MEROPE

 

Gabriele D’Annunzio

Libro Quarto delle LAUDI DEL CIELO DEL MARE DELLA TERRA E DEGLI EROI

NOTE AL LIBRO DI MEROPE

La canzone d’oltremare

Sono comento al primo verso i Canti della morte e della gloria, i Canti della ricordanza e dell’aspettazione, il Canto augurale per la nazione eletta, quasi tutto il secondo libro delle Laudi publicato or è dieci anni non invano.

Rumia è una corrente di Tripolitania, che passa per antichi oliveti. Lebda è la romana Leptis Magna ove nacque l’imperatore Lucio Settimio Severo; che in Egitto involò i libri sacri e fece suggellare la tomba del Macedone perché niuno dopo di lui vi discendesse. Nella terra di Bengasi, al Gioh, ove si giunge a traverso un deserto d’argilla, è la caverna che chiude la sorgente del Lete, secondo la tradizione, in vicinanza dei luoghi ove fiorirono gli orti delle Esperidi. In onore della sposa di Tolomeo Evergete, di colei che fece l’offerta della mirabile capellatura assunta tra le costellazioni, la terra s’ebbe il nome di Berenice.

In un codice già strozziano, ora magliabechiano, si trovano le Sante Parole che si dicono in galea; così cominciano:

Dienai’ e ‘l Santo Sepolcro;

Dienai’ e ‘l Santo Sepolcro;

Dienai’ e ‘l Santo Sepolcro;

Dienai’ e madonna Santa Maria e tutti li Santi e le Sante, e la santa e verace Croce del Monte Calvaro, che ne salvi e guardi in mare e in terra;

Dienai’ – e l’Agniol san Michele;

Dienai’ – e l’Agniol san Gabriello;

Dienai’ – e l’Agniol san Raffaello;

Dienai’ – e san Giovanni Batista e ‘l Vangelista;

Dienai’ – e san Piero e san Paolo;

Dienai’ – e l’Appostol san Jacomo;

con quel che segue.

 

La canzone del sangue

Il Cìntraco era in Genova republicana un banditore del popolo; e su l’anima del popolo giurava in parlamento. Soffiando il vento, ammoniva i cittadini perché guardassero il fuoco.

Il Catino ottagonale, creduto di smeraldo – che Guglielmo Embriaco recò a Genova dal conquisto di Cesarea (1101) – è, secondo la tradizione, quel medesimo in cui Giuseppe d’Arimatea raccolse il divin sangue, quel medesimo che sotto il nome ineffabile di Graal fu venerato dalla santa milizia dei Templari. Pareva nei secoli perduto, quando l’espugnatore genovese lo rinvenne tra le prede nella città siriaca.

Guglielmo, soprannominato Caputmallii, aveva il comando della spedizione navale partita dal porto di Genova nell’agosto del 1100. Era egli non soltanto marinaio durissimo ma costruttore eccellente di torri ossidionali e di macchine belliche. Narra Caffaro negli Annali come nell’aprile del 1101, la vigilia della Domenica delle Palme, tornassero i Genovesi a Caifa dopo avere inseguito uno stuolo di quaranta galee d’Egitto, e come da Caifa navigassero a Giaffa accolti festosamente dal re Balduino, e come, dopo aver visitato il Santo Sepolcro, movessero all’espugnazione di Arsuf e quindi di Cesarea con duplice buon successo. Dinanzi a Cesarea trassero il naviglio in secco, istrutti dall’Embrìaco armarono macchine murali, poggiarono alle mura le antenne, diedero la scalata, presero la città, tutta la misero a bottino e spartirono la ricchissima preda, tornarono in patria con la Reliquia e con la gloria.

Già quel medesimo Embrìaco, insieme con un Primo suo consanguineo, mentre Gottifrè di Buglione era all’assedio di Gerusalemme, aveva approdato a Giaffa con un paio di sue galee, queste aveva distrutte per non poter far fronte all’armata saracena d’Ascalona, indi aveva trasportato il legname sotto le sante mura e costrutto con esso formidabili macchine di percossa e di assalto.

Nell’impresa di Siria aveva egli il titolo di Console dell’esercito genovese. S’ebbe Genova la istituzion romana dei Consoli prima d’ogni altra città (1056). Entravano essi in officio il dì di Purificazione.

Dipendeva l’Embrìaco, nella detta impresa, dalla Compagna; la quale era una corporazione giurata di mercatanti e di navigatori, liberamente costituita per proteggere il traffico maritimo contro ogni sorta di pirateria e di violenza. Ogni Genovese atto alla vela o al remo, capace di governare la nave e di difenderla, dai sedici anni ai settanta, si giurava alla Compagna e contraeva l’obbligo dell’obbedienza civile e militare ai capi o consoli. Appunto intorno al 1100 la Compagna divenne un’associazione stabile e serrò l’intera cittadinanza in potentissimo cemento. Per calendimaggio, nel 1189, ricevettero nella Compagna i consoli Pietro re d’Arborea tenuto per cittadino e vassallo del Comune.

Preziosissimo sempre tenne il Comune nel Tesoro di San Lorenzo il Sacro Catino. Ed è singolare, nella storia delle antiche Compere, quell’assegnazione che fu detta la Compera del Cardinale pel recupero del Sacro Catino (Compera Cardinalis pro recuperatione sacrae Parasidis), originata da un contratto che il 16 ottobre 1319 il comunal notaro e cancelliere Enrico de Carpena stipulò fra il Comune e il Cardinal Luca Fieschi abate di Santa Maria in Via Lata. Dava il Cardinale in prestito al Comune novemila e cinquecento genovini d’oro, contro il pegno della sacra scutela. Occorreva il danaro a opere di difesa necessarie. Più tardi, nel 1327, il Comune a riscattare la divina Reliquia assegnava al Fieschi luoghi 95 con un provento per ogni luogo e v’aggiungeva un aggravio sul prezzo del sale venduto nella cerchia.

L’impresa di Filippo Doria su Tripoli è narrata dall’annalista ligure Giorgio Stella, dal fiorentino Matteo Villani e dal tunisino Ibn-Kaldun. Di recente Camillo Manfroni, con la sua solita perspicacia, ha vagliato e riassunto le tre narrazioni. Quella del Villani «come i Genovesi appostarono Tripoli, come la presero, come la venderono» è mirabile di colore e di freschezza.

Nella giornata di Curzola, Lamba Doria – ch’era per ardere sessantasei galèe venete, e Venezia doveva vedere del nautico incendio rosseggiare il suo cielo e i suoi marmi specchianti – afferrò il cadavere del figlio, lo baciò in fronte e dall’alto della poppa lo scagliò nell’Adriatico gridando: «Compagni, il mio figliuolo è morto ma ei vive in cielo. Non ci contristiamo d’una sorte sì bella. Ai prodi è degna tomba il luogo della vittoria».

Trofeo di vittoria fu da lui trasportata a Genova l’urna funebre in cui riposano le sue ossa, sotto una delle finestre di quel bianco e nero San Matteo che fondò Martino Doria in su lo scorcio del XII secolo, tempio gentilizio della schiatta.

Biagio Assereto, notaro, eletto dal volere del popolo capitano d’un’armatella di soccorso contro Alfonso d’Aragona, fu lo stupendo eroe della battaglia navale di Ponza. Nella quale, pur essendo inferiore di forze, mosse le sue poche navi e galèe con sì novo accorgimento che sconfisse l’armata regia; ed egli popolano fece prigioni Alfonso il Magnanimo, i suoi due fratelli infanti d’Aragona, il re di Navarra, il gran mastro di Calatrava, il gran mastro di Alcantara, il principe di Taranto, il duca di Sessa, il conte di Fondi e cento tra principi o signori d’Aragona e di Sicilia (5 agosto 1435).

Nella lettera da lui scritta al Comune dopo la vittoria – trascritta dal Federici sul testo conservato presso Marco Antonio Lomellino e pubblicata dal Belgrano – egli racconta: «Erano le galee dalle coste, refrescando le loro navi de homini e tirando le loro navi addosso onde ghe piaxea, però che era grandissima carina».

 

La canzone del Sacramento

L’argomento di questa canzone è tratto da un carme d’ignoto autore forse pisano, intitolato Carmen in victoria Pisanorum, che narra con un misto di storia e di leggenda l’impresa compiuta sopra il re zirita Temim, detto Timino, da una lega di Pisani, di Genovesi, di Amalfitani e d’altri marinai dello stesso mare: cioè da una vera e propria lega tirrena formata a muovere una guerra religiosa che fu il preludio delle Crociate. Conduceva i Pisani il console Uguccione Visconti, che aveva seco il figliuolo Ugo, bellissimo e arditissimo giovine – omnium pulcherrimus – il quale nella fazione perse la vita. Conducevano i Genovesi un Lamberto e un Gandolfo. Molto era il naviglio e bene armato. I Cristiani espugnarono Pantelleria e mossero a Mehedia – la Màdia del poeta pisano, l’Alamandia delle Istorie, la Dilmazia della Cronaca -; ed era il dì 6 d’agosto del 1088, «lo die di Santo Sisto», il giorno in cui pareva che per fato i Pisani principiassero o terminassero le loro imprese. E «per forza cavonno di mani delli Saracini Affrica e Dilmazia e più terre di Barbaria» come dice il buon Ranieri Sardo.

Era la città di Timino lontana da Tunisi novantaquattro miglia a scirocco, luogo fortissimo per natura, sopra rocce inespugnabili dentro il mare congiunte alla terra da un istmo sottile, con un porto sinuoso. Un’alta muraglia, un fosso, sette torri e un mastio la difendevano. Il re – secondo narra l’Anonimo – nutriva nei serragli gran numero di leoni.

Prima dell’assalto, il Vescovo celebrò l’ufficio divino; arringò dal cassero i combattenti, e diede l’assoluzione sacramentale.

Questo è il momento epico della canzone. Soldati e marinai, rinnovando l’usanza dei Cristiani primitivi nel tempo delle persecuzioni, si distribuirono a vicenda la sua santa Eucaristia.

Et communicant vicissim

Christi Eucharistiam.

Poi strinsero l’assedio, ebbero la città, liberarono gli schiavi cristiani, smantellarono la ròcca, fecero gran bottino, ed imposero a Temim una grossa indennità di guerra e l’esenzione delle imposte per le genti di mare.

A chiarire l’allusione di tal’un verso, giova ricordare che i Pisani da soli assalirono i Saraceni d’Africa nel 1035 e presero la città di Bona. Nel 1063, nel giorno di Santo Agapito, si presentarono dinanzi al porto di Palermo «che era pieno di Saracini», ruppero la catena e s’impadronirono di navi cariche. «E dello tezoro che vi preseno, ordinonno di fare lo Duomo Sanctae Mariae, e lo vescovado.» Non avevano essi ancor fatta la guerra balearica, ma più volte avevan certo predato navi nelle acque di Maiorca e convertito il bottino in pietre da murare. «Avendo trovate due galere vicine all’isola di Maiorica e di Minorica, cariche di mercanzia, ed una nave ricchissima dei Mori di Granata, le presero e le condussero in Pisa…»

San Pietro, venendo d’Antiochia, approdò alla bocca dell’Arno e vi edificò la basilica che oggi si chiama di San Pietro a Grado, detta ad gradus arnenses dai gradi di marmo che scendevano nel mare.

In Salerno, nella Cattedrale di San Matteo riedificata da Roberto Guiscardo, è una porta di bronzo lavorata a Costantinopoli e donata da Landolfo Butromile e dalla sua donna. Ora mancano a tutte le figure di rilievo i vólti e le mani d’argento. Quivi anche è la tomba di Sigilgaita, della maschia sorella di Gisolfo, per cui il Guiscardo ripudiò la sua prima moglie Alberada. Più d’una volta Sigilgaita combatté su le navi a fianco del Normanno contro i Greci.

Gli Amalfitani presero ad introdurre le merci d’Occidente nella Siria e nell’Egitto prima d’ogni altro popolo maritimo. Ottennero dovunque firmani che loro accordavano libertà di traffico e di transito. E dovunque stabilirono fondachi, case di commercio, chiese, ospizii. Guglielmo di Tiro nella sua Historia de Rebus gestis in partibus transmarinis narra come gli Amalfitani edificassero in Terrasanta la prima chiesa sotto il vocabolo di Santa Maria Latina. «E quivi era un ospizio di poveri, e in esso una cappella chiamata Santo Giovanni Elemosinario. E quivi Santo Giovanni fu patriarca d’Alessandria.» La chiesa fu costruita tra gli anni di Nostro Signore 1014 e 1023, per un firmano del soldan d’Egitto. Il qual firmano è oggi custodito nel convento dei Francescani di Gerusalemme. Il luogo era quel medesimo ove, più di due secoli innanzi, Carlomagno aveva fondato il suo ospizio, a un trar di pietra del Tempio del Santo Sepolcro.

Pantaleone Mauro è da molti ritenuto come il primo console della Colonia amalfitana in Costantinopoli. La cattedrale di Amalfi ebbe le sue porte di bronzo dai Mauri come Salerno dal Butromile. Una iscrizione in lettere d’argento sopra una d’esse dice: «Hoc opus fieri jussit pro redemptione animae suae Pantaleo filius Mauri de Pantaleone de Mauro de Maurone Comite».

 

La canzone dei trofei

Tersanaia è vecchio idiotismo pisano per Arsenale, come Arsanà, Tersanà, Tersaia. Dice la Cronaca pisana di Ranieri Sardo: «In del milleduegento anni, fue incominciata la Tersanaia di Pisa, e lo Camposanto fondato per lo arcivescovo Ubaldo, e comprato al Capitolo lo terreno assegnato. Ed è detto Camposanto, perché si recoe della terra del Camposanto d’Oltremare, quando tornonno dal passaggio preditto, e sparsesi in quello luogo». I Pisani, secondo le parole dello Storico, attendevano di continuo alle cose del mare, dove pareva a loro che consistesse ogni riputazione e onore. Perciò fu proposto nel Consiglio che si edificasse un arsenale maggiore; ed essendosi vinto il partito, vi si dette principio. Fu fatta questa fabbrica nella cittadella o fortezza vecchia dei Pisani, lungo le mura della città, volte dalla banda di ponente, con archi sessanta (come scrive Fra Lorenzo Taiuoli pistoiese); e le galere che vi si facevano, si mettevano in acqua sotto gli archi, che si vedono oggidì ancóra in quella cortina di muràglia la qual comincia dal Ponte a Mare e segue fino alla Porta.

Chìnzica e Ponte sono due quartieri di Pisa antica. Gli altri due sono Fuori di Porta e Mezzo. Chìnzica comprendeva i borghi d’Oltrarno rimasti rinchiusi nell’ultimo cerchio della città. Il cronista: «Gli Anziani mandorono bando, in sul vespero, che ogni persona dei quartieri di Chìnzica, populo e cavalieri…».

A una parete del Camposanto, dalla parte d’occidente, sono appese le catene di Portopisano che i Genovesi portarono via nel 1362 quando Perino Grimaldi era a soldo del Comune di Firenze… «Velsono le grosse catene che serravano il porto» narra Matteo Villani, «e quelle, carichi d’esse due carra, mandarono a Firenze…» Le quali furono poi restituite dai fratelli ai fratelli, quando l’Italia risorse nazione libera.

Sono conosciute da tutti le storie del Beato Rinieri, santo patrono dei Pisani, dipinte su le vaste pareti del Camposanto da Andrea di Firenze (1377), da quel medesimo che colori il Cappellone degli Spagnuoli in Santa Maria Novella.

Le galere pisane, condotte dall’arcivescovo Ubaldo dei Lanfranchi, tornarono dall’assedio di Tolemaide cariche della terra cavata sul Monte Calvario. E nel 1203, secondo la tradizione, la preziosa terra fu sparsa nel terreno a fianco della Cattedrale; dove furon sepolti i morti.

Dell’impresa dell’arcivescovo Daiberto, capitano di navi al recupero di Gerusalemme, l’antichissimo Annalista nominato Marangone scrive: «Anno Domini MXCVIII. Populus pisanus, iussu domini papae Urbani II, in navibus CXX ad liberandam Jerusalem de manibus paganorum profectus est. Quorum rector et ductor Daibertus Pisanae urbis archiepiscopus extitit…».

L’Ordine dei Cavalieri di San Stefano fu istituito dal Duca Cosimo de’ Medici. E il primo di febbraio del 1562 una bolla pontificia sanciva l’istituzione, concedendo amplissimi privilegi per coloro che «a lode e gloria di Dio, a difesa della Fede ed alla guardia del Mediterraneo» ne facessero parte. Sede dell’Ordine fu la città di Pisa. Col denaro di Cosimo e con la soprintendenza del Vasari sorsero il Convento, il Palazzo del Consiglio e la Chiesa conventuale dedicata a San Stefano, oggi adorna delle bandiere e delle fiamme conquistate su i Barbareschi.

In Salerno, nella Cattedrale di San Matteo, la cappella a destra dell’altar maggiore fu fondata da Giovanni di Procida. La cupola è di musaico e l’altare è di legno e di avorio. Nel musaico il donatore è in ginocchio dinanzi all’Apostolo, e l’iscrizione dice:

Hoc studiis magnis fecit pia cura lohannis,

De Procida, dici meruit quae gemma Salerni.

Nella stessa cappella sorge il mausoleo del grande Ildebrando, di papa Gregorio VII, dopo la cacciata accolto in Salerno da Roberto Guiscardo.

Gaeta possiede, nella Cattedrale di Sant’Erasmo, il vessillo inviato da Pio V a Don Giovanni d’Austria e issato su la galèa reale nel giorno di Lepanto. Era il vessillo della Santa Lega. Il pontefice inviandolo raccomandò che non fosse spiegato se non nell’ora della battaglia. Secondo un passo delle memorie di Onorato Gaetani, Don Giovanni dopo la vittoria passando per Gaeta depose il vessillo nel Vescovado in onore del suo patrono Sant’Erasmo, assolvendo un vóto fatto nel pericolo. Il vessillo fu posto in una custodia e divenne il più prezioso ornamento dell’altar maggiore. Anche una vecchia cronaca della Casa Gattola di Gaeta racconta come Giovanni, figliuol di Carlo re di Spagna, approdasse a Gaeta con grande pompa ricevuto in porto dal vescovo Pietro e com’egli offerisse a Sant’Erasmo protettore e martire il vessillo ch’egli aveva issato a poppa della Reale il 7 di ottobre 1571. La sera stessa, il vincitore navigava alla volta della Sardegna.

Don Giovanni nella battaglia aveva sul ponte quattrocento soldati del terzo di Sardegna; che fecero miracoli contro i trecento giannizzeri e i cento arcieri di Alì, quando le galere dei due capitani s’investirono. Il bassà, dal principio alla fine della fazione, non cessò dallo scoccare i suoi dardi. Ma le corde degli archi riscaldate si distendevano indebolendo i colpi, mentre gli infaticabili archibusieri cristiani avevano il vantaggio.

Il Capo di Teulada è la punta più meridionale della Sardegna, la più vicina all’Africa. Anche la recondita Teulada ha il suo eroe nel cannoniere Michele Meloni di Francesco, ferito nella giornata del 23 ottobre a Homs. Questo Sardo era tra quei quaranta marinai, comandati da Corrado Corradini veronese, che occuparono coi loro pezzi da sbarco l’altura del Margheb ingombra di rovine romane. Come puntava egli il suo cannone per l’ottantacinquesimo colpo, una palla araba passando per la clavicola gli traversò l’apice del polmone e gli restò sotto pelle fra le due scapole. Prima di piegarsi, lanciò contro il nemico nell’ingiuria uno sputo di sangue. Accorrendo i suoi uomini, li supplicò di attendere non a lui ma al pezzo già puntato. Insistendo gli uomini, l’ira gli dette la forza di sollevarsi. Egli vomitava sangue dal polmone, e il braccio sinistro fiaccato gli penzolava su l’anca. Nessuno osò trattenerlo né sorreggerlo. Solo egli si trascinò sino al suo cannone, col braccio valido aggiustò la mira e sparò. Si resse ancóra in piedi qualche attimo per riconoscere l’effetto del colpo, senza più colore di vita, con la bocca piena di vomito. Poi cadde a terra, di schianto.

Due altri Sardi, Salvatore Marceddu della nave Amalfi e Nicolò Grosso della Vittorio Emanuele, il primo nativo di Cagliari e il secondo di Carloforte, battellieri e pescatori, furono uccisi su la spiaggia della Giuliana. E avevano entrambi ventitré anni.

Carloforte è una città fortificata dell’isola di San Pietro, edificata in pendio su i contrafforti della Guardia dei Mori. L’isola, ricca di falchi, rimase per secoli deserta, dopo le feroci devastazioni dei Saraceni e dei Barbareschi. Era il desolato dominio d’un patrizio, duca di San Pietro; il quale pensò di trasportarvi i Genovesi dell’isola coloniale di Tabarca, che i Turchi di Tunisi molestavano senza tregua. Il genovese Agostino Tagliafico sbarcò nell’isola con i suoi popolani nel 1736 e costruì su l’altura la fortezza di Carloforte, che fu guardata da una piccola guarnigione.

La colonia per alcuni anni prosperò, industriandosi in saline, in tonnare, in pesche di coralli, in culture agrarie. Ma la mattina del 2 settembre 1798 gli abitanti, mentre dormivano ancóra senza sospetto nelle loro case, furono sorpresi da uno sbarco di predatori tunisini che misero tutta la terra a sacco crudelissimamente e spinsero alla spiaggia come mandria e condussero in schiavitù un migliaio d’infelici; ché i più animosi erano in alto mare occupati alla pesca. Dopo cinque anni di duro servaggio, per intercessione e per danaro di Pio VIII e di Vittorio Emanuele, furono riscattati. E Carloforte allora fu munita di mura, fuorché dalla parte della spiaggia dove fu piantata una batteria a fior d’acqua.

L’Arco di Settimio Severo, nel Fòro Romano, tra il Carcere Mamertino e i Rostri, tra il Lapis Niger e l’Ombelico dell’Urbe, fu eretto all’Imperatore nell’anno 203 dopo Cristo; e commemora anche tal’una delle sue vittorie su gli Arabi. Il primo restauratore della nostra marina, Simone di Saint-Bon, ha in Campo Verano la sua tomba; che oggi la riconoscenza nazionale dovrebbe ricoprire di corone. A San Giorgio di Lissa, comandando la Formidabile, penetrò nel porto angusto, s’imbozzò a breve gittata dalla più potente difesa, innanzi alla batteria della Madonna, e vi si mantenne imperterrito, con prodigi di valore, destando l’ammirazione degli stessi nemici.

Gli mentirono i Fati, d’innanzi a Lissa tonante.

Quando su la sua nave già rotta dagli obici e tutta

vermiglia di sangue, sul ponte ingombro di corpi

mùtili Egli stette impavido incolume solo

nel tragico ardore, non parve compirsi il prodigio

per un patto fatale ed Egli omai sacro alla guerra

futura, a una strage più vasta, a una gloria più vasta?

Odi navali (1892)

 

La canzone della Diana

La Porta di San Lorenzo, in vicinanza della Basilica e del Campo Verano, è nel luogo dell’antica Porta Tiburtina. L’arco di travertino fu costruito, come dichiarano le iscrizioni, da Augusto e restaurato da Tito e da Caracalla per sopportare gli acquedotti delle acque Giulia Tepula e Marcia.

Il soldato Pietro Ari nacque in Cuglieri, in terra arborense, in quello stesso circondario di Oristano ove nel cratere del vulcano estinto sta Santu Lussurgiu, l’ardua città posta «fra il Logudoro e l’Arborea, tra i sepolcreti giganteschi delle più antiche stirpi, tutta chiusa in una chiostra di basalto e aperta soltanto a ostro-libeccio, al soffio dell’Africa», là dove Corrado Brando trovò Rudu, homine de abbastu, e l’ebbe compagno intrepido «per seguire la vocazione d’oltremare».

Il vituperato eroe aveva «una parola romana da rendere italica: Teneo te, Africa». Egli diceva, nel suo sogno di morituro: «Io potrei forse divenire un costruttore di città su terre di conquista, ritrovare quell’architettura coloniale che i Romani piantarono nell’Africa degli Scipioni. Guarda le Terme di Cherchell, il fòro di Thimgad, il pretorio di Lambesi. Intorno a un campo trincerato per contenere i nòmadi, ecco sorgere di sùbito una città marziale, alzata dalle coorti dei veterani!» Può essere che, per assistere alla sognata rinnovazione, domani egli risorga dal suo rogo meraviglioso. «Chi narrerà al mio figlio che, nella mia morte notturna, ho tenuto sul mio petto il mio Sole simile a una mola rovente? Via, cani, alla catena! La mia cenere è semenza.»

 

La canzone d’Elena di Francia

Chiamano Guardie i piloti le sette stelle dell’Orsa minore, i sette trioni degli antichi; perché esse scorgono e dirigono il loro cammino nella notte.

Tragiche favole si formarono intorno alle Pleiadi. Sono esse la costellazione nautica per eccellenza; poiché gli antichi non ardivano dar principio alla navigazione prima del nascer eliaco delle Pleiadi nel mattino insieme col sole. Al lor tramonto incominciava il tempo delle tempeste, e il nocchiero schivava il mare. Sei delle Pleiadi sono visibili, la settima, Merope, quella che protegge questo libro, è oscura; e la favola narra ch’ella si nasconda per essersi congiunta, sola fra le sorelle, con un eroe mortale.

San Luigi re di Francia fece su navi genovesi il primo e il secondo passaggio d’oltremare. Quando a Damiata, dopo la disfatta dell’esercito, essendo prigioniero il Re, Margherita di Provenza si sgravò del figliuolo Gianni a cui fu in segno di cordoglio aggiunto il nome di Tristano, vennero nella stanza della regina alcuni cavalieri a dirle che le genti di Genova e di Pisa erano in punto di abbandonare il campo. Allora la puerpera animosa convocò nella sua stanza i Genovesi e i Pisani che vennero e stettero accalcati intorno al suo letto. Ella li supplicò di non partire. «Signour, pour Dieu merci, ne laissiés pas ceste ville…» La scena è ingenuamente colorita nella prosa del sire di Joinville, del Siniscalco. «Come faremo noi, Dama?» risposero gli Italiani. «Ché in questa città noi moriamo di fame. Dame, comment ferons-nous ce? Que nous mourons de fain en ceste ville.» La regina promise di comperare tutta la vettovaglia. «Car je ferai acheter toutes les viandes en ceste ville…» Genovesi e Pisani fecero consiglio, e restarono.

Nell’avanzata verso Mansura, l’esercito era stremato dalle malattie e dalle ferite. Ogni giorno s’accresceva il numero degli infermi. Le esalazioni pestilenziali del limo ingrassato dai cadaveri generavano orribili morbi. La carne delle gambe si disseccava tutta, e la pelle si maculava di nero e di color terreo come una vecchia uosa; e le gengive si gonfiavano e marcivano. «La chars de nos jambes devenoit tavelés de noir et de terre, aussi comme une vieille heuse: et à nous qui aviens tel maladie, venoit chars pourrie es gencives…» Il Siniscalco narra come l’orribile male tanto peggiorasse che bisognava i barbieri tagliassero in bocca ai malati la carne morta perché potessero inghiottire il cibo. Ed era gran pietà udire gli urli degli straziati; che urlavano come le donne partorienti. «Grans pitiés estoit d’oir braire les gens parmi l’ost ausquiex l’on copoit la char morte; car il bréoient comme femmes qui traveillent d’enfant.»

I morti rimanevano insepolti, perché ognuno temeva di toccarli e di sotterrarli. Invano il Re dava l’esempio e li portava e li seppelliva con le sue proprie mani. Il Confessore della regina Margherita racconta come, seppellendo il Re i morti, i Vescovi nell’officiare si turassero il naso pel gran fetore: ma non fu mai visto il Re imitarli.

«Ils estoupoient leur nez pour la puour; mais oncques ne fu veu an bon roy Loys estouper le sien, tant le foisoit fermement et dévotement.»

Mentre Roberto d’Artese, il fratello del Re, entrava in Mansura solo, lasciandosi indietro i Templari, e vi restava ucciso, San Luigi veniva alla riscossa con tutta la sua schiera al suono delle trombe e delle nacchere. Dice il Siniscalco che mai videsi più bel cavaliere, avanzante di tutta la spalla le genti sue, con un elmo d’oro in testa, con in pugno una spada alemanna. «Oncques si bel homme armé ne vis, car il paroissoit dessus toute sa gent des épaules en haut, un haume d’or à son chef une épée d’Allemagne en sa main.» Quando il conte d’Angiò su la via del Cairo fu assalito da due stuoli di Saraceni e oppresso dal getto dei fuochi lavorati, il Re lo salvò scagliandosi a cavallo contro gli assalitori. La criniera della sua bestia fiammeggiava, coperta di fuoco greco, nel vento della corsa.

Il Confessore racconta con quale ardore il Re desiderasse la grazia delle lagrime e come si lamentasse d’esserne privo e come non osasse nella litania implorare fontana di lacrime ma sol qualche gocciola ad irrorare l’aridità del suo cuore. «Li sainz roi disoit dévotement: O sire Dieux, je n’ose requerre fontaine de lermes: ançois me souffisissent petites goutes à arouser la secherèce de mon cuer… Lesqueles, quand il le sentoit courre par sa face, souef et entrer dans sa bouche, eles li sembloient si savoureuses et très-douces, non pas seulement au cuer, mès à la bouche.»

Durante l’agonia, dopo il secondo infelicissimo passaggio, in prossimità di Cartagine, il Re volle esser tratto dal letto e disteso su la cenere. Il suo giovine figliuolo amatissimo, Gian Tristano, era già morto sul vascello.

Carlo d’Angiò venne allora di Sicilia «con grande navil’io e con molta gente e rinfrescamento» come narra Giovanni Villani; patteggiò col soldato di Tunisi; e ripartì con le relique del fratello e del nipote. Giunto il convoglio a Trapani l’Invitta (Drepanum civitas invictissima, come fu scritto intorno al sigillo minicipale) Tibaldo di Sciampagna re di Navarra, già infermo, si spense. Con le tre bare il corteo si mise in viaggio verso Palermo, per la via di terra. Quivi fece una sosta di due settimane. Il corpo di San Luigi fu collocato nella basilica palatina di Monreale, ove operò i primi miracoli. Il cuore fu anzi lasciato nel tempio dei re normanni. Poi il re di Sicilia, il re novello di Francia Filippo l’Ardito con sua moglie Isabella d’Aragona e i superstiti della tristissima impresa continuarono il viaggio sino a Messina, passarono lo stretto e s’internarono nella Calabria. Era di gennaio. Nevicava per le gole dei monti. Non lungi da Martirano, il corteo lugubre giunse al guado di un torrente tributario del Savuto. La giovane regina, benché incinta di sei mesi, spinse arditamente il cavallo tra i sassi sdrucciolevoli («Praesunta quadam virili audacia pereundi» dice Saba Malaspina); ma la bestia inciampicò e cadde trascinando Isabella nell’acqua ghiaccia. Fu sollevata, posta in lettiga, soccorsa; ma lo schianto era mortale. «Offensa lethaliter et in ipso casu confracta, laesus fuit uterus…» Giunta a Cosenza, ella si sgravò di un bambino morto e rese l’anima. Saba Malaspina racconta come il cadavere fosse bollito, more maiorum, e come le carni fossero sepolte in gran pompa nel duomo di Cosenza e lo scheletro fosse portato in Francia a San Dionigi, con le tre altre spoglie reali. Un nobile mausoleo fu eretto nella cattedrale cosentina «perpulcra, digna memoria, materiae ac artis concertatione glorifica» presso l’altare dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, sul luogo della sepoltura. Rimesso in luce per recenti restauri, fu rivelato dall’acume di Nicola Arnone e illustrato da uno studio eccellente di Emilio Bertaux.

Il Nasuto è chiamato da Dante Carlo d’Angiò nel canto settimo del Purgatorio.

Anche al Nasuto vanno mie parole…

E, poco innanzi:

Quel che par sì membruto e che s’accorda,

cantando, con colui dal maschio naso…

E Giovanni Villani: «Grande di persona e nerboruto, di colore ulivigno, e con grande naso…».

Il Lambello è il nostro Rastrello. Dice Vincenzio Borghini: «Alla comune arma della casa di Fois aggiunse un rastrello, o, come essi dicono, lambello d’argento». E, a proposito di Carlo, il Villani: «La sua arme era di Francia, cioè il campo azzurro e fiordaliso d’oro, e di sopra uno rastrello vermiglio: tanto si divisava da quella del re di Francia».

L’allusione al cordiglio francescano tenuto da San Luigi è giustificata dalla pittura di Giotto nella Cappella dei Bardi in Santa Croce; la quale è certo inspirata dalla leggenda francescana che fa del Re di Francia un terziario dell’Ordine. Il capitolo XXXIII dei Fioretti racconta Come sancto Lodovico andò a visitare frate Egidio e mai non s’erano veduti. Et sança parlare si cognobbono insieme. Il San Luigi giottesco tiene in una mano lo scettro e nell’altra il cordiglio dei Terziarii; e il suo manto azzurro, col collare di vaio, è cosparso di fiordalisi.

Facile è riconoscere il luogo del verso di Dante:

Così è germinato questo fiore.

L’altro verso e l’emistichio son derivati dal decimo settimo canto del Purgatorio, non perché vi sia rispondenza tra quel passo e il momento lirico della Canzone ma perché sembra che ogni alto e appropriato segno possa esser tratto per noi dalla Comedia a libro aperto come i responsi dai libri sibillini.

 

La canzone dei Dardanelli

Questa Canzone fu composta quando gli informatori descrivevano la ragunata delle navi nel porto di Taranto. «Sin da ieri è un continuo passaggio di torpediniere nel Canale navigabile. Hanno tutte all’albero maestro la fiamma di guerra. Il Mar Piccolo sembra un immenso lago dove galleggiano in gran numero navi di battaglia, torpediniere e cacciatorpediniere. Ve ne sono ormeggiate lungo tutte le banchine, e nell’arsenale e nello specchio d’acqua del primo bacino, ch’è nel Mar Piccolo il più vasto, riparo sicurissimo ed inespugnabile, unico in tutto il mondo (17 novembre).» Questa notizia era immediatamente seguita da quest’altra, in vistosi caratteri: «La flotta non è ai Dardanelli».

L’episodio della battaglia sostenuta dai quattro legni cristiani contro l’intera armata di Maometto II, sotto le mura di Costantinopoli, è narrato nelle Croniche di Giorgio Dolfino e di Niccolò Barbaro che ne fu testimonio, e nella Cronica di Costantinopoli del greco Giorgio Phranzes, il quale anche assistette alla fazione. I quattro legni, venendo dal Mar di Marinara, portavano viveri e munizioni all’imperatore assediato. Pei contrarii v’ènti, avevan cappeggiato a lungo nei paraggi di Chio; cosicché, favoriti alfine dall’Ostro, entravano nell’Ellesponto e s’appressavano al Bosforo quando già tutta la città era stretta. Come l’armata turca li avvistò, il sultano diede ordine all’ammiraglio di assalirli con tutte le forze e di catturarli o di colarli a picco. Suleyman bey salpò con circa duecento vascelli (a centoquarantacinque li riduce uno dei cronisti); innanzi l’ora di nona incontrò i quattro legni sotto le mura, propriamente fra le Sette-Torri e i giardini di Blanca. In quel punto il vento cadde, cosicché i Cristiani perdettero il vantaggio. Tuttavia si prepararono a combattere. Combattimento ineguale e portentoso, d’un naviglio sottilissimo contro il grosso dell’armata ottomana. Allo spettacolo accorse su le mura, dalla parte della Propontide, la moltitudine degli assediati, e lo stesso Costantino. Su la riva, fuor della cerchia, presso il promontorio di Zeitun, a breve distanza dalle Sette-Torri, accorsero i Turchi, e lo stesso sultano a cavallo per godere della prima vittoria. Il cielo era sereno su tutto il Bosforo. Prima parlarono i mortai e le bombarde; poi un de’ legni cristiani e la galeazza di Suleyman vennero all’arrembaggio per prua e rimasero conficcati per prua l’uno nell’altra. Intorno s’accalcarono le navi turche. E le tre genovesi nell’investimento persero l’uso dei remi. Allora i ponti accostati furono il campo d’una mischia feroce. Con le pietre pugnerecce e coi fuochi lavorati i nostri opposero una così fiera difesa che, dopo tre ore di combattimento, le sorti parvero volgere in lor favore. Gran numero di navi turche ardeva già; cresceva la strage. I nostri, eccitati dai cl’amori che ventavano dalle mura, parevano moltiplicarsi mentre su l’armata nemica già soffiava il panico.

Allora Maometto, furibondo, imprecando alla viltà de’ suoi come per minacciarli e ricacciarli avanti, si lanciò a cavallo nel mare e spinse la bestia sul bassofondo, con l’acqua sino al pettorale. Atterriti tornarono all’assalto coloro che l’atroce conquistatore soleva, nei momenti disperati, spingere con le spranghe di ferro e coi nerbi di bue; ma non poterono superare la resistenza dei Cristiani. Furono costretti a ritrarsi. Le navi superstiti ripresero l’ancoraggio di Bessikhtach.

Verso sera, Gabriele Trevisano e Zaccaria Grioni con due galèe rimorchiarono in trionfo i quattro legni, tra squilli di trombe e canti di vittoria; poi richiusero il porto con la catena.

Dopo la terza delle Cinque Giornate, quando cominciava a determinarsi la disfatta degli occupatori, i soldati del Radetzky si abbandonarono ad atrocità che non cedono nel paragone a quelle arabe e turche di Rebab. Dalla strage di Casa Fortis ai lattanti infissi su le baionette, giova non enumerarle. La terzina della mano mozza allude a quella mano feminile, carica d’anelli, che fu rinvenuta nella tasca d’un Croato ucciso.

Costantino Paleologo, il fratello di Giovanni, avendo accettata la corona di Bisanzio, vera corona di spine, condusse con molta intrepidezza la difesa contro il secondo Maometto che l’assaliva con uno sterminato esercito. I difensori non sorpassavano il numero di settemila. Un Giustiniani, un Cattaneo, un Minoto, un Contarini, un Mocenigo, un Corner, altri nobili veneziani e genovesi, erano alla guardia delle torri e delle porte. Quando tutto fu perduto e l’esercito del sultano implacabile irruppe nella città per dare il sacco di tre giorni promessogli, Costantino spronò il cavallo, nei pressi della Porta Càrsia, contro il folto dei nemici, volendo morire con l’Impero. «Il sangue gli colava dai piedi e dalle mani» dice Giorgio Phranres. Secondo Michele Ducas, lo storico dell’Impero d’Oriente, l’imperatore gridò: «Non un cristiano v’ha, che prenda il mio capo?» Secondo Michele Critopulo, gridò: «La città è presa, e io vivo ancóra!». In quel punto un Turco gli tagliò la faccia. Come Costantino rispondeva al colpo, un altro gli trapassò le reni. Cadde nel mucchio, non conosciuto. Più tardi, avendo Maometto ordinato di ricercarlo, riconobbero i cercatori il cadavere ai calzati di porpora che recavano trapunte in oro le aquile imperiali.

I sovrani e i principi della Chiesa in Occidente, dopo che con sì trista incuranza avevan lasciato abbattere l’ultimo segno dell’Impero bisantino, alla notizia della vittoria turca rimasero atterriti; e temettero che i giannizzeri non venissero a distruggere le imagini di Cristo nelle cappelle unghere ed alemanne e che le basiliche romane non fossero mutate in moschee come quella Santa Sofia dove Maometto aveva fatto pel primo il suo namaz su l’altar maggiore!

Il marinaio barese Vito de Tullio fu ferito a Tripoli nella battaglia del 26 ottobre. Era disceso dalla nave Sicilia con la compagnia di sbarco. Quando giunse la notizia, tutto il popolo della città vecchia passò in pellegrinaggio per la casa della madre; che si chiama Serafina Daddario. Ferito a Bengasi fu il marinaio Luigi Carmineo, tra i primi a sbarcare sotto il fuoco, in una barca gettata dalla nave Amalfi.

Nella parte occidentale della città vecchia, nella Piazza Mercantile, sta su quattro gradini il Leone veneziano, con incise nel collare le parole «Custos iustitiae».

Dopo la spartizione di Costantinopoli, Venezia per assicurarsi il possesso delle Cicladi concesse che cittadini armatori di galèe ne tentassero l’acquisto a lor rischio e pericolo. Fu allora composta per accordo una compagnia di patrizii, la quale armò una squadra di corsa e la diede in comando a Marco Sanuto. Il Sanuto non soltanto s’impadronì delle Cicladi, ma anche delle Sporadi e delle isole sparse lungo la costa dell’Asia Minore. Egli fu investito della signoria feudale di Nasso e d’Amorgo; poi, per decreto dell’Imperatore latino di Costantinopoli, ebbe il titolo di duca dell’Egeo, con autorità su tutte le isole distribuite in feudo ai suoi compagni d’armi, insuperabili marinai.

Martino Zaccaria, figlio di Niccolò, per la sua prodezza e per i suoi ardimenti si guadagnò il favore di Filippo di Taranto, imperator titolare di Costantinopoli e principe d’Acaia, a tal punto che costui lo nominò con diploma in data del 26 maggio 1315 re e despoto dell’Asia Minore e gli diede inoltre Marmara, le Enusse, Tenedo, Lesbo, Chio, Samo, Icaria e Coo, con tutti i diritti regali e con tutte le insegne della regalità. In compenso, Martino s’assumeva il carico d’aiutarlo, con cinquecento uomini, a riconquistare il trono di Costantinopoli.

Questo Zaccaria con imperterrito zelo proseguì l’alleanza disegnata contro i Turchi da Marin Sanudo nel 1329. Le sue spedizioni contro gli infedeli furon quasi sempre vittoriose. Sembra che, durante i quindici anni di suo governo in Chio, egli ne uccidesse più di diecimila.

Come re dell’Asia Minore, aveva diritto di battere moneta. Esistono ancóra monete d’argento del suo conio, con l’imagine di Santo Isidoro patrono di Chio. Dopo avventure ammirabili, liete e tristi, nel 1343 si congiunse ai Crociati che facevano oste contro Omar principe d’Aidin per impadronirsi delle Smirne; e cadde nella sanguinosissima battaglia del 15 gennaio 1345.

Egli può esser considerato come un vero eroe nazionale ligure, stupendo rampollo di quella cavalleria greco-franca che aveva già sfolgorato di gloria sul Mediterraneo. Converrebbe rinnovellare le lodi che gli inalza Uberto Foglietta nei suoi Elogia clarorum Ligurum. Erano nel XIII secolo gli Zaccaria di Castro tra le più opulenti e possenti famiglie di Genova. Traevano essi gran parte della lor ricchezza dalle miniere di allume esercitate nel territorio di Focea.

Quando il capitano popolano Simon Vignoso, partitosi di Genova col naviglio nella primavera del 1346, ebbe riconquistata Scio, il Comune dovette ben tenere il patto di rifondere agli armatori e conduttori della guerra tutte le spese rilasciando alcuna parte di certe rendite dello Stato. Ma, essendo assai smunto l’erario, il Governo stipulò con i capi della spedizione, il 26 febbraio 1347, un accordo che lor conferiva per anni ventinove il dominio utile e l’amministrazione di Scio e di Focea Vecchia e Nuova, riserbando alla Republica la ragion della spada e del sangue ed il mero e misto imperio (merum et mixtum imperium). Ogni padron di nave per tale accordo aveva facoltà di partecipare al guadagno prodotto dal commercio del mastice e dell’allume e dalle gabelle nei paesi conquistati. Così fu tra i conquistatori di Scio costituita la società chiamata Maona, la cui storia gloriosissima è da ricordareagli Italiani tutta quanta, dalla romana severità di Simon Vignoso ai diciotto giovini martiri Giustiniani.

Il nome di Giustiniani presero poi i Maonesi, come per congiungersi in una vasta famiglia e dinastia, rinunciando ciascuno al nome suo proprio. E la Maona fu detta allora dei Giustiniani di Scio. I primi dodici socii della corporazione, che fecero la rinunzia e assunsero il nuovo nome, furono: Nicolò Caneto, Giovanni Campi, Nicolò di San Teodoro, Gabriele Adorno, Paolo Banca, Tommaso Longo, Andriolo Campi, Raffaello di Fornetto, Luchino Negro, Pietro Oliverio e Francesco Garibaldo.

Il commercio più importante e più remunerativo per la Maona era quel del mastice, prodotto nei quattro distretti meridionali di Chio e raccolto da speciali agenti «officiales super recollectionem masticis».

I dinasti di Scio furono anch’essi tocchi dall’Umanesimo. Ornatissimo fra gli altri fu quell’Andriolo Banca che, in grazia al suo sapere, divenne amico di Eugenio IV. Cantò in versi italiani la guerra del 1431 contro Venezia. Le lettere di Ciriaco d’Ancona a lui dirette hanno molti curiosi particolari su le rovine del Tempio d’Apollo in Cardamyla e sul monumento d’Omero; presso il quale Andriolo aveva costrutto all’ombra dei pini e al murmure d’un fonte una casa «omerica», procul negotiis.

Nella evocazione del sublime marinaio greco Costantino Canaris, si allude alla impresa da lui compiuta contro il naviglio di Kara Alì ancorato in Cesmè, la notte del 18 giugno 1822. Egli aveva per compagno Pepinos nativo di quell’ammirabile Hydra «sì nuda che in qualche luogo manca la terra per seppellire i morti», di quell’Hydra che fu diletta ad Andrea Miaulis, all’audacissimo navarca sepolto nel Pireo presso la tomba di Temistocle.

I giovani palermitani dovrebbero in giorno di vittoria sospendere una corona votiva al monumento del Canaris nella loro Villa Giulia.

Lazaro Mocenigo, se bene inimitabile anche nel peccare, meriterebbe d’esser canonizzato e proposto al culto di tutti i marinai italiani. Forse neppure il Miaulis può essergli paragonato in audacia. Se l’arte lunga e la vita breve concedessero all’autore di questa Canzone il poter compiere tutto quel che disegna, egli vorrebbe scrivere la biografia di tanto eroe per metterla nelle mani d’ogni guardiamarina della razza di Mario Bianco. Su la stupenda battaglia dei Dardanelli convien rileggere le pagine del cronista testimonio riferite da Gerolamo Brusoni nella sua Istoria dell’ultima guerra fra i Veneziani e i Turchi. Implacabile e infaticabile il vittorioso «volle la sera stessa fare l’ultima prova; e così, seguitato da quattro o cinque altre delle sue galere più rinforzate, intraprese di nuovo come la mattina la caccia delle nemiche; dovendo intanto gli altri due generali col resto delle galere scostarsi col favor della notte a danneggiare quelle che erano fermate in terra, e se non fosse loro riuscito di tirarle fuori, incendiarle almeno. E però stavano già formando d’una tartana un brulotto per condurvelo sopra. Ma dopo un difficoltoso proveggio, arrivato il Mocenigo sotto le batterie de’ Barbieri, che non meno furiose della mattina offendevano gravemente le sue galere (avendo ammazzato sopra la Reale quindici o sedici uomini, ed altri sopra la Provveditora, atterrato l’antenna sopra alla Capitana di Golfo, e rotto il timone e parte della ruota alla Commissaria) quando già stava per abbordare i legni fuggitivi, fu da una palla fatale colpito in Santa Barbara: onde preso fuoco la munizione fece subito volare in aria la sua galera, non essendo restato intiero che l’arsile con la poppa dove stando egli a Vigilare il comando non si abbrucciò: ma cadendogli su la testa l’asta dello stendardo del calcese, lo fece cadere subito morto».

Il Mocenigo aveva perduto un occhio, il destro, alla battaglia del 26 di giugno 1656 nelle acque di Scio, ove Lorenzo Marcello perse la vita. Venti navi del bassà Kenaan caddero in mano dei Veneziani, preda fra le più insigni del mare.

La prima edizione delle Canzoni della Gesta d’Oltremare fu sequestrata il 24 gennaio 1912, a motivo di alcune terzine della Canzone dei Dardanelli, che, a detta dell’Autorità politica, suonavano «ingiuriose verso una potenza alleata e verso il suo Sovrano».

Nella seconda edizione, che fu la prima per il pubblico, le suddette terzine furono soppresse, e surrogate da puntini con la seguente postilla: «Questa Canzone della Patria delusa fu mutilata da mano poliziesca, per ordine del cavaliere Giovanni Giolitti capo del Governo d’Italia, il dì 24 gennaio 1912. G. d’A.».

La terza edizione uscita nel luglio 1915, e questa definitiva, cambiati i tempi e gli uomini, sono integrali; comprendono cioè anche le terzine che furono allora soppresse.

 

La canzone di Umberto Cagni

I tre compagni di Umberto Cagni nella spedizione polare partita con le slitte dalla baia di Teplitz la domenica 11 marzo 1900, rimasti con lui dopo il rinvio degli altri due gruppi, furono Giuseppe Petigax, Alessio Fenoillet, entrambi di Courmayeur, e il marinaio ligure Simone Canepa di Varazze.

Espeditissimo fu il Cagni. Superò ogni altra conosciuta celerità sul ghiaccio dell’Oceano artico. Percorse seicento sette miglia in novanta cinque giorni. Fritjof Nansen faceva nel periodo migliore cinque miglia al giorno. Il nostro ne fece dieci. Il pensiero della celerità lo assillava di continuo. «La mancanza di luce prima, il freddo intenso poi, mi hanno impedito di oltrepassare e talvolta di raggiungere le otto ore di marcia. Vedo che i miei uomini in queste marce e nel lavoro d’accampamento, con tenacia di volontà ammirevole, dànno quanto possono dare nella massima misura. Ritengo che in queste condizioni sarebbe imprudente richiedere uno sforzo maggiore da essi. Ed ora il vento che soffia violento e la neve che ci involge ergeranno nuovi ostacoli at nostro cammino. Eppure ad ogni costo bisogna che questo sia più rapido! (domenica 18 marzo).»

Il 25 marzo, costretto a far senza guanti il lavoro improbo del riattare le slitte, vide formarsi una vescica «all’estremità dell’indice della mano destra, già congelatasi due altre volte».

«L’indice della mano destra mi tormenta continuamente da alcuni giorni, ma non lo scopro mai per timore d’infettarlo, e poiché a nulla ciò servirebbe, non avendo né tempo né modo di curarlo. Lo guarderò il giorno del ritorno (mercoledì 11 aprile).»

Il lunedì 23 aprile egli doveva superare il termine raggiunto dallo Scandinavo. «Il ghiaccio cigolava da tutte le parti e si incavalcava, e rumoreggiando ergeva dighe: canali serpeggianti si aprivano e ove altri si richiudevano nuove dighe s’inalzavano. Mai avevo veduto il ghiaccio così vivo, così palpitante, così minaccioso. I cani intimoriti guaivano e si arrestavano; noi li spingevamo con la voce e affannosamente aiutavamo or una slitta, or l’altra.»

«Nei brevi riposi ci guardavamo sorridendo, ma nessuno parlava; forse ci pareva che la nostra voce dovesse rompere l’incantesimo che ci conduceva alla vittoria…»

Il dolore del dito lo tormentava sempre. Bisogna leggere nel Diario con quale atroce pazienza egli stesso operò il taglio della parte annerita. Per recidere l’ossicino sporgente, dolorosissimo, con un paio di forbici comuni, impiegò quasi due ore. «Canepa ad un certo momento non ha più resistito ed è scappato fuori della tenda nonostante il vento e la neve.»

Rinunziava a lavare la piaga col sublimato «per risparmiare tempo e petrolio». Come più crescevano gli stenti e gli impedimenti, più gli cresceva l’energia. «Mi sembra di avere una nuova grande energia fisica, conseguenza forse di quella morale potentemente eccitata dal pericolo, dalla lotta per la nostra conservazione e da un desiderio infinito che supera forse quello della vita: dal desiderio che tutte le nostre fatiche ed i nostri sacrificii non vadano perduti, che l’Italia sappia che i suoi figli dalla lotta secolare, nuova per essi, escono con onore…»

Con ancor più veloce energia la spada di Bu-Meliana fu stretta, sul limite del Deserto libico, dal pugno cui mancava la falange congelata nel Deserto artico.

 

La canzone di Mario Bianco

Le due prime terzine alludono alla giovanissima figlia di Bartolomeo Colleoni, a quella vergine Medea sepolta nella stupenda Cappella costrutta in Bergamo dall’arte di Giovan Antonio Amadeo, dell’architetto scultore che lavorò al fronte della Certosa di Pavia e all’interno del Duomo di Milano. Vedi nelle Città del Silenzio i tre sonetti su Bergamo.

Francesco Nullo (1826-1863) bergamasco condusse nelle Cinque Giornate la sua colonna di prodi, con prodezza senza pari. Fu, poco dopo, nel Trentino alfiere potentissimo. Militò alla difesa di Roma nella legione dei lancieri. Fu in Bergamo alcun tempo prigioniero del Governo austriaco. Dal 1859 al 1862 seguitò il generale Garibaldi, dando continue prove di valore sublime. Nel 1863, con sedici bergamaschi ed altri pochi giovani d’altre province, partì per soccorrere la Polonia insorta. Il cinque maggio, nella giornata di Krzykawka, rimase ucciso sul campo da una palla che gli forò il petto generoso.

Così egli è rappresentato a Palermo, nella Canzone di Garibaldi:

«Il maschio

Nullo a cavallo oltre la barricata

con la sua rossa torma, ferino e umano

eroe, gran torso inserto nella vasta

groppa, centàurea possa, erto su la vampa

come in un vol di criniere…».

Paràlia era detta la trireme sacra che, ornata di ghirlande, trasportava la teoria a Delo.

Mario Bianco nacque in terra d’Abruzzi, a Fossacesia, nell’antica regione frentana. Quivi, sopra un’altura querciosa che domina l’Adriatico, sorge la Basilica di San Giovanni in Venere, così detta dal ricordo di un tempio di Venere Conciliatrice che coronava il promontorio. Insigne d’architettura, la Badia fu ricca, potente e variamente mista alla storia religiosa e civile dell’Abruzzo chietino. Nel 1194 vide dalla sottoposta marina partire le galèe di quella Quarta Crociata che doveva rinnovare l’egemonia italica nel bacino orientale del Mediterraneo e fondare l’Impero latino.

Nell’immenso spazio di mare, che la vista abbraccia dall’altura sonora di querci, appariscono in lontananza le Tremiti, le isole che gli antichi chiamarono Diomedee dal nome di Diomede figlio di Tideo, socio di Ulisse; perché la tradizione recava che quivi i compagni del guerriero si fossero trasfigurati negli uccelli marini che abitavano le rupi e accoglievano con grandi cl’amori di giubilo chiunque di stirpe ellenica vi approdasse.

I marinai morti nello sbarco di Bengasi furono sei: Gianni Muzzo di Gallipoli, Alfieri d’Alò e Giuseppe Carlini di Taranto, Nicolò Grosso di Carloforte, Salvatore Marceddu di Cagliari, Giovanni de Filippis di Salerno. Il guardiamarina Mario Bianco comandava due cannoni sbarcati a viva forza e situati su le dune della Giuliana, a ostro della Punta. Egli fu sorpreso alle spalle da uno stuolo di Turchi e di Arabi che vennero all’assalto con grande impeto. Mentre dirigeva il fuoco de’ suoi uomini e rispondeva egli medesimo scaricando la sua pistola, fu colpito da una palla all’inguine. Perdeva sangue; non volle essere sorretto; continuò ad animare i suoi marinai. A ostro della Giuliana, sotto un gruppo di palme, cadde. Il suo corpo fu veduto riverso nella sabbia, con le gambe penzoloni nella fossa d’una trincera dove un colpo d’una delle nostre mitragliatrici aveva abbattuto e ridotto in orribile carname un mucchio di venti Arabi.

La terzina che reca le parole: «Ricòrdati ed aspetta» è formata con emistichii tratti dai sonetti che fanno da preludio ai Canti della morte e della gloria cominciando:

«O Verità cinta di quercia, canta

la tristezza del popolo latino…»

«La gloria fu» sono le prime parole del terzo sonetto, che finisce con questi versi qui citati ad onore:

«Alziamo gli Inni funebri, sul gregge

ignaro, alla Potenza che ci lascia,

alla Bellezza che da noi s’esilia.

Implacabile è il Canto, e la sua legge.

E però leva su, vinci l’ambascia,

Anima mia. QUESTA È LA TUA VIGILIA»

E così comincia l’ode piena di presagio che prelude ai Canti della ricordanza e dell’aspettazione:

«Il sole declina fra i cieli e le tombe.

Ovunque l’inane caligine incombe.

UDREMO SU L’ALBA SQUILLARE LE TROMBE?

Ricòrdati e aspetta».

 

 

 

LIBRO QUINTO

CANTI DELLA GUERRA LATINA

Ode pour la résurrection latine

I.

Quelle horreur et quelle mort

et quelles beautés nouvelles

sont partout éparses dans la nuit?

Quel vent prodigieux excite

toutes les flammes en travail

dans le firmament latin?

Le jour est proche! Le jour est proche!

O mes odes, filles rapides

de la fureur et du feu,

quel dieu, quel héros, quel homme

exalterons-nous au jour certain?

Je ne suis plus en terre d’exil,

je ne suis plus l’étranger à la face blême,

je ne suis plus le banni sans arme ni laurier.

Un prodige soudain me transfigure,

une vertu maternelle

me soulève et me porte.

Je suis une offrande d’amour,

je suis un cri vers l’aurore,

je suis un clairon de rescousse

aux lèvres de la race élue.

 

II.

Voyez, je tremble. Voyez, je chancelle,

je suis ivre d’amour et d’épouvante.

Il vient, Il vient le Seigneur invoqué.

Il enflamme la nuit; et l’on n’entend pas,

dans le vertige du sang,

le battement de sa force.

Or, Il dit: «Qui donc enverrai-je,

ô annonciateur de choses saintes?

Qui donc ira pour nous?».

Je dis: «Me voici. Envoyez-moi, Seigneur.

Avec quel signe? pour quel pacte?».

Je connais le signe, je sais le pacte.

J’obéis à son commandement

et j’accomplis le vÂœu de mon âme.

Je n’ai plus de chair ni d’os

autour de mon âme haletante

pour franchir les fleuves et les monts.

Déjà sur la borne milliaire,

à la clarté des Pléiades,

je lis le nom ineffable.

Et j’entends les chevaux des Dioscures hennir.

 

III.

J’entends sur l’antique basalte,

dans la mine d’Ostie,

résonner le pas de Celle qui seule

rompt l’incertitude du combat.

Vient elle du bois de Laurente?

Va-t-elle vers la route des Tombeaux?

Elle marche le long des môles noyés,

elle passe entre les deux pierres droites

qui désignent la Porte Marine.

N’écoute-t-elle pas si la Nef

chargée de la fortune de Rome

fend de nouveau la vase

du fleuve blond? Les lauriers,

autour de ses tempes, se hérissent

et brillent comme les fers des javelots;

car elle sait de quelle herbe,

bien plus âpre que la verveine,

faudra-t-il couronner la proue aiguë,

et de quel sang, bien plus noir

que l’égorgement de la génisse sans tache,

faudra-t-il teindre la poupe carrée.

 

IV.

O Victoire, sauvage comme la cavale

qui paît l’asphodèle dans le désert romain,

jeune comme Rome alors que la sombre aurore

fut traversée par le vol des douze vautours,

toi que je vis sur l’aridité sublime

bondir du roc d’Ardée

et dans le bond resplendir toute au soleil

blanche comme la poitrine du héron,

ô Désirable, si jamais seul et anxieux

j’interrogeai tes vestiges

loin du peuple vêtu d’ignominie et de paix;

si jamais à tes autels j’apportai mon offrande

tandis que sur tes palmes,

comme sur une litière pourrie,

l’astuce et la peur, vaches baveuses,

ruminaient le mensonge;

si jamais en ton nom je reprochai son opprobre

à la Reine des Royaumes

corrompue et polluée par les mains des vieillards;

si jamals je fus ivre de ton regard changeant,

ô Vierge, accompagne mon message, affermis ma voix!

 

V.

Car, ô Mâle, tel le fécial criait

les noms des villes sœurs et jurées

en brandissant le javelot vermeil,

tel à grande voix je crie,

par-dessus les sépulcres,

où les os de nos morts s’émeuvent

comme les racines au printemps,

je crie et j’invoque les deux noms divins,

les plus hauts de la terre,

jusqu’à ce que le ciel entier s’enflamme

de la double ardeur

et que toutes les sources taries

rejaillissent et se mêlent

en un seul torrent indomptable,

je crie et j’invoque: «O Italie! O France!».

Et j’entends, par-dessus les sépulcres fendus

et par-dessus tes lauriers hérissés

Victoire, le tonnerre des aigles

qui se précipitent vers l’Est

et de toutes leurs serres déchirent la nuit.

Le jour est proche! Voici le jour!

 

VI.

Voici ton jour, voici ton heure,

Italie; et, pour cette heure

des années merveilleuses,

la plénitude de tes allégresses!

L’ai-je annoncée avec les bûchers et avec les hymnes?

l’ai-je appelée dans la vigile et dans l’attente?

l’ai-je hâtée par la rancune et par l’amour?

Les pieds graves du Destin

se transmuent en ailes soudaines;

et sur son front marmoréen

s’allume la flamme à deux cornes

que portait le Libérateur

au-devant du champ couvert de rosée.

C’est le signe! c’est le signe!

Choisis d’être souveraine ou serve,

choisis de monter ou descendre,

choisis de vivre ou périr.

Je te montre le signe.

Malheur à toi si tu doutes,

malheur à toi si tu hésites,

malheur à toi si tu n’oses jeter le dé.

 

VII.

Vae victis! Les quatre vents du monde

soufflent la bataille,

sur la mer où les phares s’éteignent,

sur le continent qui s’éclaire

au fond des villes embrasées.

Vae victis! La force barbare nous appelle

au combat sans merci.

Comme la horde traînait

dans ses chariots couverts de peaux fraiches

les concubines innombrables

pour les rassasier de carnage

et les enivrer d’hydromel,

ainsi elle amène toutes les hontes

derrière ses hommes comptés en bétail à deux pieds,

pour qu’ils couchent avec toutes dans leur sang épais

qui est le rouge frère de la boue,

tandis que le vautour à deux têtes,

le maître puant au double cou dénudé,

pousse son cri lugubre et rejette

la charogne mal digérée.

Vae victis! Souviens-toi de Mantoue.

 

VIII.

N’oublie pas les potences chargées de tes martyrs,

et cette corde inusable

dont le Pendeur décrépit

ceignit ses reins, pieux

cordelier du Gibet.

N’oublie pas les mains lourdes de ba