La donna ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni

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Renzo e Lucia, oltre ad essere forse le due figure più belle e originali dei Promessi Sposi, sono anche la chiave della concezione manzoniana della vita, della società e della religione. Lucia è soave, dolce, discreta, pudica, riservata; ma anche talvolta, leziosa, cocciuta, inclinata a compiacersi e a strafare. I critici hanno sempre detto molto male di questo personaggio femminile del romanzo: Lucia sembrerebbe infatti un’antifemminista, ma in realtà è una donna tutt’altro che rassegnata o umiliata. La discrezione e moderazione pudica dei sentimenti in Lucia non ci deve ingannare sulla fermezza e autonomia della sua personalità: il vero ritratto ideale della sua femminilità cristiana, calata nella vita elementare di una popolana che sa difendere in ogni momento i suoi pensieri virginei e i suoi principi di fede.

Lucia si batte per la sua fede con gentilezza, ma anche con timidezza tutta femminile che finisce sempre per creare qualche scrupolo e disagio nella coscienza del suo prossimo. Quando si arrende, la sua resa è determinata da quella superiore comprensione del maggior male, che causerebbe un’ulteriore resistenza, di conseguenza quel cedere non è tanto un cedere per fiacchezza, quanto una ragionevole e sofferente accettazione della realtà.

Nella sua apparente passività si conferma la caratteristica sostanziale di questo personaggio femminile del romanzo: si tratta di una passività apparente. E’ la passività, l’umiltà di chi ha una forza interiore, una di quelle forze che il mondo può tentare di deridere o di sopraffare, ma che non riesce mai a reprimere. L’umiltà di Lucia, la sua passività non sono altro che una forza sicura. La nostra avversione nei confronti di Lucia, non è un’avversione estetica ma un’avversione di indole sempre psicologico-sentimentale. Può non piacerci quella femminilità, come simbolo di vita, ma non possiamo disapprovarla come simbolo della nostra vita quotidiana.

Un altro personaggio femminile del romanzo che illustra la condizione femminile nel ‘600 è Gertrude. E’ lei la vera vittima del romanzo, esemplare modello di sottomissione alle leggi gerarchiche del patriarcato. Si tratta infatti della figlia di un principe milanese ricco e potentissimo, feudatario del luogo in cui sorge il convento.

Come si può notare il futuro di Gertrude è segnato dalla scelta paterna: tutta l’educazione che le viene impartita mira a condizionare ogni sua decisione, a non offrirle alternative, senza però che mai le si spieghi con chiarezza e lealtà quali ne siano le ragioni di fondo. Il padre sembra avere un rispetto, pieno di cortesia, della volontà e degli affetti della figlia; ma sulla sua volontà egli agisce per vie indirette. Il cerchio si stringe sempre più intorno a Gertrude, inchiodata dal ricatto paterno, perché teme il padre più della reclusione in convento: si vergogna di confessare quello che in fondo è stato solo un peccatuccio veniale ma che i calcoli paterni hanno saputo così abilmente sfruttare. E la vittima è condotta fatalmente ad accettare la logica dei suoi torturatori: essa è una vittima, è vero, ma le vittime che si rassegnano ad essere tali, diventano complici dei loro sopraffattori.

di Alice Fusè

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