Invocazione a Epicuro

Lucrezio, De Rerum Natura, Libro III, 1-40

di Carlo Zacco

Struttura generale. Sei libri organizzati in tre diadi in cui si tratta di: fisica (I-II), antropologia (III-IV), cosmologia (V-VI), in particolare:

 – nel libro I ha trattato della teoria degli atomi (la loro nascita e le loro caratteristiche;

 – nel libro II la teoria del clinamen, in virtù del quale gli atomi si aggregano e danno forma a tutto ciò che esiste nell’universo;

I libri III e IV sono dedicati all’uomo, in particolare:

 – nel III Lucrezio espone le teorie sull’anima umana;

 – nel IV la teoria dei simulacra, con la quale spiega la percezione da parte dell’uomo.

Libro III

 

Struttura. Il III libro si propone di liberare l’uomo dal metus mortis.

 – Proemio. Nel proemio viene ancora celebrato Epicuro, per aver insegnato agli uomini come liberarsi della paura della morte;

 – Teoria dell’anima. Quindi Lucrezio espone la teoria dell’anima. Innanzitutto fa una suddivisione tra:

1)      animus: la mente, cioè le facoltà razionali, che ha sede nel petto;

2)      anima: il principio vitale, cioè che ci tiene in vita, diffuso in tutte le membra;

 – mortalità dell’anima. Animus e anima sono di natura materiale, sono fatti di atomi, benché sottilissimi e leggeri, sono strettamente legati al corpo, fanno parte del corpo, e sono destinati a disperdersi con la morte, che coincide con la cessazione di ogni forma di coscienza e di sensibilità.

 – la morte. La morte è dunque un qualcosa che non riguarda l’uomo: Lucrezio ribadisce uno dei punti del tetrafarmaco Epicureo, cioè il fatto che la morte non deve spaventarci perché quando c’è lei, noi non ci siamo e viceversa;

 – l’oltretomba. L’oltretomba non esiste: è solo un invenzione dei poeti; e più in particolare è una proiezione, nell’aldilà, degli affanni che opprimono gli uomini in questa vita; si tratta di un inutile invenzione, che rende la vita ancora più angosciosa, e deve essere eliminata tramite la conoscenza razionale;

 – esempi. Nella parte finale fa un elenco di esempi negativi degli stati di inquietudine in cui l’uomo può cadere se non si applica allo studio della natura.

 

Inno a Epicuro (vv. 1-40)

La struttura formale di questo passo richiama quella dell’inno religioso, i cui elementi costitutivi sono:

 – apostrofe: in seconda persona col tu in anafora (du-still);

 – dossologia: solitamente il pronome qui riprende il soggetto apostrofato, e permette di elencarne gli attributi e le caratteristiche, o di fare le lodi;

 – richiesta: qui manca la richiesta, che solitamente è parte costitutiva dell’inno; Evidentemente Lucrezio non ha nulla da chiedere ad Epicuro, che ha già dato tutto quello che aveva da offrire.
 

5

E tenebris tantis tam clarum extollere lumen

qui primùs potuìsti inlùstrans còmmoda vitae,

te sequor, ò Graiaè gentìs decus, ìnque tuìs nunc

ficta pedùm ponò pressìs vestìgia signis,

non ita c’èrtandì cupidùs quam pròpter amorem

quod te imitàri aveò; quid enìm contèndat hirundo

cycnis, aut quid nam tremulis facere artubus haedi

consimile in cursu possint et fortis equi vis?

luce/tenebre: come nell’inno a Venere è marcata l’opposizione positivo/negativo;

 –  il 1° verso mostra le tenebre, il 2° la luce: Epicuro ha mostrato quali siano i veri beni della vita (e escluso, quindi, i falsi);

 – nome di Epicuro espresso con perifrasi, per elevare la materia;

 – la contrapposizione tra lo stridio della rondine e il canto del cigno è proverbiale in greco;

 

O [tu] qui

tenebris tantis

primus

potuisti

extollere

tam clarum lumen,

 

O tu

che da tenebre tanto profonde

per primo

sapesti

levare

una così splendida luce,

 

 

inlustrans commoda vitae,

te sequor,

o Graiae gentis decus,

 -que nunc

pono

vestigia

e illustrare i [veri] beni della vita,

te io seguo,

o onore dell’Ellade,

e ora

depongo

le orme

 

ficta

pedum

in tuis pressis signis,

non ita [=tam]

cupidus

impresse

dei miei piedi

nelle tue tracce segnate [da te],

non tanto

[perché]bramoso

 

certandi,

quam

quod aveo te imitari

propter amorem,

di competere [con te],

ma [quanto]

poiché bramo di imitarti;

a causa dell’amore [che ho per te],

 

Congiuntivo potenziale (quis fallere possit amantem?)   nel canto

quid enim

contendat hirundo

cycnis,

aut quidnam

possint

haedi

come infatti

potrebbe competere la rondine

coi cigni,

o che cosa

potrebbero

dei capretti

 

tremulis artubus

et vis fortis equi

facere consimile

in cursu?

dalle gambe tremule

e la forza di un potente cavallo

fare di simile

nella corsa?

 

10

Tu, pater, ès rerum ìnvenòr, tu pàtria nobis

suppeditàs praec’èpta, tuìsque ex, ìnclute, chàrtis,

floriferìs ut apès in sàltibus òmnia lìbant,

omnia nòs itidèm depàscimur àurea dìcta,

aurea, pèrpetuà sempèr dignìssima vìta.

 – pater: Epicuro è chiamato a soddisfare per certi versi, i doveri del pater familias romano, cioè educare i figli;

 – omnia: Lucrezio non trascura nulla dei suoi insegnamenti;

 – aurea: quelli di Ep. sono superiori a tutti gli altri;

                                                                                                                                                                                                                                           charta: foglio di papiro

Tu, pater

es rerum inventor,

tu suppeditas

nobis 

patria praecepta;

-que ex tuis chartis,

Tu, padre

sei lo scopritore della verità,

tu procuri

a noi

paterni precetti;

e dalle tue carte,

                                                                                                                                      libo: fare offerte agli dei > prendere qualcosa e offrirla agli dei > attingere

include,

ut apes

in floriferis saltibus

libant omnia,

itidem

nos

o glorioso [maestro],

come le api

nei colli fioriti

attingono a tutte [le essenze],

parimenti

noi

depascimur

omnia aurea dicta,

aurea,

semper

dignissima

perpetua vita.

ci cibiamo

di tutti i tuoi aurei detti,

aurei,

per sempre

i più degni

di vita eterna [di vivere in eterno].

 

15

Nam simul àc ratiò tua coèpit vòciferàri

naturàm rerùm divìna mènte coòrta

diffugiùnt animì terròres, moènia mùndi

discedùnt. Toùm videò per inàne gerì res.

divina: Lucrezio Sottolinea la natura sovrumana di Epicuro;

 

                                                                                              vociferor: proclamare a gran voce;

Nam

simul ac

ratio tua

coepit vociferari

naturam rerum

coorta

mente divina

Infatti,

non appena

il tuo intelletto

incominciò a proclamare

la natura delle cose

sorta

nella tua mente  d

 

                                                                                                                      moenia: i confini dell’universo

diffugiunt

terrores

animi

moenia mundi

discedunt:

video

res

geri

 

fuggono di q. e di là

le paure

dell’animo

le mura del mondo

si dischiudono:

e io vedo

le cose

prodursi

 

 

per totum inane.

attraverso tutto il vuoto.

 

20

Apparèt divùm numèn sedèsque quiètae,

quàs neque còncutiunt ventì nec nùbila nìmbis

aspergùnt neque nìx acìi concrèta pruìna

cana cadèns violàt sempèrque innùbilus aèther

integit èt largè diffuso lùmine rìdet:

omnia sùppeditàt porrò natùra neque ùlla

res animì pac’èm delìbat tèmpore in ùllo.

 – oltre all’immortalità, la prerogativa degli dèi è l’atarassia, che per loro è naturale, per gli uomini invece va conquistata: a questo servono gli insegnamenti di Epicuro.

 

Apparet

numen divum

sedesque quietae

quas

neque venti concutiunt,

nec nubila

appare

la potenza degli dei

e le sedi quiete

che

né i venti scuotono,

né le nuvole

 

                                                                                              concresco: addensata

aspergunt

nimbis,

neque nix cana,

concreta

acri pruina,

violat

cadens;

-que aether

cospargono

di pioggia,

né la neve bianca,

indurita

dall’acuto gelo,

deturpa

cadendo;

e un cielo

 

                        innubilus < anéphelos               in-: calore intensivo

semper

innubilus

integit,

et ridet

large diffuso lumine:

porro

natura

sempre

privo di nuvole

ricopre

e sorride

di una luce largamente diffusa:

inoltre

la natura

 

suppeditat

omnia,

neque ulla res

delibat

pacem

animi

tempore in ullo.

fornisce

tutto [il necessario],

né alcuna cosa

toglie

la pace

dell’animo

in nessun momento.

 

25

At contrà nusquam àpparènt Acherùsia tèmpla,

nec tellùs obstàt quin òmnia dìspiciàntur,

sub pedibùs quae cùmque infrà per inàne gerùntur.

Qui ripete una massima di Epicuro che dice che: al di sopra di noi ci sono soltanto le sedi degli dèi, che non si occupano di noi; al di sotto c’è solo il vuoto: da nessuna delle due parti può venire nulla di male.

 

                                                                                                            templum: spazio delimitato > regione

At contram

nusquam

apparent

Acherusia templa,

nec tellus

obstat

quin

Invece,

in nessun luogo

appaiono

i templi Acherontei,

né la terra

impedisce

che

 

dispiciantur

omnia quaecumque

geruntur

per inane

infra sub pedibus.

si possano veder

tutte le cose che

accadono

nel vuoto

sotto i nostri piedi.

 

30

His ibi mè rebùs quaedàm divìna volùptas

percipit àtque horròr, quod sìc natùra tuà vi

tam manifèsta patèns ex òmni pàrte retècta est.

Qui finisce l’elogio di Epicuro.

 

Ibi

his rebus

me percipit

quaedam divina voluptas

atque horror,

quod

Ora,

di fronte a queste cose

si impadronisce di me

una specie di piacere divino

e di brivido,

poiché

 

tua vi

sic natura

est retecta

patens

tam manifesta

ex omni parte.

per la tua forza d’intelletto

così la natura

è stata svelata

scoprendosi

tanto evidente

in ogni sua parte.

 

35

Et quoniàm docuì, cunctàrum exòrdia rèrum

quàlia sìnt et quàm variìs distàntia fòrmis

spònte suà volitènt aetèrno pèrcita mòtu,

quòve modò possìnt res èx his quaèque creàri,

hàsce secùndum rès animì natùra vidètur

atque animaè clarànda meìs iam v’èrsibus èsse

et metus ìlle foràs praec’èps Acherùntis agèndus,

funditus hùmanàm qui vìtam tùrbat ab ì

omnia suffundens mortis nigròre neque ùllam

esse volùptatèm liquidàm puràmque relìnquit.

Dopo l’elogio di Epicuro, Lucrezio fa un breve sommario di quanto ha detto nei due libri precedenti, e anticipa l’argomento del terzo libro.

                                                                       exordia: gli atomi

Et quoniam

docui

qualia sint

exordia cunctarum rerum

et quam

distantia 

E poiché

ho mostrato,

quali siano

i primordi di tutte le cose

e quanto

differenti

 

variis formis

volitent

sponte sua

percita

aeterno motu,

per  le diverse forme

volteggino

spontaneamente

sospinti continuamente

in un movimento eterno,

 

                                                                                                                                           hice, haece, hoce: questo qui;

quove modo

quaeque res

possint

creari

ex his,

secundum

hasce res

videtur [mihi]

e in che modo

ciascuna cosa

possa

crearsi

da essi,

in base

a questi principi qua

mi sembra oppor.

 

iam esse claranda

meis versibus

animi natura

atque animae

et agendus foras

che ormai sia da chiarire

nei miei versi

la natura dell’animo

e dell’anima,

e spazzare via

 

praeceps

metus ille Acheruntis,

qui

turbat

funditus ab imo

humanam vitam, 

a capofitto

quello sciocco timore dell’Acheronte,

che

scuote

dalle fondamenta

la vita umana,

 

suffundens omnia

nigrore

mortis,

neque relinquit

esse

ullam voluptatem

coprendo tutto

col tetro colore

della morte,

e non lascia

esistere

alcuna gioia

 

liquidam puramque.

limpida e pura.

Audio Lezioni su Lucrezio del prof. Gaudio

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