La pioggia nel pineto

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di Gabriele D’Annunzio

di Carlo Zacco

 

 

 

 

 

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Taci. Su le soglie

del bosco non odo

parole che dici

umane; ma odo

parole più nuove

che parlano gocciole e foglie

lontane.

Ascolta. Piove

dalle nuvole sparse.

Piove su le tamerici

salmastre ed arse,

piove sui pini

scagliosi ed irti,

piove su i mirti

divini,

su le ginestre fulgenti

di fiori accolti,

su i ginepri folti

di coccole aulenti,

piove su i nostri volti

silvani,

piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggeri,

su i freschi pensieri

che l’anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri

t’illuse, che oggi m’illude,

o Ermione.

 

 

Taci. Come al solito nella poesia è presente un «tu», nel quale possiamo identificare la donna amata, che in questo caso verrà apostrofata col nome di Ermione (figura mitologica, figlia di Elena e Menelao);

 – il poeta non ascolta le parole della donna, anzi la invita ad ascoltare «parole più nuove», cioè il suono della pioggia;

 – queste parole, nella sensibilità del poeta diventano un linguaggio arcano, mai udito prima, più ricco di significati delle semplici parole;

 

 

 

 

 

 – Scagliosi: dalla corteccia squamosa;

 

 

 – fulgenti: splendide di fiori raccolti a mazzi;

 

 

 – coccole aulenti: bacche profumate;

 

 – silvani: volti che si trasformano in piante;

 

 

 

 

 

 – che l’anima schiude novella: l’anima è rinnovata dalla pioggia, che fa scaturire nuovi pensieri;

 – favola bella: forse allude ad una relazione d’amore: una dolce illusione;

 

 

 

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Odi? La pioggia cade

su la solitaria

verdura

con un crepitio che dura

e varia nell’aria

secondo le fronde

più rade, men rade.

Ascolta. Risponde

al pianto il canto

delle cicale

che il pianto australe

non impaura,

né il ciel cinerino.

E il pino

ha un suono, e il mirto

altro suono, e il ginepro

altro ancora, stromenti

diversi

sotto innumerevoli dita.

E immensi

noi siam nello spirto

silvestre,

d’arborea vita viventi;

e il tuo volto ebro

è molle di pioggia

come una foglia,

e le tue chiome

auliscono come

le chiare ginestre,

o creatura terrestre

che hai nome

Ermione.

 

 – solitaria verdura: la vegetazione priva di presenze umane;

 

 – varia: la pioggia produce un suono diverso a seconda che la vegetazione sia più o meno folta;

 

 

 

 

 – pianto: è il pianto del cielo;

 – australe: portata dall’Austro, che il vento del Sud;

 

 

 

 

 

 

 

 

 – spirito silvestre: la vita che anima la vegetazione del bosco;

 

 – arborea vita: il poeta e la donna vivono la stessa vita degli alberi;

 – volto ebro: la donna si immedesima nella natura, e il suo volto è segnato da questa ebbrezza;

 

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Ascolta, Ascolta. L’accordo

delle aeree cicale

a poco a poco

più sordo

si fa sotto il pianto

che cresce;

ma un canto vi si mesce

più roco

che di laggiù sale,

dall’umida ombra remota.

Più sordo e più fioco

s’allenta, si spegne.

Sola una nota

ancor trema, si spegne,

risorge, trema, si spegne.

Non s’ode su tutta la fronda

crosciare

l’argentea pioggia

che monda,

il croscio che varia

secondo la fronda

più folta, men folta.

Ascolta.

La figlia dell’aria

è muta: ma la figlia

del limo lontana,

la rana,

canta nell’ombra più fonda,

chi sa dove, chi sa dove!

E piove su le tue ciglia,

Ermione.

 

 

 – aeree cicale: perché il loro canto si espande nell’aria, ed è tutt’uno con l’aria stessa;

 – Più sordo: perché la pioggia aumenta, e col suo suono copre quello delle cicale;

 

 

 

 

 

 

 

 

 – una nota: sempre del canto delle cicale; 

 

 

 

 

 – argentea pioggia: i fili di pioggia luccicano come argento;

 

 

 

 

 

 – figlia dell’aria: la cicala;

 

 – figlia del limo: la rana;

  

 

 

 

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Piove su le tue ciglia nere

sì che par tu pianga

ma di piacere; non bianca

ma quasi fatta virente,

par da scorza tu esca.

E tutta la vita è in noi fresca

aulente,

il cuor nel petto è come pesca

intatta,

tra le palpebre gli occhi

son come polle tra l’erbe,

i denti negli alveoli

son come mandorle acerbe.

E andiam di fratta in fratta,

or congiunti or disciolti

( e il verde vigor rude

ci allaccia i melleoli

c’intrica i ginocchi)

chi sa dove, chi sa dove!

E piove su i nostri volti

silvani,

piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggeri,

su i freschi pensieri

che l’anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri

m’illuse, che oggi t’illude,

o Ermione.

 

 

 

 – virente: verdeggiante;

 – scorza: sembra uscire dalla corteccia degli alberi, come le ninfe dei boschi;

 

 

 – intatta: non ancora colta;

 

 – polle: fonti d’acqua sorgive;

 

 

La struttura musicale. Quattro strofe di uguale numero di versi, come in una sorta di sinfonia;

  – poeta identifica veri tipi di suono: la pioggia, la cicale, le rane: strumenti singoli che affiorano dalla tessitura generale dell’orchestra;

 – in questo modo il poeta, grazie al suo virtuosismo verbale, trasforma la poesia in musica, secondo i dettami di Verlaine (Ars poétique: de la musique avant toutes choses);

 – Ma la poesia vuole innanzitutto essere traduzione in parola dei suoni naturali. Situazione simile a quella incontrata in Lungo l’Affrico e La sera fiesolana;

 

Il Panismo. Al centro c’è il tema del panismo: ovvero l’identificazione del soggetto poetico col mondo circostante:

 – il poeta e la donna vivono «d’arborea vita»;

 – il volto della donna è «molle di pioggia»;

 – i capelli profumano come le ginestre;

 – Ermione è una creatura terrestre, che nasce dalla terra come la vegetazione, oppure sembra uscire dalla scorza degli alberi, come le ninfe della mitologia antica;

 – nell’ultima strofa c’è il culmine: il cuore delle due creature è «come pèsca / intatta»;

 – gli occhi sono «come polle tra l’erbe»;

 – i denti «come mandorle acerbe»;

 – Gli appelli alla destinataria, «taci…taci…ascolta», sono come un invito a partecipare ad un mistero iniziatico: il mistero della fusione panica con la natura vegetale;

 

Gli strumenti formali. Gli strumenti formali utilizzati qui sono molto sofisticati, nella loro apparente semplicità:

1)      La metrica. il verso è libero, senza alcuna costrizione metrica;

– la prevalenza è di versi brevi, anche brevissimi, che riproducono, simbolicamente, la pluralità di suoni e voci che si affollano nella pineta;

2)      Le rime. Le rime si rincorrono liberamente, senza alcuno schema disso;

3)      La modulazione fonica. C’è anche un’accorta alternanza del timbro delle vocali:

il timbro chiaro delle a: «al pianto il canto / delle cicale / che il pianto australe…»;

 – il timbro scuro delle o: «l’ombra remota», «l’ombra più fonda»;

 – l’alternanza tra le due: «varia nell’aria secondo le fronde più rade men rade»;

4)      Figure retoriche. Al virtuosismo metrico e timbrico si aggiunge l’uso sapiente delle figure retoriche:

Anafora: «piove..piove»;

 – Epifora: «…si spegne / … si spegne» che riproduce il calando del canto delle cicale;

 – allitterazioni a non finire: «ciel cinerino»;   «spirto silvestre»;  «vita viventi»;   «limo lontana»;

 – paronomasia: «ombra … fronda»;

 – ripetizioni a mo’ di ritornelli popolari: «secondo le fronde più rade men rade»;   «secondo la fronda più folta men folta»;

 – in generale si tratta di figure di ripetizione, che accrescono la sonorità acustica del testo, e mimano il suono e il ritmo ostinato della pioggia;

 Per finire una poesia che risente dell’influsso dannunziano:

Ada Negri

Piove

   Piove da un’ora soltanto,

ma il bimbo pensa che già

piove da tanto, da tanto,

sopra la grande città.

   Piove sui tetti e sui muri,

piove sul lungo viale,

piove sugli alberi oscuri

con ritmo triste e uguale;

   piove; e lo scroscio si sente

giungere dalle vetrate,

che versano lacrime lente

come fanciulle imbronciate.

   Piove; e laggiù sulla via

e in ogni casa, già invade

l’intima malinconia

di quella pioggia che cade.

 

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