Nel carrozzone dei profughi (frammento III)

da “Racconti e bozzetti” (1880-1922)

Novelle di Giovanni Verga

  Nel carrozzone dei profughi, due povere donne sedute accanto, col fagotto della roba che avevano avuto al Municipio sulle ginocchia, si narravano i loro guai. Anzi una non parlava più; guardava nella folla con certi occhi stral’unati, quasi cercando la figlia che le avevano detto fosse stata salvata da un giovanotto quando trassero anche lei dalle fiamme e dalle macerie. Una ragazza bella come il sole, che chi l’aveva vista una volta l’avrebbe riconosciuta fra mille. L’avevano vista rifugiata sotto un portone – tra i feriti del Savoja – alla stazione. Tutti l’avevano vista, fuori che lei! Dalla stazione aveva visto soltanto la sua casa che bruciava, per due ore, sinché il treno stette l’. E ora, mentre cercava la sua creatura fra la gente, da otto giorni, e pensava a lei che forse la cercava e chiamava aiuto, vedeva ancora quella distruzione e quell’incendio come un rifugio, una disperata certezza.
  – Ora son sola – diceva l’altra. – Quando incontrai mio marito, qui, per caso, salvo anche lui, non mi pareva vero. Ma avevo tre figli: una maritata, colla grazia di Dio, e il maggiore che mi portava a casa già  la sua giornata… Tutti! Tutti!… Io mi ero alzata appunto pel più piccolo ch’era malato, quando successe il terremoto. Il Signore non mi volle -.
  Ne parlava tranquillamente, colla faccia gialla e la testa fasciata.
  – Ora, quando lui sarà  guarito andremo in America -.
  L’altra alzò gli occhi, soltanto, e la guardò.
  – Certo, che faremo qui?
  – In America? – disse un altro profugo. – Non sapete che vita da cani! Peggio dei cani li trattano i cristiani! –
  Ella a sua volta guardò sbigottita colui, come a ripetere: – Che faremo qui?
  – Qui siamo nati; qui sono le pietre delle nostre case! – dissero gli altri.