La non violenza secondo Gandhi

La non-violenza di Gandhi

“La mia fede nella non violenza è una forza estremamente attiva. Non lascia posto alla viltà e neppure alla debolezza. Vi è speranza che il violento diventi un giorno non violento, ma per il vile non ve n’è alcuna. Perciò ho detto più volte che se non sappiamo difendere noi stessi, le nostre donne e i nostri luoghi di culto con la forza della sofferenza, vale a dire con la non violenza, dobbiamo almeno, se siamo uomini, essere capaci di difendere tutto questo combattendo.”

“Rischierei mille volte la violenza piuttosto che la distruzione di tutto un popolo. ”

“La mia non violenza non ammette che si fugga dal pericolo e si lascino i propri cari privi di protezione. Tra la violenza e una fuga vile, posso soltanto preferire la violenza alla viltà. Non posso predicare la non violenza ad un codardo più di quanto non possa indurre un cieco a godere di visioni piacevoli. La non violenza è il culmine del coraggio. E nella mia esperienza non ho incontrato difficoltà a dimostrare a uomini allevati alla scuola della violenza la superiorità della non violenza.  La non-violenza di Gandhi Codardo quale fui per anni, albergavo la violenza. Cominciai ad apprezzare la non violenza quando cominciai a liberarmi della viltà.”

” Non conoscendo la sostanza di cui è fatta la non violenza, molti hanno onestamente creduto che fuggire sempre dal pericolo fosse una virtù paragonabile a quella di opporre resistenza, soprattutto quando questa comportasse pericolo per la vita. Come insegnante di non violenza devo, per quanto mi è possibile, mettere in guardia da una credenza così meschina.” La forza non viene dal vigore fisico. Viene da una volontà indomabile.”

Nell’azione politica di Gandhi, la dimensione politica s’intrecciò con quella spirituale. Nel 1906 egli fece voto di brahmacharya, cioè di un comportamento ispirato alla pratica della castità, ma anche alla moderazione estrema nel mangiare, nel controllo delle emozioni, del linguaggio, del desiderio, della brama di possedere. Nel frattempo, fondò un giornale e una comunità rurale alla quale diede il nome di Fattoria Tolstoy, in onore del grande scrittore russo nonviolento, con il quale ebbe un intenso scambio epistolare.

I fatti storici in cui fu coinvolto Gandhi

All’inizio del XX secolo, l’India fu attraversata da un crescente fermento sociale e politico. L’Élite intellettuale indiana introdusse alcuni aspetti di pensiero europeo e il nazionalismo indiano cominciò a rappresentare una minaccia per i britannici. In seguito sorsero diverse associazioni anticolonialiste e nazionaliste, tra cui il Congresso Nazionale Indiano. Dopo la Prima Guerra Mondiale la lotta politica si intensificò. In risposta, il Parlamento britannico approvò delle leggi che sospesero i diritti civili e introdussero la legge marziale in alcune zone, provocando ulteriori disordini. In quest’epoca Gandhi, un riformatore induista, conosciuto come Mahatma, invitò il popolo indiano a rispondere alla repressione britannica con la resistenza passiva. Per le autorità britanniche, quelle intraprese da Gandhi erano attività rivoluzionarie e il leader indiano fu più volte incarcerato. L’ondata di nazionalismo raggiunse l’apice nel 1930, in seguito al rifiuto britannico di concedere all’India lo status di dominion. Gandhi avviò una lunga marcia del sale e fu arrestato di nuovo; in tutta l’India vennero compiute azioni simili con un impatto simbolico molto profondo. Un anno dopo il governo concordò una tregua con Gandhi, rilasciato alcuni mesi prima. Nel frattempo la Lega musulmana, temendo un futuro dominio degli induisti, aveva richiesto dei privilegi speciali all’interno dell’eventuale dominion. Ci fu una grave controversia, che sfociò in scontri tra induisti e musulmani. Nel 1935 il Parlamento britannico approvò il Governement of India Act (Legge sul governo dell’India), che istituiva organi legislativi autonomi nell’India britannica e prevedeva la protezione della minoranza musulmana. Seguendo Gandhi, il popolo approvò queste misure, ma molti membri del Congresso indiano continuavano a richiedere la completa indipendenza del paese. Nel 1946 i negoziati avviati dai britannici per raggiungere un accordo con i leader indiani, fallirono. Si intensificarono, così, gli scontri tra indiani e musulmani. Nel 1947 in una situazione prossima alla guerra civile i britannici annunciarono il ritiro del proprio paese dall’India. Fu suggerita al governo britannico la suddivisione dell’India, come unico mezzo per evitare la catastrofe; fu presentato un disegno di legge al Parlamento che lo approvò rapidamente. In base all’Indian Indipendent Act, l’Unione Indiana e il Pakistan furono istituiti come stati indipendenti all’interno del Commonwealth, con il diritto di ritirarsi da esso. L’India scelse di rimanerne membro. La fine del dominio fu accolta con entusiasmo dagli indiani di ogni confessione religiosa e tendenza politica.

Audio Lezioni di Storia moderna e contemporanea del prof. Gaudio

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