Le Mode


dal Percorso sull’amore nei classici

di Giovanni Ghiselli

Schema concettuale:

Il trucco e il lusso delle donne e degli uomini.

Senofonte e Platone. Cosmetica e ginnastica.

Eracle al bivio. La Virtù non è truccata; la moglie adultera di Eufileto sì.

Ovidio approva il cultus  contrapposto alla rusticitas . Socrate non si lavava.

 La via di mezzo di Seneca.

 Un saggio di La Penna. Properzio è contrario agli ornamenti e al trucco ma non all’eleganza della cultura letteraria e musicale di Cinzia. I modelli femminili di Properzio non sono romano-arcaici ma si trovano nella natura o nella mitologia greca.

Tibullo è più vicino al paradigma femminile arcaico e vorrebbe che Delia fosse come la Lucrezia di Collatino.

Orazio è poco sedotto dai modelli arcaici, eppure avverte i pericoli della modernità. Pirra è simplex munditiis, semplice nell’eleganza (Ode I, 5). 

La semplicità elegante per Cicerone, Tolstoj,  Proust. Marziale la chiama prudens simplicitas. I tentacoli protesi di sentimentalità della borghese Ermelinda Tuzzi (Diotima) di Musil. La bellezza elegante della moglie di Mecenate non fa vacillare il suo fidum pectus (Ode II, 12).

Le mode e i costumi cambiano in fretta: la Sempronia di Sallustio e la Licimnia-Terenzia di Orazio.

Ovidio quale magister  del gioco erotico per uomini e donne. L’irrisione aperta della rusticitas . Le esortazioni indecenti della lena .

Il gioco sofistico serve a coonestare l’adulterio. Il discorso ingiusto delle Nuvole  di Aristofane. Fedra, Penelope ed Elena nelle Heroides  di Ovidio. Elena nelle Troiane  di Euripide. L’audacia e la facondia contro il rusticus pudor. Il rozzo pudore: Ovidio e Parini. Il marito: ahi quanto spiace!”. Rusticus est nimium: Charles Bovary e Pavel Pavlovič.

 Il trucco dei vecchi in Ovidio e in Pirandello.

Il ribaltamento del mito dell’età dell’oro in Ovidio.

 La rubiconda sposa di Ovidio e la tanghera di Saffo.

Ovidio in polemica libertina con il regime augusteo.

Il rusticus Tibullo. Il dibattito dei tempi di Catone attualizzato nella Roma augustea. Ovidio contro l’etica di Catone, di Sallustio e del principato. La sua interpretazione dell’età dell’oro contrapposta a quella di Esiodo. L’elogio del cultus nell’Ars Amatoria e quello del luxus nei Medicamina faciei . L’orbis di Tacito. Il luxus senatorio viene stroncato dall’avvento, nel 69 d. C. , di una borghesia pecuniosa ma parca. La preoccupazione di Tiberio per la crisi economica dell’Italia: quod vita populi Romani per incerta maris et tempestatum cotidie volvitur “. Il luxus della aristocrazia senatoria determinava un continuo “drenaggio” di metalli preziosi verso l’estero . Il tramonto del lusso annunciato dal settimanale L’Espresso nel febbraio del 2002.

Ovidio nell’Ars amatoria è più cauto e, come già Cicerone, come poi Seneca, all’uomo consiglia l’equilibrio tra la mundities e la robustezza.

 Lo stile aristocratico della semplicità e della neglegentia sui . Petronio. La condanna dell’affettazione e l’elogio della noncuranza. Castiglione, Schopenhauer, Manzoni, Dostoevskij, Tolstoj (e Cicerone),  Proust e Musil.

Lo stile dell’incedere. Ciascuno deve fare quanto gli si addice. Il mito di Er spiega la sofferenza: non si deve recalcitrare al destino.

  Lo stile del ridere. Il riso in Ovidio  in Dostoevkij. La volgarità di Trimalchione. La semplicità elegante in Orazio e in Ovidio.

 

“Ci sono dei vestiti femminili così belli, che si vorrebbe lacerarli”[1].

 

Gran virtù della donna per Iscomaco dell’ Economico  di Senofonte è la capacità dell’ordine (“tavxi””, VIII, 3) che per gli uomini è la cosa più utile e bella. Non è invece apprezzato  il trucco poiché per gli umani il corpo umano al naturale è la cosa più gradevole:”oiJ a[nqrwpoi ajnqrwvpou sw’ma kaqaro;n oi[ontai hJvdiston ei’jnai”(X, 7). I mezzi della cosmetica dunque sono inganni (“ajpavtai”, X, 8) che oltretutto non reggono alla prova della convivenza.

  Anche l’altro socratico, Platone,  considera la cosmesi non un’arte, ma una prassi irrazionale, la forma di adulazione che sta sotto (uJpovkeitai), si sostituisce, alla ginnastica, per quanto riguarda la cura del corpo, come la culinaria è subordinata alla medicina. La cosmesi (“hJ kommwtikhv”) dunque è “kakou’rgov” te kai; ajpathlh; kai; ajgennh;” kai; ajneleuvqero””(Gorgia , 465b), malvagia e fallace, ignobile e servile, poiché inganna attraverso l’apparenza i colori, la levigatezza e i vestiti, in modo da far trascurare la bellezza naturale che si ottiene con la ginnastica, mentre con i cosmetici ci appiccichiamo una speciosità esterna. 

Sicché Iscomaco consiglia alla moglie di tenersi in esercizio affaccendandosi nei lavori domestici. Infatti quelle che stanno sempre sedute con solennità si espongono ai giudizi come quelle agghindate e ingannatrici (ta;” kekosmhmevna” kai; ejxapatwvsa””, Economico , X, 13).

Nei Memorabili  (II, 1, 21-34) Senofonte riferisce, attraverso Socrate, la favola esemplare di Eracle al bivio attribuita a uno scritto del sofista Prodico di Ceo.

Intanto il bivio stesso ha un significato e addirittura un’anima:” un ambiente fisico reale-sorgente, primavera, albero, crocicchio- è animatoLe nostre anime sulla terra accolgono la terra nelle nostre animeLa vita ecologica è anche vita psicologica. E se l’ecologia è anche psicologia, allora il “Conosci te stesso” diviene impossibile senza il “Conosci il tuo mondo “[2].

Poi sul bivio ci sono due femmine umane con aspetti e con anime diverse. Anche l’aspetto e l’abbigliamento sono psicologie

 Le due donne parlano all’eroe giovinetto incerto sulla via da prendere indicandogli ciascuna una strada. La prima vuole adescare l’ adolescente con la promessa di una vita facile e piacevole. Questa femmina è morbida, prosperosa, quasi opima, truccata nel colorito sì da avere l’aria di apparire più bianca e più rossa del naturale (kekallwpismevnhn de; to; me;n crw’ma w{ste leukotevran te kai; ejruqrotevran tou’ o[nto” dokei’n faivnesqai, II, 1, 22) impettita più del conveniente, con gli occhi aperti, e con una veste dalle quali lampeggiava a tutto spiano la sua bellezza (” ejsqh’ta de; ejx h’J” mavlista hJ wJvra dialavmpoi”, II, 1, 22); inoltre si osservava spesso con compiacimento: guardava se qualcun altro la guardasse e spesso si volgeva alla sua ombra. Costei dagli amici viene chiamata Eujdaimoniva, Felicità, ma dai detrattori, Kakiva, Vizio (II, 1, 27).

 Viceversa la donna virtuosa, la Virtù personificata, avvisa Eracle che gli dèi niente di buono concedono agli uomini senza fatica e impegno.

Ella era di natura nobile, ossia pura, pudica, modesta, vestita di bianco (ejsqh’ti de; leukh’/’ , II, 1, 22). Il colore bianco è presente in entrambe: il biancore naturale è un segno positivo, luminoso: infatti leukov” è imparentato etimologicamente con il latino lux, lucis ; con l’inglese light e il tedesco Licht che significano appunto “luce”.

Ecco dunque una tipica disposizione maschile, o maschilista, avversa al trucco delle donne. 

Questo infatti può costituire un indizio di grilli per la testa: il buon Eufileto, il marito cornuto di Lisia ebbe l’impressione che il volto della moglie adultera fosse truccato (” e[doxe dev moi, w’j a[ndre” , to; provswpon ejyumuqiw’sqai, ossia coperto di yimuvqion, una specie di biacca), sebbene il fratello le fosse morto da nemmeno trenta giorni,  ma non disse niente lo stesso ( 14).

Un’adultera di mia conoscenza si metteva le calze a rete per dare un segnale di disponibilità.

 

C’è del resto anche un’opinione favorevole al trucco , ed è quella di Ovidio.

 il poeta “donnaiolo” nel poemetto sui cosmetici per le donne li legittima  poiché “culta placent( Medicamina faciei femineae[3], v. 7) , ciò che è coltivato piace,  e nell’Ars Amatoria  afferma che è proprio l’eleganza a fargli preferire l’età moderna all’antica, presunta aurea:”prisca iuvent al’ios, ego me nunc denique natum/gratulor: haec aetas moribus apta meis” (III, 121-122), i tempi antichi piacciano ad altri, io mi rallegro di essere nato ora dopo tutto: questa è l’età adatta ai miei gusti, non perché, continua il Sulmonese, terre mari e monti sono stati domati dall’uomo,“sed quia cultus adest nec nostros mansit in annos/rusticitas priscis illa superstes avis ” 127-128), ma perché c’è eleganza e non è rimasta fino ai nostri anni quella rozzezza sopravvissuta agli avi antichi.

 Un cultus  che include la coltura del corpo e dello spirito.

Ordior a cultu[4] . Così Ovidio inizia, dopo il lungo proemio, la precettistica riservata alle donne nel terzo libro. Cultus , riferito come qui alla vita della donna, indica più  o meno la “cura della persona” e quindi la “raffinatezza”[5].

Mazzarino, menzionando gli autori favorevoli alla tecnica, indica Ovidio, “un poeta, non uno storico”,  nel quale si trova “una reazione al diffuso concetto di decadenza, ed una esaltazione del progresso tecnico[6], evidente, secondo lui, nell’attività industriale e commerciale sopravvenuta nel suo tempo (l’età di Augusto)[7]. In fondo, si può dire che per l’uomo antico l’idea del progresso tecnico vive accanto a quella di decadenza; e talora è soffocata da questa, e talora, invece, emerge e predomina, senza che questo “dualismo” implichi contraddizioni di notevole importanza”[8].

 Ad alcuni anche ipotecnologici può riuscire più simpatica questa posizione del poeta lascivus [9]  che quella del maestro ateniese, il superuomo dell’etica, i cui detrattori  dicevano, tra l’altro, che non si lavava!

 Aristofane fa dire a Strepsiade che nessuno degli uomini del pensatoio di Socrate per economia si è mai fatto  tagliare i capelli o si è unto il corpo o è andato nel bagno a lavarsi:”oujd& eij” balanei’on h’jlqe lousovmeno”” (Nuvole , del 423,  v. 837). il Coro degli Uccelli (del 414) più specificamente qualifica Socrate come a[louto” (v. 1553),   non lavato.

 Né si può dire che questa eccessiva trascuratezza sia approvata o addirittura ricercata da ogni filosofo: Seneca biasima tale moda seguita soprattutto da cinici e stoici e consiglia a Lucilio di evitarla:”asperum cultum et intonsum caput et neglegentiorem barbam et indictum argento odium et cubile humi positum et quidquid aliud ambitionem perversa via sequitur evita” (Epist. , 5, 1), evita una mancanza di cura ferina e la testa incolta e la barba troppo trascurata e l’odio dichiarato all’argenteria e il giaciglio posto a terra e tutto il restante apparato che segue l’ambizione per una via distorta.

 Per Seneca  è auspicabile la via di mezzo:”non splendeat toga, ne sordeat quidem” (5, 3), non brilli la toga, ma neppure sia sudicia. Gli atteggiamenti estremi possono riuscire “ridicula et odiosa“  (5, 4).

Il proposito del filosofo stoico è vivere secondo natura:”Nempe propositum nostrum est secundum naturam vivere: hoc contra naturam est, torquere corpus suum et faciles odisse munditias et squalorem adpetere et cibis non tantum vilibus uti sed taetris et horridis. Quemadmodum desiderare delicatas res luxuriae est, ita usitatas et non magno parabiles fugere dementiae. Frugalitatem exigit philosophia, non poenam ; potest autem esse non incompta frugalitas” (5, 4-5), evidentemente il nostro progetto è vivere secondo natura: è contro natura questo tormentare il proprio corpo e odiare l’eleganza a portata di mano, e cercare lo squallore e fare uso di cibi non solo a buon mercato ma disgustosi e ripugnanti. Come è segno di dissolutezza desiderare le raffinatezze, così è segno di pazzia evitare i beni comuni e procurabili a prezzo non grande. La filosofia reclama la misura non la tortura; del resto la misura può essere non disadorna. In ogni modo, se è stupido chi valuta un cavallo dalla sella e dalle briglie, è stupidissimo chi giudica l’uomo dall’abbigliamento o dalla condizione sociale che ci sta attorno come un abito:”stultissimus est qui hominem aut ex veste aut ex condicione, quae vestis modo nobis circumdata est, aestimat ” (47, 16).       

A. La Penna, del quale seguirò diverse indicazioni contenute in un saggio del 1978,  mette in relazione la scelta di Ovidio con quelle di Properzio e Tibullo[10].

 “Ora Properzio, il raffinato callimacheo, resta abbastanza fedele a un ideale femminile che sarebbe semplicistico definire arcaizzante, ma che del modello arcaico conserva un aspetto essenziale, il rifiuto del cultus. La bellezza perfetta è quella più vicina alla natura. Non è tra le sue elegie più felici, ma è tra le sue più celebri, quella (I 2) che sviluppa il concetto riassunto nel verso sentenzioso (8):”nudus Amor formae non amat artificem[11] . Aggiungo la mia traduzione  a questa e alle prossime citazioni: “Amore nudo non ama la bellezza artefatta”. Per quanto riguarda il greco e il latino ho dato e darò sempre traduzioni mie siccome “la traduzione è l’operazione più esaltante dal punto di vista della mobilitazione delle forze intellettuali”[12]. Queste mie potranno essere confrontate con le tante altre presenti nei manuali o con quelle dei professori delle classi dove il mio lavoro verrà impiegato:”il fatto che il testo sia aperto, che l’interpretazione sia un problema e che la traduzione abbia molte ‘uscite’, questo insegnatelo ai giovanotti”, raccomanda Canfora[13].

Quindi La Penna cita i primi sei versi di questa elegia (I, 2) collocata “subito dopo quella che a modo suo fa da proemio…Quid iuvat ornato procedere, vita, capillo/et tenues Coa veste movere sinus,/aut quid Orontea crines perfundere murra,/teque peregrinis vendere muneribus,/naturaeque decus mercato perdere cultu,/nec sinere in propriis membra nitere bonis? “, a che giova, vita mia, venire con i capelli adorni, e muovere flessuosità delicate in drappo di Coo, o cospargere i capelli di mirra dell’Oronte, e venderti a doni stranieri, e sciupare lo splendore della natura con il lusso comprato, e non lasciare che le membra brillino della propria bellezza?.

 Properzio insomma ama Cinzia al naturale:”Crede mihi, non ulla tuae est medicina figurae ” (v. 7), credimi, non c’è bisogno di correzione per la tua bellezza.

“il cultus  femminile-continua La Penna- rientra in quell’allargamento dei consumi che richiede e favorisce importazioni dannose dalle provincie e dall’estero, specialmente dall’area orientale:”peregrina munera, mercatus cultus ” . La polemica contro gli ornamenti e il trucco è un vecchio tovpo” della letteratura erotica antica, ma la vitalità che gli ridà Properzio si scorge anche dal legame con l’antica e sempre attuale polemica romana contro il lusso, che spesso fa tutt’uno con la polemica contro le influenze greche e orientali” (p. 183). Tuttavia “il fascino di Cinzia dipende molto proprio dalla sua modernità, dall’eleganza del portamento, dalla grazia nella danza, dalla cultura letteraria e musicale, tutte cose che possono anche conciliarsi con la mancanza di trucco, ma che ci portano lontano dalla natura[14] e stanno meglio con la raffinatezza del cultus…Del resto il modello femminile romano agrario-arcaico ha ben poco fascino su Properzio prima delle elegie romane[15]. Nell’elegia dove vuole dimostrare che “nudus Amor formae non amat artificemegli cerca esempi probanti dapprima nella bellezza spontanea della natura (I 2. 9-14), poi nella mitologia greca (15-24): non cerca esempi nella Roma arcaica o nella Sabina.  Anche i modelli di fides  e pudor  li cerca nella letteratura e nella mitologia greca. In questo resta fedele a Catullo: quando Catullo, nella chiusa del carme 64, storna con orrore gli occhi dalla società romana contemporanea con i suoi odi feroci e la distruzione di ogni valore morale, non li rivolge, come faranno Sallustio o Livio, verso la società romana arcaica, ma verso il mito greco, verso il tempo in cui gli dèi frequentavano gli uomini ricchi di pietas .” (p. 184).

 

Tibullo invece è  “più attaccato  al modello femminile arcaico“. E’ esemplare di tale propensione “il famoso quadro di vita domestica che egli sogna mentre giace malato a Corcira e che fa da chiusa all’elegia I 3 (83 sgg.) : Delia, rimasta fedele al poeta lontano, ha accanto a sé la vecchia madre, “sancti pudoris custos ” (custode del sacro pudore); al lume della lucerna la madre fila e racconta favole; una giovane schiava fila anche lei” (p. 185). 

In effetti questo del poeta nato nel Lazio rurale sembra il quadro presentato da Tito Livio per illustrare la virtù di Lucrezia : i giovani parenti del re Tarquinio la trovarono:”nocte sera deditam lanae inter lucubrantes ancillas in medio aedium sedentem ” (I, 57, 9), a notte inoltrata, intenta alla lana, tra le ancelle che lavoravano a lume di candela, seduta in mezzo alla casa. Il desiderio di Tibullo insomma sarebbe che Delia fosse come questa sposa esemplare. Però ” da altre elegie del I libro sappiamo che la cortigiana Delia si adatta poco al modello; da altre del II libro sappiamo che ancora meno vi si adatta la volubile Nemesi” (p. 185). Tibullo dunque si trova a disagio nella metropoli,  eppure ” una parte notevole della sua poesia è radicata nella vita galante di Roma”. Walter Pater nel primo capitolo[16] del suo Mario l’epicureo (del 1885) mette in rilievo la sussistenza, nel poeta di Delia e Nemesi, della “primitiva e più semplice religione patriarcale, la religione di NumaTracce di tale sopravvivenza si possono cogliere, al di là degli atteggiamenti meramente artificiosi della poesia pastorale latina, in Tibullo, che ci ha conservato molti particolari poetici delle antiche consuetudini religiose di Roma:”At mihi contingat patrios celebrare Penates/reddereque antiquo menstrua thura Lari[17] così invoca con serietà non simulata. Qualcosa di liturgico, nella ripetizione di una formula consacrata, come parte del rito sacrificale per il compleanno, si può rintracciare in una delle sue elegie. Il focolare, da una scintilla del quale, secondo una versione dell’antica leggenda, sarebbe miracolosamente nato il bimbo Romolo, era ancora propriamente un altare”[18].

Quindi La Penna passa a Orazio “che, specialmente in amore, è poco sedotto da modelli arcaici. Pirra è simplex , ma simplex munditiis [19], semplice nell’eleganza.

Si tratta di un’eleganza semplice eppure ricercata o per lo meno voluta.

 L’aggettivo simplex qualifica la bellezza essenziale anche nell’Ode I 38 dove Orazio dichiara il suo odio per lo sfarzo dei Persiani:”Persicos odi, puer, adparatus….Simplici myrto nihil adlabores/sedulus curo ” (vv. 1 e 5-6), non voglio che tu ti affatichi con zelo ad aggiungere alcunché al semplice mirto. L’eleganza semplice è prescritta da Isocrate nello scritto parenetico (di autenticità non certa, del 380 a. C. ca) A Demonico[20]:”Einai bouvlou ta; peri; th;n ejsqh’ta filovkalo”, ajlla; mh; kallwpisthv”” (27), cerca di essere nel tuo abbigliamento elegante ma non ricercato.   

Sentiamo il Conte: “Simplex munditiis è un ossimoro, perché i due termini hanno associazioni di significato opposte, la semplicità e la ricercatezza (munditia )…Come ha detto bene Romano, “il concetto classico di semplicità nell’eleganza è scolpito in questo ossimoro che potrebbe essere assunto come motto del programma stilistico di Orazio”[21].

La semplicità elegante del resto è anche distintiva dello stile di Orazio. Lo si può ricavare anche da queste parole di Nietzsche :”Non ho mai provato, fino ad oggi, in nessun poeta, lo stesso rapimento artistico che mi dette, fin dal principio, un’ode di Orazio. In certe lingue quel che lì è raggiunto non lo si può neppure volere. Questo mosaico di parole in cui ogni parola come risonanza, come posizione, come concetto fa erompere la sua forza a destra, a sinistra e sulla totalità, questo minimum nell’estensione e nel numero dei segni, questo maximum , in tal modo realizzato, nell’energia dei segni-tutto ciò è romano e, se mi si vuol credere, nobile par excellence . Tutto il resto della poesia diventa in paragone qualcosa di troppo popolare-nent’altro che loquacità sentimentale”[22].   

Anche Cicerone consiglia una semplicità elegante al suo gentil’uomo quando pone le basi del galateo nel De Officiis [23]  “: quae sunt recta et simplicia laudantur. Formae autem dignitas coloris bonitate tuenda est, color exercitationibus corporis. Adhibenda praeterea munditia est non odiosa nec exquisita nimis, tantum quae fugiat agrestem et inhumanam neglegentiam. Eadem ratio est habenda vestitus, in quo, sicut in plerisque rebus, mediocritas optima est  ” (De Officiis , I, 130), viene lodata la naturalezza e la semplicità. Ora la dignità dell’aspetto deve essere conservata mediante il bel colore dell’incarnato,  il colore con gli esercizi fisici. Inoltre deve essere impiegata un’eleganza non fastidiosa né troppo ricercata, basta che eviti la trascuratezza contadinesca e incivile. La semplicità insomma non è rozza, sprovveduta e inopportuna ma voluta e conquistata. Marziale la chiama prudens simplicitas (X, 47, v. 7) semplicità accorta e la considera uno dei mezzi che abbelliscono la vita (vitam quae faciant beatiorem , v. 1))

 Lo stesso criterio deve essere adottato nel vestire, nel quale, come nella maggior parte delle cose la via di mezzo è la migliore. Lo stesso, abbiamo visto, affermerà Seneca. 

Vediamo qualche esempio moderno: Tolstoj ci insegna che anche un abbigliamento sofisticato e un’acconciatura elaborata non devono far vedere la preparazione che sono costati, anzi devono apparire semplici: si tratta della ” rosea Kitty” a un ballo in  Anna Karenina:” Benché la toilette, la pettinatura e tutti i preparativi per il ballo fossero costati a Kitty grandi fatiche e riflessioni, ora, nel suo complicato abito di tulle con il trasparente rosa, ella entrava nel ballo in modo così semplice e disinvolto da parere che tutte quelle roselline, quelle trine, tutti i particolari della toilette non fossero costati né a lei né ai suoi familiari nemmeno un istante d’attenzione, come se fosse nata in quel tulle, in quelle trine, con quell’alta pettinatura, con la rosa e le due foglioline in cima”[24].

La naturalezza è il segno dell’eleganza della signora di Guermantes nella Ricerca di Proust:”Ciascuno dei suoi abiti m’appariva come un ambiente naturale, necessario, come la proiezione di un aspetto particolare della sua anima”[25].

Insomma:” Ars casu similis” (Ars amatoria , III, 155), l’arte sia simile al caso.

 Vediamo ora invece un esempio di stile evidentemente pensato, quasi voluto e preteso nella borghese Diotima di Musil che accolse Ulrich, il protagonista del romanzo, “con il sorriso indulgente della donna di valore che sa di essere anche bella e deve perdonare agli uomini superficiali di pensare sempre prima di tutto a quelloDiotima era la maggiore delle tre figlie di un professore di scuola media senza beni patrimonialiDa ragazza ella non possedeva che il proprio orgoglio , e poiché non possedeva nulla di cui essere orgogliosa, era in fondo null’altro che una correttezza raggomitolata su se stessa con tentacoli protesi di sentimentalità[26]. Tale tensione spaventa il maschio:” egli vedeva se stesso come un vermicello nocivo attentamente contemplato da una grossa gallina” (p. 89).

Torniamo a Orazio visto da La Penna: “Il quadro più fascinoso del modello femminile “moderno” è stato dipinto proprio da Orazio: è il quadro della bellezza elegante della moglie di Mecenate” (p. 185). L’autore allude all’Ode II 12 dove la giovane e splendidissima Licimnia è ricordata mentre danza e gareggia di spirito senza dedecus  e senza che il suo fidum pectus  (v. 16), il cuore fedele, vacilli.

Giorgio Pasquali utilizza, con altri indizi, questa ode per sostenere che “ai tempi di Augusto matrimoni d’amore dovevano avvenire, se proprio una lex Iulia, citata dal giureconsulto Marciano (Dig. 23, 2, 19) proteggeva i figli e le figlie contro l’arbitrio del padre che non volesse senza giusta ragione consentire a un matrimonio da essi desiderato. La relazione tra Mecenate e Terenzia sono descritte da Orazio stesso non diverse dalla vita comune di due amanti. Il poeta conferma a Mecenate che la Musa volle che egli dicesse il canto di lei, i suoi occhi fulgidi, il petto fido agli amori mutui: II 12, 13 me dulcis dominae Musa Licymniae/cantus, me voluit dicere lucidum/fulgentis oculos et bene mutuis/fidum pectus amoribus[27]. E’ la quarta delle sette strofe asclepiadee prime che formano l’ode. Le tre precedenti contengono la recusatio, il rifiuto dell’epos storico e della poesia di argomento mitologico, generi per i quali l’autore non è portato.  Vediamo la traduzione di questi versi con i quali il poeta entra in medias res : a me la Musa ha imposto dolci canti per Licimnia signora, che io dica degli occhi splendidamente brillanti e del cuore santamente fedele al reciproco amore.-dulcis= dulces.- fulgentis (= fulgentes) oculos : si ricordi la scheda sugli occhi. Licimnia è Terenzia, la moglie di Mecenate. Sentiamo ancora Pasquali ” Di lei il poeta vanta non solo la prontezza di spirito nel conversare, ma la grazia che, fanciulla, aveva dimostrato nel danzare, sia pure non motus ionicos ma balli più adatti a una ragazza di buona famiglia, la quale danzando pensi solo a compiere un dovere religioso: quam nec ferre pedem dedecuit choris/nec certare ioco nec dare brachia/ludentem nitidis virginibus sacro/Dianae celebris die ” (vv. 17-20) , per lei non fu sconveniente muovere il passo alle danze né gareggiare con lo spirito né porgere le braccia mentre giocava alle vergini eleganti nel giorno sacro a Diana assai festeggiata. “Avrebbe cent’anni prima un poeta romano osato lodare abilità di tal genere in una donna?, in una fanciulla?”[28].

Su Mecenate e la sua irreprensibile moglie tutt’altra testimonianza dà Seneca, quando il potente patrono della cultura era morto da diversi decenni:”Feliciorem [29] ergo tu Maecenatem putas, cui, amoribus anxio et morosae uxoris cotidiana repudia deflenti, somnus per symphoniarum cantum ex longiquo lene resonantium quaeritur?[30], consideri dunque più fortunato Mecenate, che, agitato da passione amorosa e addolorato per il quotidiano rifiuto di una moglie capricciosa, cerca il sonno per mezzo di canti accompagnati da strumenti musicali che suonano dolcemente da lontano?

 Le mode e i costumi cambiano rapidamente, quem ad modum temporum vices , quasi come le stagioni: la danza e lo spirito praticati dalla Sempronia di Sallustio, nemmeno cinquant’anni prima, erano considerati “instrumenta luxuriae “strumenti di lussuria:”litteris Graecis, Latinis docta, psallere saltare elegantius quam necesse est probae, multa alia, quae instrumenta luxuriae sunt“(Bellum Catilinae , 25), sapeva di greco e di latino, suonare, danzare più elegantemente di quanto si convenga a una donna per bene, e molte altre arti che sono strumenti di lussuria.

Del resto gli stessi strumenti possono essere usati con fini diversi, perfino opposti: Sempronia aveva tradito la fede (fidem prodiderat) un valore, si è visto, che appartiene all’ambito erotico, giuridico e morale. Vedremo che non dissimile da questa donna “malamente” evoluta è la Poppea di Tacito.  

“Orazio osa di più, esalta le arti che essa sa adoperare per aguzzare e per irritare l’amore o diciamo pure la sensualità del marito: flagrantia detorquet ad oscula cervicem, aut facili saevitia negat, quae poscente magis gaudeat eripi, interdum rapere occupet” (vv. 25-28), volge il collo ai baci ardenti, o con affabile crudeltà  nega quelle carezze che gode di lasciarsi strappare più di chi le chiede e talvolta è la prima a strappare?

“Le parole ultime ricordano il pignus dereptum lacertis aut digito male pertinaci [31], salvo che il poeta parla forse qui con più franchezza della moglie dell’amico e protettore che non facesse colà della puella indeterminata. L’avrebbe fatto se il matrimonio di Mecenate non fosse stato un matrimonio d’amore? L’abisso che in civiltà primitive si apre tra l’amore e il matrimonio, era colmato, si vede bene di qui, nell’età augustea”[32].

 Non che Orazio non avverta i pericoli della “modernità“. Egli nelle odi civili “alle seduzioni della matura virgo , presto moglie adultera, contrappone la severa madre sabina che fa lavorare duramente i suoi figli (Carm.  III 6. 17-44); non dico che si tratta di preoccupazioni fittizie: la società, per evitare la rovina, doveva arrestare la corruzione; Orazio, però, si trovava a suo agio in un altro mondo, dove per salvarsi non c’era bisogno di tornare al rigore arcaico[33].

 

Passiamo a Ovidio. In questo poeta la tragedia amorosa diventa lusus , e il dio doloroso, o piuttosto il demone del dolore, il “daivmwn ajlginovei””[34], che porta Medea alla sofferenza e alla follia infanticida, diventa un dio ludico nelle mani del tenerorum l’usor amorum[35], cantore dei teneri amori. Eros è un demone anche secondo l’opinione di Diotima nel Simposio platonico ma un Daivmwn mevga” , un Demone grande, che, come tutto ciò che è demonico è intermedio tra divino e il mortale (202e). Chi  è sapiente in questo è un uomo demonico continua Diotima (203a) e Ovidio, aggiungo io, si intende di Amore come di un demone piacevole e giocoso.  

“Il suo, dunque, sarà un lusus  ricco di raffinatezza e di eleganza, pervaso di sottile ironia nei confronti dei predecessori”[36]. Amore come dio giocoso appare già in Anacreonte che nel fr. 5 D. rappresenta Eros chiomadoro mentre con una palla purpurea colpisce il poeta, ormai vecchio, e lo invita a giocare con una fanciulla dal sandalo variopinto; il gioco del resto non esclude la tristezza poiché la ragazza di Lesbo critica la chioma oramai bianca dello spasimante anziano e rimane a bocca aperta davanti a un’altra. Eros che vuole giocare a palla viene ripreso da Apollonio Rodio: nelle Argonautiche Afrodite promette al figlio che, se farà innamorare  Medea di Giasone, gli regalerà una palla fatta di cerchi dorati che lanciata lascia nell’aria un solco splendente, come una stella (III, v. 141). Allora il fanciullo pregava la madre di dargliela subito (v. 148).  

Alla fine dell’Ars Amatoria  leggiamo:”Lusus habet finem…Ut quondam iuvenes, ita nunc, mea turba, puellae/inscribant spoliis Naso Magister Erat ” (III, 809 e 811-812), il gioco è finito…Come una volta i giovani, così ora le ragazze, mio seguito, scrivano sulle prede Nasone Fu Il Maestro. Di questo magistero amoroso impartito ai giovani, maschi e pure femmine, il poeta dovrà pentirsi e dolersi: nei Tristia  scritti in esilio (11-12 d C.) ricorda che duo crimina lo hanno mandato in rovina: carmen et error (II, 207); l’error è uno sbaglio, mai chiarito, nei rapporti del poeta con l’imperatore che ne è rimasto offeso   e il  carmen  turpe è Ars Amatoria  per la quale Ovidio viene accusato di essersi fatto maestro di immondo adulterio:”arguor obsceni doctor adulterii ” (II, 212).

Il lusus si è capovolto in dolore tragico: viceversa nel Macbeth la tragedia dell’assassinio del re diviene parte del grande gioco tragico del potere:”There’s nothing serious in mortality, All is but toys“, (II, 3), non c’è più niente di serio nella vita mortale, tutto è un giocattolo. Nella tragedia subito precedente, Re Lear [37], Gloucester cui sono stati strappati gli occhi come vile gelatina (III, 7) attribuisce con sarcasmo tale atteggiamento ludico agli dèi monelli:”As flies to wanton boys, are we to the gods, They kill us for their sport ” , come mosche per ragazzi capricciosi siamo noi per gli dèi: ci ammazzano per loro passatempo. E’ un’amara sconsacrazione del divino il cui archetipo si può trovare nell’Oreste[38] del “sacrilego” Euripide, quando Apollo chiarisce che i numi si sono serviti della bellezza di Elena per causare morti eliminare dalla terra l’oltraggio dell’eccessiva abbondanza dei mortali (vv. 1640-1642). La stessa spiegazione si trova nel prologo dell’Elena[39] dove la protagonista spiega che a suscitare la guerra tra gli Elleni e i Frigi infelici furono i disegni di Zeus che volle alleggerire la madre terra della massa numerosa dei mortali (vv. 37-40).        

 L’Ars amatoria  (in distici elegiaci) costituisce una precettistica erotica in tre libri: nei primi due il poeta fa il maestro d’amore agli uomini, nel terzo alle donne.

Questa raccolta a sfondo didascalico fu completata nell’1 o nel 2 d. C, come i Remedia amoris e i Medicamina faciei femineae. 

“La disinvoltura con cui la materia viene trattata indica il distacco che si è consumato nei confronti della precedente esperienza elegiaca. Il protagonista degli Amores [40] è anticonformista, spregiudicato, libertino, impertinente: e poiché non prende sul serio la morale tradizionale romana, e neanche fa dell’amore un mondo di valori nuovi e alternativi rispetto a quelli dominanti nella tradizione e nella società, tutto per lui diventa un lusus  elegante e raffinato. L’esito naturale di questa nuova interpretazione dell’elegia sarà la didascalica amorosa dell’Ars amatoria  e dei Remedia amoris  costruiti per gioco sul modello della poesia didascalica seria, questi trattati si proporranno esplicitamente di insegnare l’uno il codice erotico della società galante, gli altri gli antidoti contro la seduzione insegnata”[41]. 

A questa nota del Conte aggiungo cosa scrive La Penna mettendo di mio la traduzione del latino e, quando è necessario, altro commento .

E’ in Ovidio che troviamo l’irrisione aperta della rusticitas , è Ovidio che della negazione della rusticitas  fa un aspetto essenziale del suo mondo galante. In alcuni casi egli ci presenta la negazione in modo ambiguo”, attribuendola a personaggi poco attendibili. “Per esempio, una contrapposizione fra le formosae audaci di oggi e le sporche sabine delle origini di Roma è elaborata da una lena[42] nel suo discorso esortativo (Am. I 8. 39 sgg.):Forsitan inmundae Tatio regnante Sabinae/noluerint habiles pluribus esse viris;/nunc Mars externis animos exercet in armis,/at Venus Aeneae regnat in urbe sui./Ludunt formosae: casta est quam nemo rogavit;/aut si rusticitas non vetat, ipsa rogat “, forse le sporche Sabine sotto il regno di Tazio non avranno voluto essere disponibili per più uomini; ora Marte tiene occupati gli animi in guerre straniere, ma è Venere che regna nella città del suo Enea. Le belle si divertono: è casta quella cui nessuno ha fatto proposte; oppure se non lo impedisce la selvatichezza, è lei che fa le proposte.

E ovviamente non sono sempre proposte decenti.  

Seneca, notando la diffusione dell’adulterio nel De Beneficiis [43] , ripropone l’idea contenuta in casta est quam nemo rogavit con altre parole sarcastiche e sdegnate:”Argumentum est deformitatis pudicitia” (III, 16, 3), la pudicizia è indizio di bruttezza. Su questo torneremo più ampiamente in seguito.    

“Altrove-continua La Penna-negli Amores  è la stessa impostazione di giuoco sofistico che toglie aggressività all’irrisione della rusticitas : cito, per esempio, un passo di III 4 (37 sgg.), l’elegia dove si vuole dimostrare che è meglio lasciare le puellae  senza sorveglianza: Rusticus est nimium quem laedit adultera coniunx ,/et notos mores non satis Urbis habet,/in qua Martigenae non sunt sine crimine nati,/Romulus Iliades Iliadesque Remus ” (p. 186). Aggiungo la traduzione e un poco di commento.

 E’ davvero rozzo quello che una moglie adultera offende e non conosce bene i costumi di Roma nella quale i figli di Marte non sono nati senza colpa, Romolo figlio di Ilia e il figlio di Ilia Remo.

Che cosa vuol dire “giuoco sofistico? “. Significa non riconoscere alcun valore oltre il successo e utilizzare la parola in ogni modo per conseguirlo: in questo caso chiamare in causa gli dèi per avallare  licenza e trasgressione sessuale. E’ quello che fa il Discorso Ingiusto nelle Nuvole di Aristofane quando consiglia a Fidippide: se ti sorprendono in adulterio, rispondi al marito che non hai fatto niente di male, e poi imputa l’accusa a Zeus, di’ che anche lui è più debole di amore e delle donne ( “kajkei’no” wJ”  h{ttwn e[rwtov” ejsti kai; gunaikw’n”, v.1081). Il riferimento è ai tanti adultèri di Zeus che possono coonestare quelli del giovane allievo istruito dall’ a[diko” lovgo”. “La sofistica ne approfitta, raccogliendo dal mito gli esempi sfruttabili nel senso della dissoluzione e relativizzazione naturalistica ch’essa fa di tutte le norme vigenti. Se la difesa in giudizio tendeva in passato a provare che il caso era conforme alle leggi, ora si attacca la legge e il costume stesso, cercando di dimostrarli manchevoli”[44].

Del resto anche nella poesia erotica greca e latina chi ama si appella topicamente agli amori di Zeus. Per esempio nell’VIII idillio di Teocrito il bovaro Dafni canta:” w pavter w Zeu’, ouj movno” hjravsqhn: kai; tu; gunaikofivla”” (vv. 59-60), o padre Zeus, non mi sono innamorato solo io: anche tu sei amante delle donne.

Il Discorso ingiusto delle Nuvole dunque si volge al ragazzo e “lo invita a riflettere come il risolversi per la sophrosyne [45] implichi la rinuncia a tutti i piaceri dell’esistenza. E per giunta sarà indifeso quando, per le “necessità di natura”, faccia un passo falso e non sia in grado di difendersi. “Se sei in buoni termini con me, lascia pur libero corso alla natura, salta e ridi, non ritenere nulla biasimevole. Se sei accusato d’adulterio, nega ogni colpa e appellati a  Zeus, che non sapeva tener testa neanche lui ad Eros e alle donne. E tu, uomo mortale, come dovresti esser più forte d’un dio?”. E’ la stessa argomentazione che, in Euripide, quella d’Elena o della nutrice nell’Ippolito . Essa culmina in ciò che il Logos Ingiusto, con la lode della propria morale rilassata, suscita le risa del pubblico e dichiara poi che quanto è praticato dalla gran maggioranza del rispettabilissimo popolo è impossibile sia vizio”[46]. 

Ma torniamo a La Penna e al tema della rusticitas :” Non solo le goffe e rozze sabine, ma anche eroine greche fanno le spese della satira contro la rusticitas . Per esempio, sarebbe interessante vedere come vengono trattate nelle opere erotiche di Ovidio Penelope, Andromaca, Tecmessa. Mi limito a un solo esempio: è Penelope stessa a dirci che cosa pensa di lei il suo raffinato ed esperto marito (Her.  I. 77 sg.) : Forsitan et narres quam sit tibi rustica coniunx,/quae tantum lanas non sinat esse rudes ” (p. 186), forse a lei[47] racconti quanto sia rozza tua moglie, la quale soltanto alla lana non permette di essere ruvida.      

“Ma nel mito greco si possono trovare ben altre figure femminili adatte a simboleggiare e a proclamare il libero e raffinato gusto moderno. In un’eroina del genere è trasformata la tragica Fedra, che interpreta a suo modo il passaggio dal regno di Saturno al regno di Giove: quello fu il regno della pietas  e della rusticitas , questo il regno della libertà e del piacere (Her. 4. 131 sgg.): Ista vetus pietas, aevo moritura futuro,/rustica Saturno regna tenente fuit;/Iuppiter esse pium statuit quodcumque iuvaret/et fas omne facit fratre marita soror ” (p. 187), questa vecchia bontà destinata a morire in futuro, c’era quando Saturno governava rozzi regni; Giove stabilì che fosse buono tutto quanto piaceva e rende del tutto naturale che la sorella sia sposata al fratello. La cretese innamorata ovviamente scrive a Ippolito per convincerlo a soddisfare i suoi desideri come del resto fece il toro con sua madre, Fedra:” Flecte, ferox animos: potuit corrumpere taurum/mater: eris tauro saevior ipse truci? ” (vv, 165-166), piega superbo i tuoi sentimenti: mia madre poté sedurre un toro: sarai tu più feroce di un toro tremendo?

 E’ questo il mito, irriso da Ovidio, delle Cretesi sporcaccione, nato, probabilmente, quando i guerrieri micenei, poco dopo la metà del secondo millennio, invasero Creta e videro le raffigurazioni di donne troppo libere e discinte rispetto ai loro canoni. 

 “Paride, per riguardo di Elena, non tratta Sparta come la lena  trattava le sabine di Tazio, ma la ritiene indegna della bellezza di Elena (Her. 16. 191 sgg.): Parca sed est Sparte, tu cultu divite digna;/ad talem formam non facit iste locus;/hanc faciem largis sine fine paratibus uti/deliciisque decet luxuriare novis./Cum videas cultus nostra de gente virorum, qualem Dardanias credis habere nurus?  [48]  , ma Sparta è scarsa, tu sei degna di ricca raffinatezza; a tale bellezza non si addice questo luogo; a quest’aspetto si confà l’uso di vesti infinitamente copiose e abbondare di delizie mai viste. Vedendo l’eleganza degli uomini della nostra gente, quale credi che abbiano le ragazze troiane?

 Questo fu uno degli argomenti, o dei pensieri, che spinsero Elena all’adulterio secondo Ecuba la quale, nelle Troiane  di Euripide, accusa la maliarda di avidità non solo sessuale: la moglie di Menelao fu attirata dallo splendore di Paride: tanto da quello della bellezza quanto da quello delle ricchezze che il principe troiano portava con sé e che possedeva a Troia dove l’oro scorreva a fiumi.

 A Sparta, infatti, le rinfaccia la vecchia regina, vivevi con poco (“mivkr j e[cousa”, v. 993) e abbandonata la famiglia sperasti di sommergere nel tuo fasto (“h[lpisa” katakluvsein-dapavnaisin”, vv. 995-996) la città dei Frigi dove l’oro scorreva . Infatti non ti bastavano le dimore di Menelao per trasmodare nei tuoi lussi (“tai'” sai'” ejgkaqubrivzein trufai'””, v. 997:  il verbo accusa Elena di u{bri” , il peccato dei Greci)

Questa è la requisitoria della regina dolente che conclude con una richiesta di condanna a morte.

Torniamo ai suggerimenti di Ovidio. ‘L’ambiguità giocosa investe, naturalmente, anche l’Ars amatoria...Il pudor  è bandito come rusticus , almeno da una certa fase in poi della strategia di conquista della donna”[49] . Del resto è pur vero che “la strategia amorosa si sa adoperare soltanto quando non si è innamorati”[50].

 Ovidio consiglia al corteggiatore l’audacia e la facondia che sarà nutrita dalla forza del desiderio: è il rem tene verba sequentur  di Catone trasferito in campo erotico:”fac tantum cupias, sponte disertus eris ” (Ars Amatoria , I, 608), pensa solo a desiderarla, e sarai facondo senza sforzo. Per la conquista parlare è decisivo: la parola audace e suadente metterà in fuga il rusticus Pudor :” Conloqui iam tempus adest; fuge rustice longe/hinc Pudor: audentem Forsque Venusque iuvat “, I, 605-606), è già tempo di parlarle; fuggi lontano di qui, rozzo Pudore, la Sorte e Venere aiutano chi osa.

Seneca nel De Beneficiis (64 d. C.) segnala alcuni aspetti della corruzione del suo tempo derivata dall’ingratitudine: tra questi la moda della dissoluzione dei vincoli matrimoniali, la sparizione pudicizia femminile e la complicità dei mariti:”Coniugibus alienis ne clam quidem sed aperte ludibrio habitis, suas aliis permisere. Rusticus, inhumanus ac mali moris et inter matronas abominanda condicio est, si quis coniugem suam in sella prostare vetuit et vulgo admissis inspectoribus vehi perspicuam undique ” (I, 9, 3), dopo che si sono presi gioco delle mogli  altrui, neppure di nascosto ma palesemente, hanno concesso le proprie agli altri. E’ rozzo, incivile, di cattiva educazione, e tra le matrone la sua qualità è aborrita se una ha vietato a sua moglie di esibirsi nella portantina e di farsi portare in giro da tutte le parti bene in vista per essere osservata pubblicamente.      

Analoga considerazione fa Parini (1729-1799) quando attribuisce un siffatto disprezzo del pudore, e della fedeltà matrimoniale, ai nobili satireggiati nel suo poema:” D’altra parte il Marito ahi quanto spiace,/ E lo stomaco move ai dilicati/Del vostr’Orbe leggiadro abitatori,/Qualor de’ semplicetti avoli nostri/Portar osa in ridicolo trïonfo/La rimbambita Fe’, la Pudicizia,/Severi nomi!” (Il Mattino , vv. 292-298).

L’audacia quale mezzo ottimo per indurre all’adulterio viene messa al primo posto da Rodolphe Boulanger, il seduttore carnale di Emma Bovary:” Cominceremo, e con audacia, è sempre il mezzo più sicuro”[51] .

 Anche in questo romanzo il marito, Charles Bovary, è una figura contraria all’eleganza, un individuo che tanto “spiace”, oltretutto a sua moglie la quale non si sente trattenuta ai vincoli imposti dal pudore coniugale:”La conversazione di Charles era piatta come un marciapiede, vi sfilavano le idee più comuni nella loro veste più ordinaria, senza suscitare la minima commozione, d’allegria o di sogno. Lo diceva lui stesso, non aveva mai provato la curiosità, durante il suo soggiorno a Rouen, di andare a sentire a teatro gli attori di Parigi. Non sapeva nuotare, né tirar di scherma, né usar la pistola, un giorno non seppe neppure spiegare alla moglie un termine d’equitazione che lei aveva trovato in un romanzo. E un vero uomo, invece, non avrebbe dovuto conoscer tutto, eccellere in ogni attività, essere in grado, insomma, d’iniziare la propria donna alle violenze della passione, alle raffinatezze della vita, agli innumeri misteri? Non insegnava nulla Charles, non sapeva nulla Charles, non immaginava nulla Charles: credeva che lei fosse felice, ma lei gliene voleva per tutta quella tranquillità imperturbabile, per tutta quella pacifica pesantezza, per tutta quella stessa sazietà di cui era l’origine” (p. 34).

Un uomo rozzo assai: quando la moglie bella, insoddisfatta, poco affettuosa e cortese, è viva e convive con lui, egli non si accorge dei tradimenti, e dopo il suicidio di lei, leggendo le sue lettere, spiandola dopo che è morta, si offende a morte:”Rusticus est nimium quem laedit adultera coniunx” (Amores III, 4, 37), è davvero rozzo quello che una moglie adultera offende: “C’eran tutte le lettere di Léon. Questa volta nessun dubbio era più possibile! Le divorò sino all’ultima riga, frugò in ogni angolo, in ogni mobile, in ogni tiretto, dietro i muri, singhiozzando, urlando, smarrito, impazzito. Scoprì una scatola, la sfondò con un calcio. Il ritratto di Rodolphe gli balzò davanti, tra un disordinato profluvio di messaggi d’amore” (p. 279).     

Fa coppia con questo L’eterno marito (1871), Pavel Pavlovic, di Dostoevskij:”Un individuo simile nasce e si sviluppa unicamente per ammogliarsi e, una volta ammogliato, per trasformarsi unicamente in un’appendice della moglie, anche quando egli abbia una personalità sua, ben determinata. La proprietà essenziale di un simile marito è quel certo ornamento. Egli non può non essere cornuto, così come il sole non può non risplendere, però non soltanto non ne sa mai nulla, ma non potrà mai saperlo per le leggi medesime della naturaE a un tratto, in modo del tutto inatteso, Pavel Pavlovic si fece con due dita le corna sulla fronte calva, e ghignò piano, a lungo. Rimase così, con le corna e ghignando, per mezzo minuto almeno, guardando Vel’ caninov[52] negli occhi in una specie di ebbrezza della più perfida insolenza”[53].

Rusticus est nimium, anche questo. 

Ancora a proposito dell’Ars Amatoria , La Penna cita “forma sine arte potens ” (III, 258), la bellezza è una potenza senza artifici, ma, fa notare, “tutta l’opera si colloca al di là della natura, dell’istinto, anche della sensualità, ed esalta l’efficacia dell’usus  e del cultus . Grazie all’usus  le donne non più giovani perpetuano il loro fascino (Ars  II 675 sgg.) e vincono la lotta contro il tempo inesorabile (677): Illae munditiis annorum damna rependunt ” (p. 187), quelle con l’eleganza compensano i danni del tempo. E, aggiunge Ovidio, con i trattamenti di bellezza fanno in modo di non sembrare vecchie:”et faciunt cura, ne videantur anus ” (678). E’ anche l’usus  del resto, l’esperienza, che rende appetibili le non più giovanissime:”utque velis, Venerem iungunt per mille figuras:/invenit plures nulla tabella modos” (679-680), e, purché tu lo voglia, fanno l’amore componendo mille figure; nessun quadro ha trovato più posizioni.

Certamente si potrebbe contrapporre a queste anus  restaurate e navigate la vecchia signora di Pirandello la quale “coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili” fa ridere con l’avvertimento “che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere”[54]. Questo dell’anziano spennellato e miserevole è un vero e proprio tovpo” pirandelliano: si trova pure nella signora Popònica delle pagine iniziali dell’Esclusa  e nella poesia Dal fanale  a proposito di un vecchio che “nero-rossi, qual pel di faina,/si ritinge i capelli” come fanno quelli che danno la tinta “al canuto, imbecillito affetto/della vita”.

Ma Ovidio quando scrive l’Ars Amatoria  non è  così intristito. “La trattazione del libro dedicato alle donne”, il terzo, “incomincia, dopo il lungo proemio, con una specie di inno al cultus  (Ars  III 101-128). Il passo è celebre…Senza cultus  non a