La salubrità dell’aria

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di Giuseppe Parini

di Carlo Zacco

Composizione. Lode è stata composta nel 1759, e letta presso l’accademia dei Trasformati, che aveva proposto ai suoi membri di offrire un contributo sul tema dell’aria.

Il problema ambientale. Ai tempi di Parini le risaie davano alti profitti ai proprietari terrieri, ma le piantine di riso dovevano restare immerse nelle acque stagnanti;

 – inoltre, i prati venivano costantemente allagati (le marcite), per aumentare la produzione di foraggio destinato all’allevamento.

Questo procurava non pochi problemi:

 – i  ristagni e il fango diffondevano esalazioni malsane, zanzare e mal’aria a ridosso del perimetro urbano.

 – nei quartieri milanesi l’avvelenamento atmosferico e il fetore ammorbante erano accentuati dalla raccolta dei rifiuti organici (letame, carogne di animali), trasportati dai carri con i coperchi spalancati, senza rispetto per gli orari e per le prescrizioni legislative sullo smaltimento dell’immondizia.

Opposizione campagna-città. Il testo è costruito sull’opposizione città/campagna, che ne costituiscono il polo negativo e quello positivo; si alternano pertanto immagini positive, relative alla campagna; e negative relative alla città:

1)      la campagna: Le prime 4 strofe sono un elogio della campagna:

         – innanzitutto c’è da dire che la campagna qui dipinta non è affatto quella arcadica: leziosa, agghindata, lontana, generica, stilizzata sulla base del locus amoenus;

         – qui la campagna è concreta: descritta con lo spirito scientifico del geografo, o dell’igienista;

        in armonia con il gusto per le scienze proprio dell’illuminista;

–          infatti: il poeta si sofferma sugli effetti fisiologici (benefici) dell’aria salùbre sul corpo umano;

–          poi guarda il territorio sempre con l’occhio dell’esperto: configurazione fisica > conseguenze climatiche;

2)      la città: con uno stacco netto, al verso 25 compare l’immagine della città (successive 3 strofe) , in contrapposizione a quella appena disegnata:

–          le acque stagnanti e putride delle risaie;

–          il fango fetido dei rifiuti, e il suo effetto negativo sulla salute pubblica;

–          non solo: il poeta identifica anche le responsabilità di ciò:  quella degli speculatori, che a scopo di profitto, estendono la coltivazione del riso fino alle soglie della città, senza curarsi della salute dei cittadini;

–          è questo un aspetto dell’illuminismo pariniano: polemica contro le storture della vita sociale contemporanea, come strumento per la diffusione delle nuove idee;

3)      La fisiocrazia. Al v. 43 ricompare il confronto tra città e campagna, il poeta mette in contrapposizione:

–          i coltivatori di riso, pallidi e malaticci, che lavorano in prossimità della città;

–          i coltivatori brianzoli che, anche se sottoposti al duro lavoro dei campi, sono forti e in salute;

Questo paragone non è solo letterario ma si inserisce in un dibattito culturale attuale: Parini dichiara in questo passo la sua adesione alle idee della fisiocrazia:

–          cioè quella dottrina che vedeva nell’agricoltura la fonte principale della ricchezza delle nazioni, e che esaltava la coltivazione tradizionale (sostenibile) a quella intensiva, speculativa, parassitaria e finalizzata solo al commercio;

Filtro letterario. Ma non bisogna estremizzare troppo: la visione della campagna non è più quella idealizzata dell’arcadia, ma è pur sempre colta attraverso il filtro letterario:

–          eco virgiliana: v 61-62 o fortunate / genti…Richiama Virgilio, Georg. II, 458-459: O fortunatos nimium, si sua bona norint /agricolas!

–          I contadini pariniani sono pur sempre idealizzati:  il poeta celebra sì la vita attiva e sana dei contadini, ma disegna sempre come un letterato che si ritira in campagna per praticare l’otium (sotto una fresc’ombra….con la mente sgombra) mentre i villani sono intenti al lavoro;

–          questo è un topo letterario, ancora una volta virgiliano: pensiamo a Titiro e Melibeo (Tytire, tu patulae recubans sub tegmine fagi);

 

La città immonda. Al di là di ciò, a partire dal v. 67 riprende la descrizione della città in termini negativi.   Qui Parini identifica precise responsabilità, e precisi interessi economici, alla base dei  mali sociali delle città contemporanee:

–          le marcite sono collocate a ridosso della città di Milano, in modo da poter fornire fieno agli equipaggi lussuosi delle aristocrazie locali;

–          questo è un motivo che torna nel Giorno: dove Parini accusa la nobiltà di disprezzare la vita umana, quando sfreccia veloce nelle proprie carrozze per le strade della città, non curandosi di travolgere i plebei;

Nelle strofe centrali, dal v. 85 in  poi prosegue la descrizione della città, e questa volta Parini si sofferma sui particolari crudi: il letame, i liquami, le carogne;

–          dietro lo sdegno di Parini, si coglie l’ideologia del patto sociale, che deve unire gli uomini in società.

La dichiarazione poetica. Le ultime due strofe costituiscono un congedo e una dichiarazione poetica:

                1)  L’utile. Il poeta è consapevole della novità della sua poesia (Va per negletta via…la calda   fantasia), che consiste nel perseguire l’utile:

                 – cioè affidare alla poesia di diffondere la cultura dei lumi;

                 – in questo Parini prende le distanze dalla poesia come mero esercizio letterario, e      contemporaneamente di collega direttamente alla cultura riformatrice contemporanea.

                2) Il lusinghevol canto. Ma Parini è un poeta, e la poesia non è per lui un semplice veicolo, un                semplice supporto per diffondere le idee:

                 – l’utile deve andare di pari passo con il cosiddetto lusinghevol canto: è il principio classico      oraziano del  miscere utile dulci, ma recuperato in grande stile alla luce della nuova ideologia illuminista.

Oh beato terreno
Del vago Eupili mio,
Ecco al fin nel tuo seno
M’accogli; e del natìo
Aere mi circondi;                                      5
E il petto avido inondi.

Già nel polmon capace
Urta sé stesso e scende
Quest’etere vivace,
Che gli egri spirti accende,                    10
E le forze rintegra,
E l’animo rallegra.

Però ch’austro scortese
Quì suoi vapor non mena:
E guarda il bel paese                                 15
Alta di monti schiena,
Cui sormontar non vale
Borea con rigid’ ale.

Né quì giaccion paludi,
Che dall’impuro letto                              20
Mandino a i capi ignudi
Nuvol di morbi infetto:
E il meriggio a’ bei colli
Asciuga i dorsi molli.

Pera colui che primo                                 25
A le triste ozïose
Acque e al fetido limo
La mia cittade espose;
E per lucro ebbe a vile
La salute civile.                                         30

Certo colui del fiume
Di Stige ora s’impaccia
Tra l’orribil bitume,
Onde alzando la faccia
Bestemmia il fango e l’acque,              35
Che radunar gli piacque.

Mira dipinti in viso
Di mortali pallori
Entro al mal nato riso
I languenti cultori;                                 40
E trema o cittadino,
Che a te il soffri vicino.

Io de’ miei colli ameni
Nel bel clima innocente
Passerò i dì sereni                                     45
Tra la beata gente,
Che di fatiche onusta
È vegeta e robusta.

Quì con la mente sgombra,
Di pure linfe asterso,                                50
Sotto ad una fresc’ ombra
Celebrerò col verso
I villan vispi e sciolti
Sparsi per li ricolti;

E i membri non mai stanchi                 55
Dietro al crescente pane;
E i baldanzosi fianchi
De le ardite villane;
E il bel volto giocondo
Fra il bruno e il rubicondo,60

Dicendo: Oh fortunate
Genti, che in dolci tempre
Quest’aura respirate
Rotta e purgata sempre
Da venti fuggitivi                                65
E da limpidi rivi.

Ben larga ancor natura
Fu a la città superba
Di cielo e d’aria pura:
Ma chi i bei doni or serba             70
Fra il lusso e l’avarizia
E la stolta pigrizia?

Ahi non bastò che intorno
Putridi stagni avesse;
Anzi a turbarne il giorno                  75
Sotto a le mura stesse
Trasse gli scelerati
Rivi a marcir su i prati

E la comun salute
Sagrificossi al pasto                          80
D’ambizïose mute,
Che poi con crudo fasto
Calchin per l’ampie strade
Il popolo che cade.

A voi il timo e il croco                       85
E la menta selvaggia
L’aere per ogni loco
De’ varj atomi irraggia,
Che con soavi e cari
Sensi pungon le nari.                         90

Ma al piè de’ gran palagi
Là il fimo alto fermenta;
E di sali malvagi
Ammorba l’aria lenta,
Che a stagnar si rimase                        95
Tra le sublimi case.

Quivi i lari plebei
Da le spregiate crete
D’umor fracidi e rei
Versan fonti indiscrete;                    100
Onde il vapor s’aggira;
E col fiato s’inspira.

Spenti animai, ridotti
Per le frequenti vie,
De gli aliti corrotti                         105
Empion l’estivo die:
Spettacolo deforme
Del cittadin su l’orme!

Né a pena cadde il sole
Che vaganti latrine                          110
Con spalancate gole
Lustran ogni confine
De la città, che desta
Beve l’aura molesta.

Gridan le leggi è vero;                     115
E Temi bieco guata:
Ma sol di sé pensiero
Ha l’inerzia privata.
Stolto! E mirar non vuoi
Ne’ comun danni i tuoi?                       120

Ma dove ahi corro e vago
Lontano da le belle
Colline e dal bel lago
E dalle villanelle,
A cui sì vivo e schietto                    125
Aere ondeggiar fa il petto?

Va per negletta via
Ognor l’util cercando
La calda fantasìa,
Che sol felice è quando                130
L’utile unir può al vanto
Di lusinghevol canto.

Audio Lezioni su Giuseppe Parini del prof. Gaudio

Ascolta “Giuseppe Parini” su Spreaker.

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