La comunicazione nei totalitarismi

Alla fine della Grande Guerra era diffusa la percezione che qualcosa fosse definitivamente finito e che qualcos’altro stesse pian piano colmando il vuoto lasciato da valori e ideologie che la guerra aveva cancellato.

Nell’immediato dopoguerra, infatti, nei paesi che erano usciti più malconci dal conflitto, come ad esempio Germania, Russia e Italia, regnava una situazione di grande conflittualità sociale.  Operai e contadini avanzavano rivendicazioni sindacali, mentre i movimenti più estremisti (nazionalisti e socialisti) aizzavano il malcontento degli ex-combattenti.

Si vanno cosi creando i cosiddetti regimi totalitari accomunati, tra le altre cose, come ben descritto nell’opera della studiosa Hannah Arendt “le origini del totalitarismo”, dalla presenza di un leader carismatico e dal culto della sua persona, dall’organizzazione del consenso e dalla repressione del dissenso.  Questi aspetti sono assolutamente basilari per quanto riguarda la costituzione e il mantenimento di un regime dittatoriale e furono resi possibili dall’enorme sviluppo che investì quelli che noi oggi chiamiamo ” mezzi di comunicazione di massa”.  Nei primi anni del ventesimo secolo, infatti cominciò un processo che portò la comunicazione ad essere uno dei campi di maggior sviluppo e dove le nazioni investirono una buona quantità di denaro.  Questo investimento fu d’obbligo per tutti i regimi totalitari: nel corso degli anni trenta, per esempio, intensificò i suoi interventi sul sistema culturale, sottoponendo mezzi di informazione e manifestazioni varie ad un controllo capillare.  Rispondevano a tale scopo le “veline” che venivano quotidianamente inviate alla stampa e le misure censorie cui doveva sottostare il cinema.  Da tali disposizioni traspare lo zelo, talvolta ridicolo, con cui le autorità fasciste si preoccupassero, fra l’altro, della moralità pubblica, della salvaguardia della lingua nazionale e dei mito del duce.  Al cinema, per esempio, si chiedeva di sopprimere o rendere invisibili scene con donne semi nude o ragazzi che chiedono l’elemosina; si chiedeva di cambiare le parole straniere, come ad esempio camion, con parole italiane, come autocarri; si arrivò addirittura a censurare la scena, nel film Tarzan l’indomabile, in cui un leone addentava l’uomo bianco perché non rispettava la tesi che l’uomo bianco fosse più forte e intelligente degli animali africani.  Ai giornali, invece, fu proibito dare notizie su processi svoltisi al tribunale militare, su Einstein, sulle malattie del Duce o del Papa; mentre si invitava caldamente a sottolineare particolari come la divisa da primo maresciallo dell’impero indossata dal Duce, la freschezza di Mussolini dopo quattro ore di trebbiatura ed infine le dieci acclamazioni della folla per far affacciare Mussolini al balcone.

Tra i vari regimi totalitari, quello che seppe sfruttare nel migliore dei modi la propaganda fu sicuramente quello nazista; Hitler, capita l’importanza di quest’aspetto, istituì il ministero della propaganda con a capo uno dei suoi collaboratori: Joseph Paul Goebbels.  A testimonianza di quanto peso dessero i nazisti alla diffusione dell’informazione ogni mattina i redattori dei quotidiani di Berlino e i corrispondenti di quelli stampati in altre città del Reich si riunivano al ministero della propaganda per farsi dire dal dottor Goebbels quali notizie stampare e quali tacere, come scrivere le notizie e come intitolarle, quali campagne rimandare e quali lanciare e qual era l’articolo di fondo desiderato per quel giorno.  Per evitare malintesi venivano fornite, insieme alle istruzioni orali, direttive scritte giornalmente che venivano inviate ai piccoli giornali periferici per telegrafo o per posta. 1 giornalisti dovevano essere di pura razza ariana e irreprensibili dal punto di vista della fedeltà al regime.  Analogo trattamento subirono i nuovi mezzi di comunicazione di massa, cioè la radio e il cinema.  Il nazismo avvertì molto acutamente l’enorme potenziale di questi enti per la generazione del consenso; essi vennero quindi asserviti alla propaganda del Reich.

 

Nell’URSS, invece, l’uso dei mezzi di comunicazione di massa fu portato avanti in una maniera molto più rigida e “fisica”: mentre, infatti, nei regimi nazionalfascisti il consenso veniva organizzato in modo rigido ma senza alcuna esagerazione, in Russia si era creato una vera e propria atmosfera di terrore; un esempio significativo di questa sottomissione dei cittadini nei confronti del regime ci viene fornito dallo scrittore Aleksandr Isaevic Solzenisyn autore del libro Arcipelago Gulag: “si sta svolgendo, nella regione di Mosca, una conferenza regionale di partito.  La dirige il nuovo segretario del comitato rionale, nominato al posto dell’altro, recentemente arrestato.  Alla fine della conferenza viene approvato un messaggio di fedeltà a Stalin.  Naturalmente tutti si alzano in piedi.  Nella piccola sala è una burrasca di applausi che diventa ovazione.  Tre, quattro, cinque minuti: sempre burrascosi sempre in ovazione.  Ma già le palme sono indolenzite.  Già le braccia alzate sono informicolite.  Già gli anziani hanno l’affanno.  Sta diventando ridicolo anche per chi adora sinceramente Stalin.  Ma chi oserà smettere per primo?  Lo poterebbe fare il segretario rionale ma è nominato da poco, al posto di un arrestato, ha paura!  Infatti vi sono in sala quelli dell’Nkvd, in piedi ad applaudire, osservano chi smetterà per primo!  E gli applausi continuano all’insaputa del grande capo, 6, 7, 8 minuti!  All’undicesimo minuto H direttore della cartiera assume un’aria indaffarata e si siede al tavolo della presidenza.  Dove è andato a finire il generale entusiasmo?  Tutti in una volta, con l’ultimo battito di mani, cessano e si mettono a sedere.  Sono salvi!  Tuttavia proprio cosi si riconoscono gli uomini indipendenti.  La stessa notte il direttore della cartiera è arrestato.  Gli appioppano senza difficoltà, per tutt’altro motivo, dieci anni.” Questa paradossale scenetta ci fa comprendere come l’uso delle nuovi mezzi di comunicazione di massa e l’uso capillare della forza per sopprimere qualsiasi dissenso e incanalare in direzioni precise il consenso e l’appoggio al regime.

dalla tesina multidisciplinare “La comunicazione dagli anni trenta ad oggi”  esame di stato 2005 – Filippo Saluzzo