500.000 abitanti; Russia, Germania, Belgio e Italia parteciparono in diversa misura e varie forme alla conquista di nuovi territori, finché il dominio coloniale si estese a tutte o quasi le aree disponibili. l’imperialismo divenne una forma universale di azione politico- economica delle potenze industrializzate o che erano sulla via dello sviluppo capitalistico ed ebbe allora la sua manifestazione principale nelle conquiste coloniali o nell’assoggettamento economico di alcuni paesi ridotti a condizione di semicolonie. Sterminate regioni furono inserite nell’area della civiltà moderna, ma nella forma della subordinazione coloniale e quindi in condizioni drammatiche di inferiorità. Soltanto con la generale sollevazione contro l’imperialismo, dopo la seconda guerra mondiale, i popoli coloniali hanno potuto assumere un ruolo di protagonisti e creare le condizioni per la loro partecipazione non subalterna alla storia dei mondo contemporaneo e l’utilizzazione autonoma degli strumenti ideali e pratici creati dal progresso civile. Se il colonialismo ha dato il primo impulso a questo processo, permettendo, di fatto, a quei popoli di venire a contatto con la tecnica e la cultura dell’Europa progredita, esso ha lasciato anche in eredità al mondo attuale l’enorme problema del sottosviluppo. L’imperialismo fu, nella sua sostanza, un fenomeno nuovo, diverso dal colonialismo dell’antichità e dei primi secoli dell’età moderna. la spinta fondamentale derivò dalla ricerca di nuove zone d’impiego dei capitale eccedente oltre che dalla necessità dei paesi economicamente progrediti di accaparrarsi fonti di materie prime e sbocchi di mercato. Le difficoltà determinate dalle crisi economiche e in particolare da quella del 1873 e dalla depressione che ne seguì, mentre favorirono la concentrazione industriale, la formazione di monopoli e lo sviluppo dei capitale finanziario, esercitarono una funzione di stimolo nei confronti delle tendenze colonialiste. Il dominio politico apparve come la migliore garanzia degli investimenti e dell’attività economica delle grandi potenze negli immensi territori sottosviluppati del continente africano e dell’Asia. A questa spinta fondamentale si collegarono anche altri motivi, di natura politica, sociale e ideologica. L’eccesso di popolazione fu allora assunto come una delle principali giustificazioni della politica imperialista. Il possesso di colonie avrebbe dovuto assicurare l’emigrazione della popolazione eccedente in territori sotto la stessa autorità politica, e fornire alla madrepatria la possibilità di un incremento economico adeguato al movimento demografico. In effetti, tra il 1870 e il 1914 la popolazione dei maggiori paesi europei aumentò in maniera consistente. La Gran Bretagna passò da 31 a 45 milioni d’abitanti; la Germania da 41 a 67; la Russia da 75 a 130. Tuttavia la Francia, che fu una delle due maggiori potenze imperialiste, ebbe un basso indice d’incremento demografico; inoltre, soltanto in qualche caso il surplus di popolazione fu attirato verso i domini coloniali. Al contrario, il punto di maggiore attrazione delle correnti migratorie furono, in quei periodo, gli Stati Uniti. Il nuovo sistema coloniale, infine, non mutò i rapporti di lavoro nelle madrepatrie: la politica imperialistica evitò temporaneamente, in alcuni paesi, l’esasperazione dei conflitti di classe, ma nello stesso tempo, accelerando la formazione dei monopoli industriali e finanziari, inasprì i contrasti economici e politici tra le nazioni europee e allargò enormemente, con l’inclusione dei popoli dei paesi sottosviluppati, la massa di manodopera che era sotto il dominio dei capitale. Più importanti della sovrappopolazione, come moventi dell’espansione imperialista, furono i fattori politici e ideologici, in gran parte connessi con la spinta economica.

I presupposti ideologici delle tendenze imperialiste, inizialmente enunciati in Inghilterra in un’opera di Charles Dilke (La più Grande Bretagna, 1868), trovarono larga risonanza nella cultura europea. il tema principale era l’affermazione della superiorità di determinate razze e nazioni nei confronti degli altri popoli della terra. Poiché questi ultimi erano incapaci di utilizzare le ricchezze dei loro paesi, le nazioni ‘superiori’ rivendicavano il pieno diritto di impadronircene. Scrittori e uomini politici, tra cui il ministro delle Colonie Joseph Chamberlain e il narratore Rudyard Kipling, applicarono queste tesi al popolo inglese ed elaborarono il terna della missione di civiltà che l’Inghilterra doveva svolgere nel mondo. A loro si aggiunsero uomini

d’affare come Cecil Rhodes (eroe dell’imperialismo inglese arricchitosi con lo sfruttamento dei giacimenti diamantiferi dell’Africa dei Sud) i quali colpirono l’opinione pubblica, più che con la propaganda delle idee, con la pratica dimostrazione delle possibilità di profitto offerte dalle imprese coloniali.

In Francia, le teorie colonialiste, sostenute, tra gli altri, dall’economista Paul Leroy-Beaulieu, autore di una fortunata opera sulla colonizzazione dei mondo moderno (1874), furono accolte pienamente da influenti repubblicani come Léon Gambetta e Jules Fen.

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