La peste di Atene in Lucrezio

Stile e fortuna di Lucrezio

La peste di Atene in Lucrezio

Libro VI [vv. 1138-1181; 1230-1286] dal De Rerum Natura

di Carlo Zacco

Libro VI [vv. 1138-1181; 1230-1286]

Elogio di Atene. Il libro inizia con l’elogio della città di Atene, e di Epicuro, che ad Atene ha operato.

 – fenomeni naturali. Quindi Lucrezio fa una lunga rassegna di fenomeni atmosferici che solitamente venivano attribuiti agli dei, e ne fa un’analisi razionale: tuoni, lampi, fulmini, nuvole, piogge, terremoti, vulcani, le piene del Nilo, e infine le epidemie:

 – la peste: a partire da questo argomento introduce la descrizione della peste di Atene, che chiude il libro.

La peste di Atene

L’opera si conclude con la descrizione della peste che si abbatté su Atene nel 430 a.C.

Introduzione. La peste si collega al tema delle epidemie, trattato nel passo immediatamente precedente.

 

Haec ratio quondam morborum et mortifer aestus      1138

finibus in Cecropis funestos reddidit agros

vastavitque vias, exhausit civibus urbem.                    1140

nam penitus veniens Aegypti finibus ortus,

aeëra permensus multum camposque natantis,

incubuit tandem populo Pandionis omni.

inde catervatim morbo mortique dabantur.

 

Quondam,

haec ratio morborum

et mortifer aestus

reddidit funestos

agros

in finibus

Una volta,

questo tipo di malattia

ed effluvio datore di morte

rese desolati

i campi

entro i confini

 

Cecropis,

vastavitque vias,

exhausit urbem

civibus.

Nam

veniens

ortus

di Cercope,

rese deserte le strade,

svuotò compl. la città

dei suoi abitanti.

Infatti

giungendo

sorto

 

penitus

finibus

Aegypti,

permensus

multum aera

camposque natantis

dal profondo

dei confini

degitto,

avendo percorso

gran tratto di cielo

e le distese marine

 

incubuit

tandem

populo Pandionis omni.

Inde

catervatim

dabantur

morbo mortique.

si gettò

infine

su tutta la gente di Pandione.

E da lì

a mucchi

erano dati

alla malattia e alla morte.

 

Reddidit funestos: rese pieni di cadaveri; funestus < funus: luttuoso, mortifero; «riempì di lutti»;

 – in finibus Cercopis: Cercope è il primo re legislatore di Atene; la perifrasi sta per: «A Atene»;

 – vasto, āre: rendere vuoto; < vastus;

 – exhaurio, Ä«re: lett. svuotare attingendo, prosciugare;

 – finibus: Abl. modo da luogo, senza preposizione; dipende da veniens e ortus (participi coordinati tra loro;

 – permetior, Ä«ris, mensus sum, Ä«ri: let. misurare > percorrere;

 – āēr, āĕris: aria, atmosfera; Acc. > āĕra (alla greca);

 – caterva: dà l’idea di una massa disordinata;

 – Pandione: mitico Re di Atene dopo Cercope;

 

Principio caput incensum fervore gerebant                1145

et duplicis oculos suffusa luce rubentes.

sudabant etiam fauces intrinsecus atrae

sanguine et ulceribus vocis via saepta coibat

atque animi interpres manabat lingua cruore

debilitata malis, motu gravis, aspera tactu.                1150

inde ubi per fauces pectus complerat et ipsum

morbida vis in cor maestum confluxerat aegris,

omnia tum vero vitai claustra lababant.

spiritus ore foras taetrum volvebat odorem,

rancida quo perolent proiecta cadavera ritu               1155

 

Principio

gerebant

caput incensum fervor,

et duplicis oculos rubentes

suffusa luce.

Fauces

Dapprima

presentavano

il capo bruciante di febbre,

ed entrambi gli occhi arrossati

di luce diffusa.

La gola

 

atrae

sudabant

etiam

sanguine

intrinsecus,

et saepta ulceribus

vocis via

coibat,

nera

trasudava

anche

di sangue

internamente ,

e ostruita dalla piaghe

la via della voce

si chiudeva,

 

atque lingua,

interpres

animi,

manabat cruore

debilitata malis,

gravis motu,

e anche la lingua,

interprete

dell’animo,

stillava sangue

debilitate dal male,

pesante a muoversi,

 

aspera tactu.

Inde ubi

morbida vis

per fauces

complerat

pectus

et confluxerat

ruvida al tattoo.

Quando poi

la forza della malattia

attrav. la gola

aveva riempiro

il petto

e confluiva

 

ipsum in cor maestum

aegris,

tum vero

omnia claustra

vitai

lababant.

Spiritus

nel cuore affaticato

dei malati,

allora davvero

tutte le porte

della vita

vacillavano.

Il respiro

 

volvebat

ore foras

taetrum odorem,

quo ritu

perolent

cadavera

proiecta

rancida

emanava

dalla bocca

un terribile odore,

nel modo in cui

odorano

i cadaveri

insepolti

in decomposizione.

 – gerebant > habebant;

 – duplicis  > ambos, utrumque;

 – Fauces: plural per il singolare > poetico: è la parte superiore della gola;

 – coeo, is, coÄ«vi, cŏĭtum, Ä«re: andare insieme > unirsi > chiudersi;

 – cruor: sangue versato  – sanguis: sangue che scorre nelle vene;

 – conpleo, ed, Ä“vi, Ä“tum, Ä“re: riempire;  < pleo, Ä“s, Ä“re; complerat > compleverat (contratto);

 – cor: la fonte di Tucidide dice kardìa, intendendo con questa parola «stomaco»; ma Lucrezio traduce «cuore», forse non a caso: è il cuore la sede della vita, e l’attacco al c. segna l’inizio della fase terminale;

 – labo, -avi, atum, āre: vacillare;

  – Tucidide (II, 49, 2): «I malati, da sani che erano, dapprima venivano presi da violente vampate alla testa, gli occhi divenivano rossi e gonfi, e gli organi interni, come la faringe e la lingua, subito si facevano sanguinolenti. La malattia scendeva nel petto provocando una tosse violenta. Quando si localizzava nello stomavo, ne venivano delle nausee e tutte quelle secrezioni di bile che i medici descrivono, e per di più accompagnate da forti dolori»,

 

Atque animì prorsùm tum vìres tòtius, omne              1156

languebàt corpùs letì iam lìmine in ìpso.

intoleràbilibùsque malìs erat ànxius àngor

adsiduè comes èt gemitù commìxta querèlla,

singultùsque frequèns noctèm per saèpe dièmque    1160

corripere àdsiduè nervòs et mèmbra coàctans

dissoluèbat eòs, defèssos ànte, fatìgans.

nec nimiò cuiquam posses ardore tueri

corporis in summo summam fervescere partem,

sed potius tepidum manibus proponere tactum         1165

et simul ulceribus quasi inùstis omne rubere

corpus, ut èst per mèmbra sac’èr dum dìditur ìgnis.

intima pàrs hominùm verò flagràbat ad òssa,

flagrabàt stomachò flamma ùt fornàcibus ìntus.

 

Atque tum

vires totius animi prorsum,

omne corpus languebat,

iam in ipso limine leti.

E allora

tutte quante le forze dellanimp,

tutto il corpo languiva,

già sulla soglia stessa della morte.

 

Intolerabilibusque

malis

erat adsidue

comes

angor

anxius,

et querella

E agli intollerabili

dolori

era assiduamente

compagna

unangoscia

ansiosa,

e lamenti

 

commixta

gemitu,

singultusque frequens

saepe per noctem diemque,

coactans

corripere

mescolati

a gemiti,

e un frequente conato

spesso giorno e notte,

costringendoli

a contrarre

 

adsidue

nervos

et membra

fatigans

dissolvebat eos,

defessos ante.

continuamente

i nervi

e le membra

spossandoli

li sfiniva,

già stanchi da prima.

 

– Nec

posses

tueri

cuiquam

fervescere

in summo

summam partem corporis

РN̩

avresti potuto

osservare

che su ciasc. di loro

scottasse

in fronte

la superficie del corpo (pelle)

 

nimio ardore,

sed potius

proponere

minibus,

tactum tepidum,

per l eccessivo calore,

ma che piuttosto

[la pelle] offrisse

alle mani,

una sensaz. di lieve calore,

 

et simul

omne corpus

rubere

ulceribus

quasi inustis,

ut est

dum

e contemp.

tutto il corpo

essere arrossato

da ferite

simili a ustioni,

come avviene

quando

 

sacer ignis

diditur

per membra.

Intima pars hominum

vero

flagrabat

ad ossa,

il fuoco sacro

si sparge

su tutte le membra.

Le parti interne degli uomini

invece

ardevano

fino alle ossa,

 

flamma

flagrabat

stomacho

ut fornacibus intus.

una fiamma

bruciava

nello stomaco

come dentro una fornace.

 – Querella > lamento articolato;   gemitus > lamento inarticolato;

 – posses: congiuntivo potenziale;      – tueor, tuÄ“ris, tuÄ­tus sum, tuÄ“ri: osservare, guardare;

 – dido, is, dididi, diditum, didÄ•re: distribuire;

 – Nil: non vesti sottili e leggere potevano giovare alle membra dei malati, che cercavano sempre vento e frescura.

 

La descrizione dei sintomi. Lucrezio conduce la descrizione attraverso un criterio fisiologico, seguendo man mano i vari sintomi della malattia.

Dopo l’introduzione (che descrive l’origine geografica del male, inizia  dalla parte alta del corpo, come vuole la retorica:

1)      innanzitutto il caput, nel quale, tra l’altro si concentrano tutti i sintomi principali:

– Lucrezio ce lo presenta come incensum fervore, infiammato dalla febbre, espressione che traduce le «forti vampate di calore» di cui parla Tucidide;

2)      quindi gli occhi, che sono suffusa luce rubentes, cioè «arrossati di luce diffusa».

– Questa immagine predilige l’aspetto icastico, mentre Tucidide si esprime con maggior precisione medica, e parla di «arrossamento e infiammazione degli occhi»;

3)      poi passa a descrivere la bocca sulla quale si sofferma di più: Tucidide si limita a descrivere gli sbocchi di sangue che escono fuori dalla bocca; Lucrezio invece anche qui insiste con particolari drammatici:

– le fauces erano intrinsecus atrae, cioè «annerite all’interno»;

 – inoltre sudabant sanguine, «emanavano sudore di sangue», con allitterazione, che rafforza la drammaticità dell’immagine;

 – con un’altra allitterazione passa alla vocis via, cioè la gola, che ulceribus saepta coibat «si chiudeva cosparsa di piaghe»;

 – infine la lingua, definita con un’altra perifrasi animi interpres;

 – ai versi 1154-55 insiste ancora sulla bocca parlando dello spiritus, definito con un’immagine piuttosto sgradevole, ma efficace: ore forsa taetrum volvebat odorem, «verso l’esterno emetteva un odore terrificante»;

 

La bocca: interpres animi. Perché tanta insistenza su un particolare che Tucidide praticamente tralascia? Il fatto è che a Lucrezio non interessano solo gli aspetti fisiologici, ma soprattutto gli effetti che la malattia ha sulla psiche:

 – l’obiettivo è quello di mettere in mostra gli effetti che un evento catastrofico ha sulle menti di un popolo che ancora non ha raggiunto l’imperturbabilità dell’animo propria del saggio epicureo;

 – non stupisce il fatto che egli insista proprio sulla bocca e sulla lingua: ovvero l’organo deputato ad esprimere la parola, che è lo specchio della mente;

 – per un romano ciò che rende gli uomini tali è proprio l’uso della parola;

 – perduta questa, l’uomo cade in uno stato di prostrazione, sempre manifestato dalla parola, che questa volta consiste in un gemito inarticolato: intolerabilibusque malis erat anxuis angor / adsidue comes et gemitu commixta querella (vv. 1158-59): «i dolori intollerabili erano accompagnati da un’ansiosa angoscia e un pianto mischiato di lamenti».

 

I comportamenti dei malati. Lucrezio ora descrive i comportamenti dei malati: atteggiamenti assurdi,

irrazionali, a volte raccapriccianti, che ovviamente sono dettati dalla smania di liberarsi dal tormento;

 – tutti inutili, ovviamente, se non dannosi.

Nil adeò possés cuiquàm leve tènveque mèmbris              1170

vertere in ùtilitàtem, at v’èntum et frìgora semper.

In fluviòs partìm gelidòs ardèntia mòrbo

membra dabànt nudùm iacièntes còrpus in ùndas.

multi praècipitès nymphìs puteàlibus àlte

inciderùnt ipsò venièntes òre patènte:                                  1175

insedàbilitèr sitis àrida còrpora mèrsans

aequabàt multùm parvìs umòribus ìmbrem.

nec requiès erat ùlla malì: defèssa iac’èbant

còrpora. Mùssabàt tacitò medicìna timòre,

quìppe patèntia cùm totièns ardèntia mòrbis                      1180

lumina v’èrsarènt oculòrum expèrtia sòmno.

 

Nil

adeo leve tenueque

posses[1]

vertere in utilitatem

membris

cuiquam,

Niente

di tanto leggero e sottile

avresti potuto

far risultare utile

alle membra

di qualcuno,

 

at semper

ventum

et frigora[2].

Partim

dabant[3] membra

ardentia morbo

ma sempre

il vento

e il freddo.

Alcuni

abbandonavano le membra

ardenti per la mal.

 

in fluvios gelidos,

iacientes[4]

nudum corpus in undas.

Multi

inciderunt

praecipites

ai fiumi gelati,

gettando

il corponell’acqua.

Molti

piombarono

a capofitto

 

nymphis putealibus,

venientes

alte

ipso ore patente[5]:

sitis

insedabiliter[6]

nelle acque dei pozzi,

finendovi

dall’alto

persino con la bocca spalancata:

una sete

insaziabilmente

 

arida

corpora mersans,

aequabat,

multum imbrem

parvis umoribus[7].

arida

sommergendo quei corpi,

rendeva uguali

unabbondante pioggia

a poche gocce.

 

Nec requies erat ulla mali:

defessa iacebant corpora

Medicina

mussabat[8]

E non vi era alcuna tregua a quel male:

i corpi giacevano esausti.

La medicina

taceva

 

tacito timore,

cum quippe

totiens [aegri]

versarent

lumina oculorum

in pr. a un silenzioso timore,

poiché

tante volte [gli ammalati]

volgevano spesso

[le luci de]gli occhi

 

ardentia morbis

patentia

expertia somno[9].

ardenti di febbre

spalancati

privi di sonno.

 

vv. 1182-1229. Continua la rassegna dei sintomi, e ne vengono enumerate via via di più gravi:

 – respiro affannoso;   perdita dell’udito;   perdita della vista, o allucinazioni;   sudorazione smodata;

sanguinamenti;   tosse;   espettorazioni di catarro putrefatto;   contrazioni di tutte le articolazioni;

 – la morte sopraggiungeva dopo circa nove giorni di straziante agonia;

 – quelli che restavano vivi, e guarivano, morivano comunque dopo breve tempo a causa dei sanguinamenti dal naso, e da altre parti del corpo; in particolare dagli organi genitali;

 – per evitare o ritardare la morte alcuni si mutilavano dei genitali, o si facevano amputare mani o piedi;

 – i cadaveri venivano ammassati in alcuni punti della città, e gli animali che giungevano per mangiarli, fuggivano per il fetore;   oppure morivano dopo averli mangiati;

 – Non cera rimedio: «l’aria, che aveva permesso di respirare a qualcuno, era essa stessa causa di morte»

vv. 1230-1251. Il comportamento umano. nel passo successivo Lucrezio descrive il comportamento di quelli che non sono ancora stati contagiati: sia che si tenessero egoisticamente lontani, sia che, per generosità, assistessero i malati, finivano comunque per essere contagiati, e morire.

Illud in hìs rebùs miseràndum màgnoper(e) ùnum                1230

aerumnàbile eràt, quod ùbi se quìsque vidèbat

implicitùm morbò, mortì damnàtus ut èsset,

deficièns animò maestò cum còrde iac’èbat,

funera rèspectàns animam àmittèbat ibìdem.

Quippe etenìm nullò cessàbant tèmpore apìsci                      1235

ex aliìs aliòs avidi contàgia mòrbi,

lanigeràs tam quàm pecudès et bùcera saècla,

idque vel ìn primìs cumulàbat funere funus.

 

Illud[10] unum

in his rebus

erat magnopere miserandum

aerumnabile,

quod

ubi

Questo in particolare

in tale frangente

era assai miserevole

e penoso,

il fatto che

quando

 

quisque

se videbat

implicitum[11]

morbo,

ut esset

morti damnatus,

deficiens animo

ciascuno

si vedeva

avvinto

dal male,

tanto da essere

condannato a morte,

lasciandosi andare

 

iacebat

maesto cum corde,

funera respectans

ibidem

animam amittebat.

giaceva

con animo dolente,

guardando immagini di morte

e lì stesso

perdeva la vita.

 

Quippe etenim

nullo tempore

contagia

avidi morbi

cessabant apisci[12]

ex aliis alios,

Infatti

in nessun momento

il contagio

dell’avido male

cessava di raggiungere

gli uni dopo gli altri,

 

Tamquam

lanigeras pecudes

et bucera[13] saecla,

idque

vel in primis

cumulabat funere funus

Proprio come

greggi lanose

e stirpi bovine,

e questo

soprattutto

ammucchiava morti su morti

 

Nam qui cùmque suòs fugitàbant visére ad aègros,

vitai nìmium cupidos mortisque timentis                     1240

poenibàt paulò post tùrpi mòrte malàque,

desertòs, opìs expèrtis, incùria màctans.

Qui fuerànt autèm praestò, contàgibus ìbant

atque labòre, pudòr quem tùm cogèbat obìre              1245

blàndaque làssorùm vox mìxta vòce querèllae.

optimus hòc letì genus èrgo quìsque subìbat.

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

 

Nam

quicumque

fugitabant

visere[14]

suos ad aegros,

vitai nimium cupidos

Infatti

chiunque

rifuggiva

dal far visita

ai propri malati,

troppo desiderosi di vivere

 

mortisque timentis,

paulo post

incuria

poenibat [eos]

turpi morte

malaque,

e timorosi di morire,

poco dopo

lincuria

puniva [costoro]

con una  morte turpe

e miserabile,

 

mactans

desertos,

opis expertis.

 

Qui fuerant autem

praesto[15],

ibant

uccidendoli

abbandonati,

privi d’aiuto.

 

Quelli che invece erano stati

presenti

incorrevano

 

contagibus

atque labore,

quem pudor

blandaque lassorum vox

mixta voce querellae

nel contagio

e nella fatica,

che la sua dignità

e la flebile voce dei malati

mista ad accenti di lamento

 

tum cogebat obire.

Qptimus quisque

hoc leti genus ergo subibat.

li costringeva ancora ad affrontare.

Tutti i migliori

andavano dunque in contro a questo genere di morte.

 

vv. 1252-1286. Nell’ultima parte Lucrezio parla della diffusione del morbo in campagna, e del crollo di tutti i punti di riferimento che vigono generalmente in un consorzio sociale.

 – Questo tipo di riflessione è già presente in Tucidide, e sarà presente anche in narrazioni simili (Boccaccio, Manzoni), divenendo quasi un topos letterario.

 

Praetereà iam pàstor et àrmentàrius òmnis

et robùstus itèm curvì moderàtor aràtri

languebàt, penitùsque casà contrùsa iac’èbant

corpora pàupertàte et mòrbo dèdita mòrti.                    1255

 

Praeterea

iam pastor

et armentarius omnis

et item robustus moderator

curvi aratri

Inoltre

già il pastore

e il mandriano

e anche il robusto guidatore

del curvo aratro

 

languebat,

penitusque casa

iacebant

contrusa[16]

corpora

dedita[17] morti

languiva,

e in fondo ad una capanna

giacevano

ammassati

i loro corpi

consegnati  alla morte

 

paupertate et morbo.

dalla povertà e dalla malattia.

 

Exanimìs puerìs super èxanimàta parèntum

còrpora nòn numquàm possés retròque vidère

màtribus èt patribùs natòs super èdere vìtam.

Néc minimàm partem èx agrìs maeròr is in ùrbem

cònfluxìt, languèns quem còntulit àgricolàrum              1260

còpia cònvenièns ex òmni mòrbida pàrte.

Omnia cònplebànt loca tèctaque quò magis aèstu,

cònfertòs ita ac’èrvatìm mors àccumulàbat.

 

Nòn  numquàm

possés

vidère

còrpora

èxanimàta

parèntum

super

puerìs

exanimìs

Talvolta

avr. pot.

vedere

I corpi

senza vita

dei genitori

sopra

bambini

senza vita

 

retròque

[posses videre]

natòs

èdere vìtam

super

màtribus èt patribùs[18].

e viceversa

avr. pot. vedere

I figli

spirare

sopra

le madri e I padre.

 

is maeròr[19]

cònfluxìt

néc minimàm partem[20]

èx agrìs

in ùrbem,

quem còntulit

questa afflizione

confluì

in non piccola parte [in gr. pt]

dai campi

alla città,

e ce la portò

 

languèns còpia àgricolàrum

cònvenièns

ex òmni mòrbida pàrte.

Omnia cònplebànt loca

in gran numero di contadini sfiniti

che provenivano

da tutte le zone già infettate.

Riempivano tutti i luoghi [apert

 

tèctaque

quò[21]

aèstu

magis

mors àccumulàbat [eos]

ita cònfertòs

e gli edifici

e in questo modo

per la calura estiva

ancora di più

la morte [li ] accumulava

così ammassati

 

acèrvatìm.

 

 

 

a mucchi.

 

 

 

 

Multa siti prostrata viam per proque voluta

corpora silanos ad aquarum strata iacebant              1265

interclusa anima nimia ab dulcedine aquarum,

multaque per populi passim loca prompta viasque

languida semanimo cum corpore membra videres

horrida paedore et pannis cooperta perire,

corporis inluvie, pelli super ossibus una,                    1270

ulceribus taetris prope iam sordeque sepulta.

 

Multa corpora

prostrata siti

proque voluta[22]

per viam

iacebant

strata[23]

Molti corpi

prostrati dalla sete

e rotolati

per le strade

giacevano

stesi

 

silanos[24] ad aquarum, 

interclusa anima[25]

nimia ab dulcedine aquarum[26];

que videres

presso le fontane,

essendo stati uccisi

dall’eccessiva dolcezza dell’acqua; 

a avr. pot. vedere

 

passim

per loca

prompta

populi

viasque

multa

membra languida

cum corpore

qua e là

per luoghi

aperti

al pubblico

e per le vie

molte

membra languide

con il corpo

 

semanimo[27],

horrida paedore

et pannis cooperta

perire

corporis inluvie,

 

 

mezzo morto,

orribili per il sudiciume

e vestite di stracci

morire

nella sozzura,

 

 

 

pelli una

super ossibus,

prope

iam

sepulta

ulceribus taetris sordeque.

con solo la pelle

sopra le ossa,

come

già

sepolte

dalle ferite e dalla sporcizia

 

omnia denique sancta deum delubra replerat

corporibus mors exanimis onerataque passim

cuncta cadaveribus caelestum templa manebant,

hospitibus loca quae complerant aedituentes.            1275

nec iam religio divom nec numina magni

pendebantur enim: praesens dolor exsuperabat.

 

Mors

replerat

denique omnia sancta deum delubra

corporibus exanimis

La morte

aveva colmato

infine tutti i santuari degli dei

di corpi esanimi

 

que cuncta caelestum templa

manebant

onerata

passim

cadaveribus,

loca quae

e tutti i templi dei celesti

rimanevano

ingombri

qua e là

di cadaveri,

luoghi che

 

aedituentes

complerant

hospitibus.

Nec iam enim

pendebantur magni[28]

i custodi dei templi

avevano riempito

di ospiti.

Non più infatti

si tenevano in grande considerazione

 

religio divom

nec numina:

praesens dolor exsuperabat.

il culto divino

né gli dei:

il dolore presente aveva la meglio.

 

Nec mos ille sepulturae remanebat in urbe,

quo prius hic populus semper consuerat humari;

perturbatus enim totus trepidabat et unus                      1280

quisque suum pro re [cognatum] maestus humabat.

multaque [res] subita et paupertas horrida suasit;

namque suos consanguineos aliena rogorum

insuper extructa ingenti cl’amore locabant

subdebantque faces, multo cum sanguine saepe              1285

rixantes, potius quam corpora desererentur.

 

Nec mos ille

sepulturae

remanebat in urbe,

quo

prius

hic populus

 

Né il consueto costume

della sepoltura

restava in città,

in base al ql

prima

questo popolo

 

 

semper consuerat humari;

perturbatus enim totus trepidabat[29]

et unus quisque,

maestus,

era sempre solito essere sepolto;

tutti infatti si affannavano nella confusione

e ciascuno,

angosciato,

 

humabat

suum

compostum

pro re[30].

Paupertas

res subita

suasit

seppelliva

il proprio parente

composto

come poteva.

La miseria

e l’evento improvviso

indussero

 

multaque et horrida;

namque

locabant

suos consanguineos

insuper

rogorum aliena extructa

a molte e orribili cose;

e infatti

ponevano

e propri consanguinei

sopra

i roghi innalzati per altri

 

ingenti cl’amore,

subdebantque faces,

multo cum sanguine saepe rixantes,

con grande cl’amore,

e aggiungevano legna,

lottando spesso con molto sangue,

 

potius quam corpora desererentur[31].

piuttosto che abbandonare i corpi.

 


[1] posses: congiuntivo potenziale;

[2] endiadi: vento e freddo > vento fresco;

[3] do + in + Acc: mettere, gettare;

[4] iăcĭo, is, iēci, iactum, ĕre: gettare, lanciare;

[5] ipso veniente ore patente: hysteron proteron: rende l’idea della rapidità dell’azione;

[6] insedabiliter: hapax lucreziano;

[7] Per il malato non faceva differenza bere molto o poco, la sete era insaziabile.

[8] musso, as, āvi, ātum, āre: bisbigliare, sussurrare, esitare;

[9] Tucidide mette questo episodio dei medici all’inizio della sequenza;

 – Lucrezio lo mette qui, mentre descrive i comportamenti irrazionali dei malati: per sottolineare il fatto che la malattia non era solo fisica, ma anche psicologica, e pertanto la medicina non avrebbe potuto fare nulla.

[10] illud: è prolettico, e introduce il quod della dichiarativa successiva;

[11] implĭco, as, āvi, ātum (e implĭcŭi, implĭcĭtum), āre: avvolgere;  qui è participio congiunto in funz. predicativa;

[12] ăpiscor, ĕris, aptus sum, ăpisci: raggiungere;  (< apio: legare);

[13] bucerus: è calco dal greco < bukéros: portatore di corna;

[14] vīso, is, vīsi, vīsum, ĕre: vedere, far visita > assistere;

[15] praesto: avv. a disposizione, al cospetto;

[16] contrūdo, is, trūsi, trūsum, ĕre: ammassare, stipare;

[17] dēdo, is, dĭdi, dĭtum, ĕre: consegnare, dare;

[18] Potente immagine di morti intrecciate, che  non risparmiano i legami familiari  e non rispettano le precedenze generazionali.

 – Stile: due anastrofi; univo verbo al centro; due strutture simmetriche ai lati.

[19] Maereor: afflizione > metonimia per la peste stessa;

[20] Minimam Parte: accusativo avverbiale > in minima parte;

[21] quo: nesso relativo

[22] voluta: < volvo, is, volvi, volutum, Ä•re;

[23] strata:< sterno, is, stravi, stratum, Ä•re;

[24] silanus: era il mascherone (spesso di un sileno) dalla cui bocca usciva l’acqua delle fontane;

[25] interclusa anima: ablativo assoluto;

[26] ovvero > dall’eccessiva quantità di acqua ingurgitata;

[27] semanimis: < semianimis: mezzo vivo > mezzo morto;

 -  videres.. multa membra languida cum corpore:  questa espressione rende bene la drammaticità della scena: le singole membra del corpo  sono quasi separate dal resto dell’organismo, e ammassati qua e là;

[28] Magni: genitivo di prezzo;

[29] traduzione libera

[30] pro re: per  quanto le circostanze lo permettevano;

[31] Il poema si chiude con questa scena, in cui i sopravvissuti lottano furiosamente tra loro per dare una degna sepoltura ai propri morti.

Audio Lezioni su Lucrezio del prof. Gaudio

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