Inferno XXXIII dalla Divina commedia di Dante Alighieri – di Carlo Zacco

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Inferno XXXIII
Ultime malebolge.
Consiglieri fraudolenti > seminatori di discordia (affetti da varie malattie:
idropisia, scabbia) > falsari (piantati nella terra dall’ombelico in giù);
Il Cocito.
Dante e Virgilio escono dalle Malebolge ed entrano nel IX cerchio dell’inferno,
chiamato Cocìto, dove sono posti i traditori verso chi si fida (quelli
verso chi NON si fida erano nelle Malebolge);
 – Il Cocìto è
suddiviso in quattro zone:
1)
Caina: da Caino, primo traditore di suo fratello;
– qui ci sono i
traditori dei parenti;
2)
Antenòra: da Antènore, famoso traditore della sua città, Troia:
alcuni racconti tardoantichi (Servio) parlano di Antènore come colui che
consegnò a Ulisse e Diomede il Palladio, in cambio della salvezza per sé e per
la sua famiglia;
– qui sono puniti i
traditori della patria;
3)
Tolomea: da Tolomeo, re egiziano: questi fece uccidere Pompeo, che
si era rifugiato in Egitto dopo la sconfitta a Farsàlo;
– qui sono punti i
traditori degli ospiti;
4)
Giudecca: da Giuda, traditore di Cristo;
– qui sono punti i
traditori dei benefattori.
Il Cocito è un
ambiente freddo, per la precisione un fiume di ghiaccio. La superficie del
terreno, infatti, è completamente ghiacciata, e i dannati vi sono conficcati
dentro, più o meno in profondità in base alla gravità del loro peccato.
 – il contrappasso è
per analogia: come in vita hanno avuto il cuore freddo, mancando di carità nel
tradire il prossimo, così ora sono conficcati nel ghiaccio.
 – C’è un’atra
caratteristica:  quelli che in vita erano nemici, lo sono anche all’inferno, e
scontano insieme la loro pena.
Fine canto XXII.
Dante e Virgilio passano da Caina ad Antenora, e Dante vede due anime in uno
stesso buco ghiacciato;
 – l’una ha il capo
sopra l’altra, e gli rode il cranio coi denti;
 – Dante si rivolge a
quest’anima, chiedendole di raccontare la sua storia, e promettendo di riferirla
ai vivi, a maggior infamia del suo nemico.
vv. 1-78. La
storia di Ugolino
. L’anima a cui Dante ha rivolto la domanda solleva la
bocca dal cranio che stava rodendo, e dopo essersi pulita la bocca sui capelli,
incomincia a parlare:
 – dice di essere il
Conte Ugolino, e l’avversario, e quello che gli sta sotto è l’Arcivescono
Ruggeri, che lo ha tradito, facendolo rinchiudere nella in una torre detta
«Muda», presso Pisa, insieme ai due figli, lasciandoli morire di fame. Finito il
racconto riprende a mordergli la testa.
Conte Ugolino.
Ugolino della Gherardesca, Ghibellino;
 – riuscì, dopo aver
partecipato ad una guerra contro Genova, a prendere pieni poteri nella città di
Pisa;
 – per evitare che
Firenze e Lucca potessero allearsi con Genova in una nuova guerra, cedette loro
dei castelli, in modo che le due città rimanessero neutrali;
 – questo fu
interpretato come un tradimento da parte degli altri Ghibellini suoi alleati;
Ruggieri deli
Ubaldini
. Arcivescovo di Pisa, legato anch’egli alle più importanti famiglie
ghibelline;
 – accettò di
allearsi con Ugolino, e aveva stretto un accordo con lui, ma poi lo tradì,
sobillando la città contro di lui, e facendolo rinchiudere in una torre con i
suoi figli, lasciandoli morire di fame.

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   La bocca sollevò dal fiero pasto

quel peccator, forbendola a’ capelli

del capo ch’elli avea di retro guasto.

   Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli

disperato dolor che ‘l cor mi preme

già pur pensando, pria ch’io ne favelli.

   Ma se le mie parole esser dien seme

che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,

parlar e lagrimar vedrai insieme.

   Io non so chi tu se’ né per che modo

venuto se’ qua giù; ma fiorentino

mi sembri veramente quand’ io t’odo.

   Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,

e questi è l’arcivescovo Ruggieri:

or ti dirò perché i son tal vicino.

   Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,

fidandomi di lui, io fossi preso

e poscia morto, dir non è mestieri;

   però quel che non puoi avere inteso,

cioè come la morte mia fu cruda,

udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.

   Breve pertugio dentro da la Muda,

la qual per me ha ‘l titol de la fame,

e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,

   m’avea mostrato per lo suo forame

più lune già, quand’ io feci ‘l mal sonno

che del futuro mi squarciò ‘l velame.

   Questi pareva a me maestro e donno,

cacciando il lupo e ‘ lupicini al monte

per che i Pisan veder Lucca non ponno.

   Con cagne magre, studïose e conte

Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi

s’avea messi dinanzi da la fronte.

    In picciol corso mi parieno stanchi

lo padre e ‘ figli, e con l’agute scane

mi parea lor veder fender li fianchi.

   Quando fui desto innanzi la dimane,

pianger senti’ fra ‘l sonno i miei figliuoli

ch’eran con meco, e dimandar del pane.

   Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli

pensando ciò che ‘l mio cor s’annunziava;

e se non piangi, di che pianger suoli?

   Già eran desti, e l’ora s’appressava

che ‘l cibo ne solëa essere addotto,

e per suo sogno ciascun dubitava;

   e io senti’ chiavar l’uscio di sotto

a l’orribile torre; ond’ io guardai

nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.

   Io non piangëa, sì dentro impetrai:

piangevan elli; e Anselmuccio mio

disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.

   Perciò non lagrimai né rispuos’ io

tutto quel giorno né la notte appresso,

infin che l’altro sol nel mondo uscìo.

   Come un poco di raggio si fu messo

nel doloroso carcere, e io scorsi

per quattro visi il mio aspetto stesso,

   ambo le man per lo dolor mi morsi;

ed ei, pensando ch’io ‘l fessi per voglia

di manicar, di sùbito levorsi

   e disser: “Padre, assai ci fia men doglia

se tu mangi di noi: tu ne vestisti

queste misere carni, e tu le spoglia“.

   Queta’mi allor per non farli più tristi;

lo dì e l’altro stemmo tutti muti;

ahi dura terra, perché non t’apristi?

   Poscia che fummo al quarto dì venuti,

Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,

dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.

   Quivi morì; e come tu mi vedi,

vid’ io cascar li tre ad uno ad uno

tra ‘l quinto dì e ‘l sesto; ond’ io mi diedi,

   già cieco, a brancolar sovra ciascuno,

e due dì li chiamai, poi che fur morti.

Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno».

   Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti

riprese ‘l teschio misero co’ denti,

che furo a l’osso, come d’un can, forti.

Fiero pasto: pasto degno di una
fiera;

 

di retro guasto: che gli aveva
roso dietro la nuca;

 

disperato: senza speranza;

 

seme: debbano essere la causa;

 

parlare e lagrimare: zeugma;

 

 

 

 

 

 

 

 

mestieri: non è necessario;

 

 

Muda: la torre in cui Ugolino è
stato rinchiuso; detta così perché originariamente vi erano tenute le
aquile per la muta delle piume; e veniva usata anche come
prigione.

 – si chiuda: nella quale accadrà
che altri verranno chiusi;

 

 – più lune: cicli lunari > mesi;

 

 

  – Cacciando..ponno:  in una
battuta di caccia contro un lupo e i suoi lupacchiotti, sul monte a
causa del quale i pisani non possono vedere Lucca (> monte S.
Giuliano); 

 – Con cagne..fronte: aveva posto
davanti a sé cagne magre ed esperte, insieme a Gualandi, Sigismondi e
Lanfranchi.  (>famiglie ghibelline di Pisa).

Dopo una piccola corsa, il padre (lupo) e
i suoi figliuoli mi sembravano stanchi, e mi pareva di vedere [le cagne]
lacerare i loro fianchi con zanne aguzze;

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 – per suo sogno: ognuno aveva già
il presentimento;

 

 

 

 – impetrai: divenni di pietra;

 

 

 

 

 – L’altro sol: il secondo giorno
senza cibo.

 

 

 – per quattro visi: Ugolino vede
se stesso nei volti dei suoi figli, e per il dolore si morde entrambe le
mani;

 

 

 

 

 – le spoglia: mangiale;

 

 

 – t’apristi: perché non tri sei
squarciata, per inghiottire tutti noi, e porre fine a questa sofferenza?

 

 – Padre mio: richiamo evangelico;

 – come tu mi vedi > morto;

 

 

 

 – poi che fur morti: dopo la loro
morte, li ho chiamati per altri due giorni;

 – il digiuno: poi la fame
prevalse sul dolore;

Poscia, più che ‘l
dolor, potè il digiuno
. Uno dei versi più ambigui della commedia, e celebre
esempio di reticenza.
 – tradizionalmente
veniva esclusa la tecnofagia, cioè il cibarsi dei figli, e
si intendeva: «ad uccidermi è stata la fame, non il dolore».
 – le fonti storiche
dicono che la torre fu aperta dopo nove giorni, e i corpi erano intatti, non
mangiati;
La tecnofagia.
L’ipotesi di tecnofagia è stata avanzata in epoca moderna, nel
Novecento, sulla base di:
 – alcune fonti
medievali in effetti parlano di questo;
 – inoltre
l’apostrofe «ahi dura terra, perché non t’apristi», riprende un verso simile di
Seneca, il Tieste, la tragedia in cui al padre viene servita a tavola la carne
dei figli;
 – Ugolino poi fa
molti riferimenti alla fame, e all’inferno morte il cranio di Ruggieri;
 – Borges
risolve la questione: per lui Dante non ha voluto che noi pensassimo alla
tecnofagia, ma solo che lo sospettassimo
;



 

79-90. Invettiva
contro Pisa
. Dopo il racconto di Ugolino, Dante esplode una dura invettiva
contro Pisa:
 – auspica che le due
isole tirreniche, la Gorgona e la Capraia, si muovano nel mare fino a chiudere
la foce dell’Arno, così che tutti i cittadini anneghino;
 – la città è
definita novella Tebe per i suoi delitti;
 – è colpevole non
tanto per la morte di Ugolino, quanto di quella dei suoi figli innocenti;

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   Ahi Pisa, vituperio de le genti

del bel paese là dove ‘l sì suona,

poi che i vicini a te punir son lenti,

   muovasi la Capraia e la Gorgona,

e faccian siepe ad Arno in su la foce,

sì ch’elli annieghi in te ogne persona!

   Che se ‘l conte Ugolino aveva voce

d’aver tradita te de le castella,

non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

   Innocenti facea l’età novella,

novella Tebe, Uguiccione e ‘l Brigata

e li altri due che ‘l canto suso appella.

 – vituperio: vergogna dei popoli
d’Italia;

  – i vicini: soprattutto Lucca e
Firenze, nemiche di Pisa;

 – Capraia/Gorgona: all’epoca
dominio di Pisa;

 – aveva voce: aveva fama (quindi
non lo dà per scontato);

 – de le castella: compl. di
relazione: riguardo ai castelli;

 – a tal croce: a tale supplizio;

 – Innocenti: in inizio di
verso
, la parola si staglia come la sola e vera accusa, che
ricade su tutta la città.

 – l’età novella: l’età giovanile;

 – novella Tebe: nuova Tebe,
perché ne rinnova gli orrori;

 – appella: nomina; cioè
Anselmuccio e Gaddo.

Ahi Pisa…:
l’invettiva violenta prorompe dall’animo di Dante, quasi a trovar sfogo, come
spesso gli accade, alla forza e intensità dei sentimenti patiti.
 – Ma tutto l’orrore
e la pietà, per cui si invoca un castigo divino sulla città, sono per i
quattro giovani innocenti messi a tal croce insieme al colpevole;
– muovasi: il
movimento è biblico: è infatti propria della Scrittura la
punizione divina su città intere, per colpa dei loro abitanti
. E quindi
assurdo e ingenuo osservare che così, per quattro innocenti, Dante farebbe
morire tutti gli innocenti di Pisa;
 – l’esclamazione ha
funzione altamente retorica, di monito profetico, ricordando come Dio
punisce i popoli per le loro atrocità
, commesse collettivamente;
 – essa fa così
chiaramente intendere che non di un singolo fatto privato qui si tratta,
ma di un male che investiva tutta la società civile del tempo,
quell’odio crudele tra le fazioni
che Dante, la cui vita ne portava il
segno, non si stanca di denunciare.



 

91-108. La Tolomea.
Dante e Virgilio entrano nella Tolomea:
 – qui c’è un nuovo
tipo di pena: mentre nell’Antenòra erano col campo all’ingiù, qui sono con la
testa all’insù, in modo tale che le loro lacrime si ghiacciano all’esterno,
accumulandosi dentro il bulbo oculare, e aggiungendo dolore;
 – Dante qui sente
anche soffiare del vento, e chiede a  Virgilio come ciò possa avvenire, dato che
non c’è atmosfera:
 – Virgilio non
risponde, mantiene la suspense, e gli dice che presto scoprirà l’origine
del vento.

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   Noi passammo oltre, là ‘ve la gelata

ruvidamente un’altra gente fascia,

non volta in giù, ma tutta riversata.

   Lo pianto stesso lì pianger non lascia,

e ‘l duol che truova in su li occhi rintoppo,

si volge in entro a far crescer l’ambascia;

   ché le lagrime prime fanno groppo,

e sì come visiere di cristallo,

rïempion sotto ‘l ciglio tutto il coppo.

   E avvegna che, sì come d’un callo,

per la freddura ciascun sentimento

cessato avesse del mio viso stallo,

   già mi parea sentire alquanto vento;

per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?

non è qua giù ogne vapore spento?».

   Ond’ elli a me: «Avaccio sarai dove

di ciò ti farà l’occhio la risposta,

veggendo la cagion che ‘l fiato piove».

 –
Noi passammo oltre
:
nessuna straziante scena può fermarli;
il duro viaggio consiste proprio in questo: nel conoscere, e
abbandonare, le colpe umane e le loro dolorose conseguenze
(la
guerra.. della pietate);

 – gente:
categoria di peccatori;

 

rintoppo: ostacolo;

 – in entro: in dentro, negli
occhi stessi;

 – fanno groppo: formano un nodo;

 – visiere: la visiera era la
parte mobile dell’elmo che ricopriva gli occhi;

 

E sebbene, come accade della pelle
indurita da callosità a causa del freddo, ogni sensibilità (sentimento)
avesse lasciato il mio viso; cessare stallo: «cessar di
dimorare»;

 

 – Vapore: nella scienza
medievale si credeva che i venti nascessero dal vapore emesso dalla
terra umida;

 – Avaccio: presto (da vivacius);

 – che ‘l fiato piove: che fa
piovere, discendere su questa ghiaccia il vento che tu senti.

109-150.
Frate Alberigo
.

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   E un de’ tristi de la fredda crosta

gridò a noi: «O anime crudeli

tanto che data v’è l’ultima posta,

   levatemi dal viso i duri veli,

sì ch’ïo sfoghi ‘l duol che ‘l cor m’impregna,

un poco, pria che ‘l pianto si raggeli».

   Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,

dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,

al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».

   Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo;

i’ son quel da le frutta del mal orto,

che qui riprendo dattero per figo».

   «Oh», diss’ io lui, «or se’ tu ancor morto?».

Ed elli a me: «Come ‘l mio corpo stea

nel mondo sù, nulla scïenza porto.

   Cotal vantaggio ha questa Tolomea,

che spesse volte l’anima ci cade

innanzi ch’Atropòs mossa le dea.

   E perché tu più volentier mi rade

le ‘nvetrïate lagrime dal volto,

sappie che, tosto che l’anima trade

   come fec’ ïo, il corpo suo l’è tolto

da un demonio, che poscia il governa

mentre che ‘l tempo suo tutto sia vòlto.

   Ella ruina in sì fatta cisterna;

e forse pare ancor lo corpo suso

de l’ombra che di qua dietro mi verna.

   Tu ‘l dei saper, se tu vien pur mo giuso:

elli è ser Branca Doria, e son più anni

poscia passati ch’el fu sì racchiuso».

   «Io credo», diss’ io lui, «che tu m’inganni;

ché Branca Doria non morì unquanche,

e mangia e bee e dorme e veste panni».

    «Nel fosso sù», diss’ el, «de’ Malebranche,

là dove bolle la tenace pece,

non era ancora giunto Michel Zanche,

   che questi lasciò il diavolo in sua vece

nel corpo suo, ed un suo prossimano

che ‘l tradimento insieme con lui fece.

   Ma distendi oggimai in qua la mano;

aprimi li occhi». E io non gliel’ apersi;

e cortesia fu lui esser villano.

 – tristi: dannati;

 – crudeli..posta: tanto crudeli
che vi è stata assegnata l’ultima zona (posta) del Cocito > non vede, e
crede che siano dannati che si stanno recando alla Giudecca;

 – impregna: mi imbeve, mi
riempie;

  

 – se vuoi: è una falsa promessa:
Dante andrà veramente nella Giudecca, ma non per rimanerci;

 – e se non mantengo, che io finisca
nella Giudecca;

  – Alberigo dei Manfredi, frate
di origine nobile:

 – fece assassinare due suoi parenti,
dopo averli invitati a pranzo nella sua villa: dopo averli fatti
mangiare, ordinò ai servitori di portare la frutta, e quello era
il segnale per i sicari perché irrompessero a tavola, e li uccidessero;

 – riprendo: sconto, pago;

 – dattero per figo: pan per
focaccia;

 

  – Oh..morto: sei già morto?

 – sta: come stia il corpo: è
ancora vivo!!

 – nulla scienza porto: non ne ho
alcuna notizia;

 – vantaggio: ironico;

 

 – Atropo: la parca che tagliava
il filo;  mossa: spinta;

 

 – mi rade: mi raschi;

 

 – sappie che…: vien data qui la
straordinaria informazione: non appena l’anima commette un
tradimento di quel genere, il corpo le vien tolto e poi abitato
da un demonio finché sia trascorso (vòlto) il tempo di
vita a lei assegnato.

 – cisterna: il pozzo del cocìto;

 – pare ancor: è visibile ancora
(come il mio), suso: là sulla terra; – dietro mi verna:
passa l’inverno qua dietro a me;

 – qua dietro: introduce un altro
dannato;

 – pur mo: pur ora (se vieni qui
ora, già saprai che…);

  – : in questo luogo;

  – unquanche: umquam;

 – mangia…panni: principali
funzioni vitali;

 – Malebranche: la V bolgia, dei
barattieri, presieduta dai diavoli detti Malebranche (nella
pece);

  – prossimano: un suo complice;

  – oggimai: ormai;

 – e cortesia: ed esser villano
verso di lui fu cortesia.

Branca Doria:
della nobile famiglia genovese dei Doria, tra le più influenti
della città;
 – personaggio di
rilievo, svolse la sua attività politica soprattutto in Sardegna, dove avvenne
l’episodio qui ricordato da Dante, del quale peraltro non parlano i documenti:
 – gli antichi
commenti ci dicono che, aspirando a impossessarsi del Logudoro, di cui
era signore il suocero Michele Zanche (cfr. XXII 88 sgg.),
invitò quest’ultimo ad un banchetto
e poi lo fece trucidare con tutto il suo
seguito;
 – il suocero
di Branca Doria non era ancora arrivato nella V bolgia, che già l’anima del suo
traditore era stata scaraventata all’inferno per direttissima;
151-157.
Invettiva contro Genova
.

151

154

157

Ahi Genovesi, uomini diversi

d’ogne costume e pien d’ogne magagna,

perché non siete voi del mondo spersi?

   Ché col peggiore spirto di Romagna

trovai di voi un tal, che per sua opra

in anima in Cocito già si bagna,

   e in corpo par vivo ancor di sopra.

 – diversi: lontani (da ogni buon
costume);

 – magagna: vizio;

 – del mondo spersi: dispersi,
scacciati via dal mondo;

 – spirto di Romagna: frate
Alberigo;

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