Importanza del movimento della «Voce»

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di Walter Binni

Agli inizi del secolo, due riviste: il «Leonardo» e il «Regno» danno, in un campo tra culturale e politico, la misura di un’Italia che si sprovincializza e va perdendo i più vistosi caratteri ottocenteschi. Soprattutto il «Leonardo» tendeva a un europeizzamento italiano in funzione di una rivolta ad ogni passato ed a ogni retorica: era anche questa, a suo modo, una retorica, ma almeno si trattava di una retorica giovane contro una retorica vecchia, senza ragioni di vita. Anche Corradini, dando al «Regno» un compito politico chiaro ed immediato, reagiva a quell’oratoria estetizzante dannunziana (in quanto la sfruttava politicamente) di cui era stato, nel «Marzocco», un notevole difensore. Lo Sturm und Drang del «Leonardo», anche attraverso le pagine personali dell’Uomo finito, ci sembra povera cosa rispetto a quella pienezza vitale che i giovani scrittori toscani volevano raggiungere, ma se lo vediamo nel momento in cui nacque, dopo l’estetismo e il predominio del metodo storico nella critica, ne dobbiamo riconoscere la necessità, il concreto valore spirituale. Spezzava quel cerchio di morbido decadentismo provinciale, quell’onestà professorale, quel borghese malgusto e portava un impulso, sia pure indiscriminato e generico, nella fiacca spiritualità italiana tra modernista e massonica. «Nessuno ha il coraggio degli estremi, nessuno è così saggio da amar la pazzia» diceva Prezzolini nel «Leonardo», e bisogna concedere che quest’impegno estremista, di un’accentuazione romantica post-nietzschiana, era nell’Italia d’allora una cosa nuova e profondamente rivoluzionaria. Corrispondeva anche in letteratura ad un cosciente distacco dalla tradizione aulica italiana, ad una assimilazione dei fondamenti delle poetiche europee decadenti, che D’Annunzio aveva accettato senza una profonda comprensione, e nel lato più vistoso e contenutisticamente decadente. Accanto al crepuscolarismo e al futurismo, delle nuove tendenze ricercano le radici della poesia nell’esperienza più intima ed assoluta, vanificando nei propri originali tecnicismi la conoscenza delle letterature moderne. La maturazione degli uomini e dei motivi reali per cui quegli uomini avevano qualcosa da dire in Italia, portò nel 1908 alla trasformazione del «Leonardo» nella rivista che meglio individua le tendenze, l’ambiente nuovo dell’anteguerra: la «Voce». Bisogna subito notare che, se tanto nella«Voce» quanto nel «Leonardo» Papini e Prezzolini si trovano insieme, il tono del «Leonardo» è dato da Papini (orgoglio della irregolarità, certo tono da parvenu, curiosità enciclopediche, il magismo, l’uomo-Dio, l’arte di persuadere, che è il papinismo di Prezzolini) mentre quello della «Voce» è totalmente prezzoliniano. Si dirà che ambedue sono più maieutici che direttamente costruttivi, ma l’impegno di Prezzolini è tanto più concreto ed efficace di quello papiniano, celante molta letteratura ed irrequietezza essenzialmente negativa. Occorre inoltre accuratamente distinguere le due «Voci»: quella che va dal 1908 al 1914 (distinguibile a sua volta nel foglio 1908-1913 e nella rivista esclusivamente prezzoliniana del ’14) e quella del ’15, ’16 scissa in letteraria, diretta da De Robertis, e politica, diretta da Prezzolini. La specializzazione della seconda mina il carattere totalitario, di completa umanità morale che è proprio della «Voce» e significa già che con l’inizio della guerra muore il vero spirito vociano. Non insistiamo sull’interesse immenso della «Voce» per la nostra cultura letteraria e artistica:basti ricordare che gli impressionisti francesi furono fatti veramente capire da Soffici, che Claudel, Péguy con i suoi «Cahiers de la Quinzaine», e tanti altri europei passarono da noi per opera di Jahier, di Slataper, degli altri vociani. Così che sfogliare la «Voce» e gli elenchi della sua Libreria, significa percepire il flusso della cultura europea novecentesca in Italia. Vogliamo invece preliminarmente rilevare l’importanza decisiva che hanno avuto, accanto ai toscani e ai centrali, i nordici (Jahier, Slataper, Stuparich, Boine), come immissione di uno spirito diverso da quello medio italiano, come novità di spunti mistici, di tipo protestante che corrispondevano del resto all’aspirazione più costante di Prezzolini; al suo carattere quacchero («le mie protestanterie»), al suo desiderio di riforma. Questa impostazione della «Voce» e il contributo dei nordici in questo senso, son capitali nella nostra vita spirituale, che ha sempre giuocato sull’aspirazione opposta di riforma e contro riforma. Si noterà che potrebbero farsi molte eccezioni, ma noi non vogliamo vedere tanto le differenze, le particolarità dei singoli, quanto valutare la «Voce» nella sua importanza complessiva. Solo un’impostazione chiaramente storica può eliminare l’accettazione migliorativa o una negazione passionale del movimento vociano. Ponendo la «Voce» nel suo momento, nel momento dell’Italia giolittiana e d’altra parte dell’Italia che si prepara alla guerra, se ne può comprendere lucidamente il limite ed il valore, l’importanza nei riguardi del nostro presente. Politicamente la fondazione della «Voce» importa una diversificazione netta dal nazionalismo corradiniano e dal «Regno» cui in un primo tempo Papini e Prezzolini avevano collaborato. Ma, anzi tutto, si può parlare di una «politica» della «Voce»? L’originalità, il valore e il limite di questa rivista consiste proprio in ciò, nel non avere una politica di partito. Ad una particolare politica la «Voce» contrappone un atteggiamento morale che poteva e anzi doveva diventare politico, sociale, estetico, ma che prima di tutto era morale. Il suo programma totalitario, radicale insisteva appunto sulla necessità di carattere, moralità, più che di intelligenza e potenza. Si assumeva così il compito di portare a maturazione quei problemi che la sensibilità dei suoi collaboratori avvertiva nella vita del paese, e di accompagnarvi una critica dei costumi (il porco mondo borghese, come lo chiamava Bastianelli) e del governo: una missione programmatica cui, entro i limiti che svolgeremo, corrisponde una funzione reale che rende la «Voce» unica nella letteratura giornalistica italiana.
Parole come formazione, cultura dell’anima (che è poi il titolo di una collezione diretta da Papini) precisano chiaramente quell’atteggiamento e quella tendenza. I vociani in sostanza volevano riprendere il Risorgimento, approfondirlo, ripercorrendo il processo unificativo italiano in un senso morale, formativo. Volevano insomma, per usare una frase famosa ed abusata, di cui essi non esitarono a servirsi, «fare gli Italiani». E formare così una coscienza italiana, nazionale, ma insieme europea, cioè non nazionalista stricto sensu, che potesse dare un nuovo ritmo alla vita sociale e politica del paese. Volevano una rivoluzione in profondo, non uno sconvolgimento superficiale come i futuristi. Dunque non tanto politica, quanto preparazione alla politica, formazione di caratteri capaci poi di dare un valore morale alla politica. «La “Voce” non è un giornale politico, ma ricorderà sempre che i problemi della cultura nostra non si risolvono che in relazione a quelli politici ed economici e con una direzione democratica» (Amendola, nella «Voce» n. 13 del 1910). C’è ad ogni modo un punto che personalizza l’atteggiamento interno della «Voce» e che è diretta emanazione del suo speciale programma educativo, morale: è il problema del Mezzogiorno. Questo infatti dipendeva dalla soluzione del problema delle scuole e dell’analfabetismo (mettere leplebi rurali del Meridione nella possibilità di votare) e importava conseguentemente la soluzione dei problemi dell’emigrazione, dell’espansione, del latifondo, della nuova economia. È naturale ad ogni modo che i politici puri del gruppo vociano (Amendola, Salvemini…), abbiano sentito ad un certo punto (nel ’12) il bisogno di fondare un giornale prettamente politico: l’«Unità», mentre l’esigenza artistica portava Papini alla «Lacerba». Data questa impostazione essenzialmente morale, la «Voce» fa sempre più questione formale che di fatti: non ha delle soluzioni preconcette come le può avere un dogma o un partito dottrinario, e non accetta o respinge i fatti in sé e per sé, ma cerca sempre volta per volta di porsi nel problema all’interno, giudicando dalla pienezza spirituale il valore d’un atto. Così di fronte alla guerra come fenomeno universale, i vociani non sono né pro (come i futuristi) né contro (come i socialisti). Combattono la guerra di Libia e accettano quella mondiale. Anzi, a proposito della guerra mondiale,la «Voce» condannò la neutralità non in sé e per sé, ma perché poteva essere morale e quindi politica, solo se sostenuta da una reale superiorità, da una sufficienza da parte dell’Italia. Il forte può stare a guardare i contendenti. Il debole deve riscattarsi lottando. Vien fatto così di ripensare al sottotitolo dato alla «Voce» da Prezzolini nel ’14: «Rivista di idealismo militante». In realtà è interessantissimo studiare come l’idealismo di Croce e di Gentile si sia trasfuso praticamente, tingendosi di un forte colore pragmatista e attivistico, nella «Voce», mediante Prezzolini. Anche in quelli che la combattevano e che uscivano dalla «Voce» per il netto atteggiamento preso da Prezzolini (come Boine), è chiaro un riflesso di mentalità idealistica, nel modo di porre e risolvere i problemi, nel forte senso dell’immanenza e del trascendentale.
Certo anche in questa formula di idealismo militante, l’accento cade essenzialmente sulla seconda parte: «militante». L’azione pervasa di moralità è la divinità dei vociani ed è costante la loro aspirazione alla concretezza e quindi al tecnicismo e al problemismo più assillante. Essi giuocano sempre fra un particolare che sia pieno dell’universale ed un universale che viva sempre nei particolari: «Abbiamo tenuto a riaffermare di fronte ai pensatori del transeunte, una veduta sull’assoluto e intendiamo star sempre sul sodo…». Non mancano fra loro delle vere competenze non improvvisate (Jahier per le ferrovie), ma una forte dose di letteratura inficia continuamente la loro ricerca di stringato tecnicismo, come si vede, ad esempio, nella Crisi degli ulivi in Liguria di Boine, che è un bellissimo pezzo stilistico, ma non un’inchiesta tecnicamente profittevole. I politici, gli specialisti quindi possono sempre trattare i vociani di letteratura, e i letterati puri disprezzarli come vili meccanici. È vero; questo disgusto per la maniera vociana è sensibile anche in alcuni di essi: nell’Epistolario di Serra, o in un articolo commemorativo di Ambrosini, e specialmente chi guarda i vociani da una posizione positiva, concreta, prova per essi un po’ di compassione e un po’ di fastidio. Chi guarda al risultato (come fa un po’ in questo caso Croce), vede che i vociani non hanno portato né una nuova formula di pensiero, né una pagina di grande arte. Chi poi guarda agli uomini della «Voce», al loro svolgimento dopo la guerra sente anche più il fallimento di quella impresa. Sente che la pratica li ha continuamente saltati (guerra di Tripoli, intervento) finché hanno urtato in cose troppo grandi, come la guerra, la crisi del dopoguerra e il fascismo. Nell’immediato dopoguerra Papini con altri ex-vociani provò una rivista: «La vraie Italie», che si risolse in un miserevolissimo tentativo di fronte alla vera «Voce». Quel voler preparare le cose troppo dal profondo, l’utopia di una formazione degli italiani anteriore alle azioni, il donchisciottismo per le cause sballate (le bastonature di Prezzolini sono quasi l’ironico indice della posizione della «Voce» rispetto agli altri: «A Dio spiacenti e agli inimicisui») si prestavano troppo bene ad essere ironizzate; e complessivamente, quel battere sempre sulla morale si traduce troppo facilmente in moralismo. Anche la mancanza di miti propulsivi come quelli del nazionalismo corradiniano poneva i vociani in condizione di inferiorità. E insomma, si sente, che il carattere essenziale della «Voce» è più preparatorio che risolutivo, più morale che politico. La «Voce» conteneva le radici del dopoguerra e nel suo impegno indiscriminato poteva esser sentita come tradizione da opposte tendenze: dalla «Rivoluzione liberale», da «Conscientia» e da giornali, con immense diversità che ognun vede, come il «Selvaggio» o l’«Italiano». Ebbene è proprio in questo atteggiamento essenziale che la «Voce» trova il suo limite, ma anche il suo valore veramente formativo, necessario storicamente. In un clima spirituale come quello dell’Italia giolittiana, un movimento che riprendesse tutti i problemi da risolvere (tutto quello che è arte, pensiero, storia, può diventare problema spirituale) e che trattasse l’Italia come un’Argentina, una nazione nuova in cui tutto è da fare; importava un fermento positivo e valevole come preparazione ad avvenimenti e movimenti più concreti. E concretamente per noi l’importanza della «Voce» sta proprio nella sua impostazione morale, non politica, nella sua possibilità di accogliere più indirizzi con un unico accento di seria volontà, di preparare un clima nuovo, europeo ed italiano insieme, un clima di possibilità profondamente rivoluzionarie.

In: «Il Campano», a. XIII, nn. 3/4, mag./giu. 1935, pp. 28-30

fonte: circe.lett.unitn.it

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