Omaggio a Fabrizio De André

 

Homo Faber

Recital didattico di Luigi Gaudio

Italiano e Musica

Storia e Musica

Percorso di approfondimento su Fabrizio De André

A quindici anni dalla morte di Fabrizio De André, avvenuta 11 gennaio del 1999 per un tumore che lo stroncò in pochi mesi, vorremmo offrire un tributo a questo grande della canzone d’autore, e lo facciamo come siamo soliti fare, cioè con un recital didattico.

Del resto conosco degli amici e dei colleghi che mi chiedono come è possibile che un poeta come De Andrè non sia studiato a scuola. Potrei rispondere che lui ha scritto canzoni e non poesie, che è un cantautore e non un poeta, ma chi potrebbe negare che certi testi, nati con l’etichetta di poesia” in realtà non hanno nulla di poetico, mentre le canzoni di Fabrizio spesso sono letteralmente poesia in musica”.

La città

 

Genova “Via del campo”

 

La città in cui Fabrizio è nato nel 1940 è Genova, per la precisione, dice lui stesso la Genova occidentale (Genova Pegli). Qui ha studiato, al Liceo Cristoforo Colombo, non senza insufficienze. Anzi lui studiava il meno possibile, si faceva anche rimandare e poi però la spuntava sempre, anche perché era simpatico ai professori.

De André scrive: “Mio padre, contrariamente a quanto per anni è stato scritto, era di origini modeste: il benessere cominciò ad aggirarsi in casa nostra dopo che lui aveva superato i quarantanni. Forse da queste radici la sua mai abbastanza ringraziata accondiscendenza a lasciarmi libero di vivere nella strada: e nella strada ho imparato a vivere come probabilmente prima di me aveva imparato lui.”

E le strade di Genova e in particolar modo le viottole più malfamate, quelle frequentate da prostitute, hanno spesso ispirato De André, soprattutto nella canzone “Via del campo”

 

Via del campo  (Volume I – 1967)

Via del Campo è una via dell angiporto di Genova, una di quelle vie un po malfamate, frequentata da prostitute appunto, o da travestiti, almeno qualche decennio fa, ora molto più anonima, come il Pigalle parigino.

Bellissime le metafore finali:

dai diamanti” cioè dai signori ricchi e appariscenti, non nasce niente, dal letame, cioè dalle prostitute, considerate la feccia, la corruzione della società da parte dei benpensanti, nascono i fiori”.

La musica è di Jannacci e Fo, che l’avevano usata per musicare altri testi.

Via del Campo

Via del Campo c’è una graziosa
gli occhi grandi color di foglia
tutta notte sta sulla soglia
vende a tutti la stessa rosa.

Via del Campo c’è una bambina
con le labbra color rugiada
gli occhi grigi come la strada
nascon fiori dove cammina.

Via del Campo c’è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano

e ti sembra di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano.

Via del Campo ci va un illuso
a pregarla di maritare
a vederla salir le scale
fino a quando il balcone ha chiuso.

Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior.

Città vecchia (1965)

C’è una singolare affinità fra la Trieste che ha ispirato Umberto Saba, nella poesia Città vecchia, e la Genova di De André, dell’omonima canzone, Leggiamo la poesia “Città vecchia” di Saba.

Città vecchia di Saba

Spesso, per ritornare alla mia casa

 prendo un’oscura via di città vecchia.

 Giallo in qualche pozzanghera si specchia

 qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va                     5

 dall’osteria alla casa o al lupanare,

 dove son merci ed uomini il detrito

 di un gran porto di mare,

 io ritrovo, passando, l’infinito

nell’umiltà.                                                         10

 Qui prostituta e marinaio, il vecchio

 che bestemmia, la femmina che bega,

 il dragone che siede alla bottega

 del friggitore,

la tumultuante giovane impazzita                     15

 d’amore,

 sono tutte creature della vita

 e del dolore;

 sagita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia                  20

 il mio pensiero farsi

 più puro dove più turpe è la via.

Lispirazione per questa canzone arriva a De Andrè però soprattutto dalla canzone Bistrot di Brassens, chansonnier anarchico francese. Infatti  rispetto alla omonima poesia di Umberto Saba, la prospettiva è rovesciata poiché Saba afferma di incontrare qui Dio, invece De Andrè, quasi traducendo letteralmente Jacques Prévert, all’inizio della canzone dice che qui il sole del buon Dio non dà i suoi raggi” perché ha già troppi impegni per scaldare gente d’altri paraggi”:

Scrive De André su questa canzone: “Questa è una canzone che risale al 1962, dove dimostro di avere sempre avuto, sia da giovane che da anziano, pochissime idee ma in compenso fisse. Nel senso che in questa canzone esprimo quello che ho sempre pensato: che ci sia ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore. Anche perché non sono ancora riuscito a capire bene, malgrado i miei cinquantotto anni, cosa esattamente sia la virtù e cosa esattamente sia l’errore, perché basta spostarci di latitudine e vediamo come i valori diventano disvalori e viceversa. Non parliamo poi dello spostarci nel tempo: c’erano morali, nel Medioevo, nel Rinascimento, che oggi non sono più assolutamente riconosciute. Oggi noi ci lamentiamo: vedo che c’è un gran tormento sulla perdita dei valori. Bisogna aspettare di storicizzarli. Io penso che non è che i giovani d’oggi non abbiano valori; hanno sicuramente dei valori che noi non siamo ancora riusciti a capir bene, perché siamo troppo affezionati ai nostri”.

“Città vecchia” di De André

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi,
una bimba canta la canzone antica della donnaccia
quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia.

E se alla sua età le difetterà la competenza
presto affinerà le capacità con l’esperienza
dove sono andati i tempi di una volta per Giunone
quando ci voleva per fare il mestiere anche un po’ di vocazione.

Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino
li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno
a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo ed il governo.

Loro cercan là, la felicità dentro a un bicchiere
per dimenticare d’esser stati presi per il sedere
ci sarà allegria anche in agonia col vino forte
porteran sul viso l’ombra di un sorriso tra le braccia della morte.

Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie
quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.

Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte
ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette
quando incasserai dilapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire “micio bello e bamboccione”.

Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori
lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.

Se tu penserai, se giudicherai
da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.

La canzone popolare

Volta la carta (Rimini 1978)

Fabrizio era molto legato alle tradizioni popolari. Scrisse un intero album in genovese, intitolato “Creuza de ma”, che vuol dire “mulattiera di mare”. Altre canzoni le scrisse in sardo, riprendendo anche la tradizione, come “l’Ave Maria sarda” o “Zirichiltaggia”. Fabrizio aveva una villa in Sardegna. Nel 1979 fu sequestrato per alcuni mesi con la moglie da alcuni banditi sardi, ma questo non gli impedì di ritornare in Sardegna, e di essere legato al popolo sardo. Anche la canzone “Volta la carta” ha a che fare con il mondo popolare, delle filastrocche, degli scioglilingua, delle rime baciate, per cui ad una parola se ne associa un’altra, come nei giochi di parole. Tra le strofe c’è la citazione della canzone popolare Madamadorè. Il ritornello, prende ispirazione da un’altra canzone popolare (Angiolina, bell’Angiolina) e racconta  la storia di una ragazza di nome Angiolina, che subisce delusioni d’amore da un carabiniere, ma alla fine riesce a sposarsi. “Volta la carta”

La cultura popolare, le filastrocche dei bambini (prima ispirazione della canzone tra Volta la carta appunto e Madamadorè), il sapore delle feste di campagna, e dei giochi insieme, la vita come un ciclo, in cui ad una giornata, ad una esperienza, ne succede un’altra. Non ci vedo, insomma, in questa canzone tutte le dietrologie politiche che spesso si associano alle canzoni di De André, ma a certa gente non sembra possibile che una volta tanto Francesco voglia solo divertirsi e divertire.

Volta la carta

C’è una donna che semina il grano
volta la carta si vede il villano
il villano che zappa la terra
volta la carta viene la guerra
per la guerra non c’è più soldati
a piedi scalzi son tutti scappati

Angiolina cammina cammina sulle sue scarpette blu
carabiniere l’ha innamorata volta la carta e lui non c’è più
carabiniere l’ha innamorata volta la carta e lui non c’è più.

C’è un bambino che sale un cancello
ruba ciliege e piume d’uccello
tirate sassate non ha dolori
volta la carta c’è il fante di cuori.

Il fante di cuori che è un fuoco di paglia
volta la carta il gallo si sveglia

Angiolina alle sei di mattina s’intreccia i capelli con foglie d’ortica
ha una collana di ossi di pesca la gira tre volte in mezzo alle dita
ha una collana di ossi di pesca la conta tre volte intorno alle dita.

Mia madre ha un mulino e un figlio infedele
gli inzucchera il naso di torta di mele

Mia madre e il mulino son nati ridendo
volta la carta c’è un pilota biondo

Pilota biondo camicie di seta
cappello di volpe sorriso da atleta

Angiolina seduta in cucina che piange, che mangia insalata di more.
Ragazzo straniero ha un disco d’orchestra che gira veloce che parla d’amore
Ragazzo straniero ha un disco d’orchestra che gira che gira che parla d’amore.

Madamadorè ha perso sei figlie
tra i bar del porto e le sue meraviglie
Madamadorè sa puzza di gatto
volta la carta e paga il riscatto
paga il riscatto con le borse degli occhi

Piene di foto di sogni interrotti
Angiolina ritaglia giornali si veste da sposa canta vittoria
chiama i ricordi col loro nome volta la carta e finisce in gloria
chiama i ricordi col loro nome volta la carta e finisce in gloria.

 Geordie (1966)

A testimonianza del legame di Fabrizio con la cultura popolare, c’è la versione italiana di “Geordie” una ballata popolare inglese del settecento, che racconta la storia vera di un uomo accusato di furto e condannato all’ impiccagione, di cui forse conoscerete la versione “house” di Gabry Ponte. “Geordie”

Abbiamo detto chi sono quelli che stanno a cuore a Fabrizio, gli emarginati, i poveracci, gli impiccati, appunto, ma non abbiamo detto chi invece sta dall’altra parte: il potente che non ammette lo sgarbo, che non ha pietà, che non si commuove neanche quando c’è di mezzo l’amore, il sentimento, altrimenti il suo potere potrebbe essere messo in discussione. Se un bracconiere ruba dei cervi nei boschi del re questo deve essere punito nel modo più severo (magari fosse stata la tenuta di un altro signore poteva scamparla, ma del re proprio no). Per De André solo i coglioni possono credere che ci siano poteri buoni. Questa ballata non è di De André, ma è cantata e tradotta da De André, in quanto loriginale è britannico e risale al XVI secolo.

Geordie

Uomo
Mentre attraversavo London Bridge
un giorno senza sole
vidi una donna pianger d’amore,
piangeva per il suo Geordie.

Donna
Impiccheranno Geordie con una corda d’oro,
è un privilegio raro.
Rubò sei cervi nel parco del re
vendendoli per denaro.

Uomo
Sellate il suo cavallo dalla bianca criniera
sellatele il suo pony
cavalcherà fino a Londra stasera
ad implorare per Geordie

Donna
Geordie non rubò mai neppure per me
un frutto o un fiore raro.
Rubò sei cervi nel parco del re
vendendoli per denaro.

Insieme
Salvate le sue labbra, salvate il suo sorriso,
non ha vent’anni ancora
cadrà l’inverno anche sopra il suo viso,

Uomo
potrete impiccarlo allora

Né il cuore degli inglesi né lo scettro del re
Geordie potran salvare,
anche se piangeran con te
la legge non può cambiare.

Insieme
Così lo impiccheranno con una corda d’oro,
è un privilegio raro.
Rubò sei cervi nel parco del re

Uomo
vendendoli per denaro.

 

L’amore

 

“Amore che vieni, amore che vai”

Questa canzone, che è fra le prime che De André ha composto, mi dà la possibilità di parlare di De André e di sua moglie, Dori Ghezzi, anche se nel caso di Dori Ghezzi, l’amore non se ne è venuto e poi andato, ma è rimasto. Sul rapporto con sua moglie, che era stata una cantante di canzoni tutt’altro che impegnate, come “Un corpo e un’anima”, scrive De André: “A certa gente il fatto che mi sia innamorato di Dori dà un fastidio enorme. Il mito è crollato! Si è innamorato della bella ragazza, che credono oca e invece è più intelligente di me. […] Vivere in coppia per me è necessario, ci si aiuta molto, si ha sempre uno specchio nel quale guardarsi […]. È una continua collaborazione, guai se non fosse così. “Amore che vieni, amore che vai”

Quei giorni perduti a rincorrere il vento
a chiederci un bacio e volerne altri cento

un giorno qualunque li ricorderai
amore che fuggi da me tornerai
un giorno qualunque ti ricorderai
amore che fuggi da me tornerai

e tu che con gli occhi di un altro colore
mi dici le stesse parole d’amore

fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai

venuto dal sole o da spiagge gelate
venuto in novembre o col vento d’estate

io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai
amore che vieni, amore che vai
io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai
amore che vieni, amore che vai

 

Gli altri

 

Come dice Paolo Jachia in una sua analisi della canzone d’autore italiana, la molla prima che fa scattare la straordinaria fantasia poetica di De André – nato a Genova nel 1940, […] per certo uno dei più grandi narratori e artisti di canzone italiani di questo secolo – è un’indignazione morale, una solidarietà, anche personale con gli ultimi, con le minoranze. E questo vale sia che esse siano interi popoli perseguitati – dai rom ai pellerossa d’America, dai palestinesi ai sardi – sia che siano singole persone ferite ed emarginate, morti impiccati, suicidi, pensionati, ladri crocifissi e da crocifiggere, vecchi alcolizzati, soldati morti ammazzati”
(Paolo Jachia, La canzone d’autore italiana 1958-1997, ediz Feltrinelli, pag. 91).

 

La guerra

 

I soldati morti: La guerra di Piero (1963)

Ecco, appunto soldati morti ammazzati, e dellassurdità della guerra, di tutte le guerre, ci parla la prima canzone di oggi, che Fabrizio ha scritto a 23 anni: in guerra non c’è neanche il tempo per pensare, perché se ti fermi un attimo a pensare, se indugi, l’altro, quello che ha il tuo stesso identico umore, ma la divisa di un altro colore, ti uccide, come raccontava a Fabrizio il suo zio partigiano.

La violenza è costitutiva dell’uomo. Lo zio di De André ha fatto la campagna d’Albania, poi ha raccontato la sua esperienza al nipote, ispirando la canzone “La guerra di Piero”, in cui si racconta dellassurdità del militarismo “Sparagli Piero”, che ti costringe ad ammazzare un nemico, forse più simile a te di quanto ti vogliano far credere “Aveva il tuo stesso identico umore, ma la divisa di un altro colore”. In guerra l’indecisione non è contemplata, e basta una piccola esitazione, e il protagonista viene ucciso dall’altro, dal nemico. “La guerra di Piero”

La guerra di Piero

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi

lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente

così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l’inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve

fermati Piero , fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce

ma tu no lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera

e mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore

sparagli Piero , sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue

e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore

e mentre gli usi questa premura
quello si volta , ti vede e ha paura
ed imbraccia l’artiglieria
non ti ricambia la cortesia

cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato

cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno

Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all’inferno
avrei preferito andarci in inverno

e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole

dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.

 

Un campionario degli “altri”

 

Le prostitute: La canzone di Marinella (1964)

Dice De Andrè sulla sua giovinezza: “Ho fatto un po di tutto: ho frequentato un po di medicina, un po di lettere e poi mi sono iscritto seriamente a legge dando, se non mi sbaglio, 18 esami. Quasi laureato dunque […] poi ho scritto Marinella, mi sono arrivati un sacco di quattrini e ho cambiato idea […] dopo che Marinella l’aveva cantata Mina, eravamo nel 65, io ero sposato da tre anni e lavoravo negli istituti privati di mio padre […]. Lavoravo lì non sapendo cos’altro fare, visto che di laurea non se ne parlava perché stentavo molto a studiare, insomma questa Canzone di Marinella, me la canta Mina, mi arrivano 600 mila lire in un semestre (somma davvero considerevole per quegli anni). Allora mi sono licenziato, ho preso armi e bagagli, moglie, figlio e suocero e ci siamo trasferiti in Corso Italia, che era un quartiere chic di Genova […]. Da quel momento ho cominciato a pensare che forse le canzoni mavrebbero reso di più e soprattutto divertito di più.”

L’ispirazione per La canzone di Marinella, è venuta a Fabrizio da un fatto di cronaca. Una ragazza a 16 anni, per motivi familiari, è costretta a prostituirsi, poi gettata in un torrente. Non a caso, per Fabrizio “La donna è simbolo del sacrificio, l’uomo della sopraffazione”.  “La canzone di Marinella”

Questa fu la canzone che rivelò al pubblico il genio di Fabrizio, che in realtà scriveva canzoni sin dal 1957, ma se non ci fosse stata Mina a cantare questa canzone in televisione, sarebbe rimasto probabilmente semisconosciuto ai più. Come dice il testo, la storia è vera. Un articolo di cronaca, una storia triste come tante, il cadavere di una prostituta bambina trovato in un fiume. Ispira una delle canzoni più dolci

La canzone di Marinella

Questa di Marinella è la storia vera
che scivolò nel fiume a primavera
ma il vento che la vide così bella
dal fiume la portò sopra a una stella

sola senza il ricordo di un dolore
vivevi senza il sogno di un amore
ma un re senza corona e senza scorta
bussò tre volte un giorno alla sua porta

bianco come la luna il suo cappello
come l’amore rosso il suo mantello
tu lo seguisti senza una ragione
come un ragazzo segue un aquilone

e c’era il sole e avevi gli occhi belli
lui ti baciò le labbra ed i capelli
c’era la luna e avevi gli occhi stanchi
lui pose la mano sui tuoi fianchi

furono baci furono sorrisi
poi furono soltanto i fiordalisi
che videro con gli occhi delle stelle
fremere al vento e ai baci la tua pelle

dicono poi che mentre ritornavi
nel fiume chissà come scivolavi
e lui che non ti volle creder morta
bussò cent’anni ancora alla tua porta

questa è la tua canzone Marinella
che sei volata in cielo su una stella
e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno , come le rose

e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno come le rose.

Le prostitute: Bocca di rosa  (Volume I – 1967)

“Direi d’essere un libertario, una persona estremamente tollerante. Spero perciò d’essere considerato degno di poter appartenere ad un consesso civile perché, a mio avviso, la tolleranza è il primo sintomo della civiltà, deriva dal libertarismo. Se poi anarchico l’hanno fatto diventare un termine negativo, addirittura orrendoanarchico vuol dire senza governo, anarche con questo alfa privativo, fottutissimo vuol dire semplicemente che uno pensa di essere abbastanza civile per riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia (visto che l’ha in se stesso), le sue stesse capacità. Mi pare così vada intesa la vera democrazia. […] Ritengo che l’anarchismo sia un perfezionamento della democrazia.

Fu grazie a Brassens, maestro di pensiero e di vita, che scoprii di essere un anarchico. Mi ha insegnato per esempio a lasciare correre i ladri di mele, come diceva lui. Mi ha insegnato che in fin dei conti la ragionevolezza e la convivenza sociale autentica si trovano di più in quella parte umiliata ed emarginata della nostra società che non tra i potenti.

Fabrizio dice di aver iniziato a frequentare i circoli libertari di Genova e di Carrara a 17 anni, e da allora di non aver più trovato idee politiche o sociali che spiegassero meglio la nostra società-

Da qui la lotta contro il perbenismo, contro l’ordine costituito, contro le regole morali, dietro le quali si nasconde una ipocrisia di fondo, come fa capire la famosa canzone “Bocca di rosa”.

La legge Merlin è del 1958, e abolisce le case di tolleranza in Italia. Circa dieci anni dopo, De Andrè dedica questa canzone alla moralità di quelle donne, da contrapporre alla rigida applicazione della legge da parte dei gendarmi, e al moralismo becero delle mogli dei paesani. L’unico che fa una bella figura in questa canzone, oltre a Bocca di rosa, è il parroco che la vuole in processione, e così porta a spasso per il paese l’amore sacro e l’amor profano.

Bocca di rosa

La chiamavano bocca di rosa
metteva l’amore, metteva l’amore,
la chiamavano bocca di rosa
metteva l’amore sopra ogni cosa.

Appena scese alla stazione
nel paesino di Sant’Ilario
tutti si accorsero con uno sguardo
che non si trattava di un missionario.

C’è chi l’amore lo fa per noia
chi se lo sceglie per professione
bocca di rosa né l’uno né l’altro
lei lo faceva per passione.

Ma la passione spesso conduce
a soddisfare le proprie voglie
senza indagare se il concupito
ha il cuore libero oppure ha moglie.

E fu così che da un giorno all’altro
bocca di rosa si tirò addosso
l’ira funesta delle cagnette
a cui aveva sottratto l’osso.

Ma le comari di un paesino
non brillano certo in iniziativa
le contromisure fino a quel punto
si limitavano all’invettiva.

Si sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio,
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare cattivo esempio.

Così una vecchia mai stata moglie
senza mai figli, senza più voglie,
si prese la briga e di certo il gusto
di dare a tutte il consiglio giusto.

E rivolgendosi alle cornute
le apostrofò con parole argute:
“il furto d’amore sarà punito-
disse- dall’ordine costituito”.

E quelle andarono dal commissario
e dissero senza parafrasare:
“quella schifosa ha già troppi clienti
più di un consorzio alimentare”.

E arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi con i pennacchi
e arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi e con le armi.

Il cuore tenero non è una dote
di cui sian colmi i carabinieri
ma quella volta a prendere il treno
l’accompagnarono malvolentieri.

Alla stazione c’erano tutti
dal commissario al sagrestano
alla stazione c’erano tutti
con gli occhi rossi e il cappello in mano,

a salutare chi per un poco
senza pretese, senza pretese,
a salutare chi per un poco
portò l’amore nel paese.

C’era un cartello giallo
con una scritta nera
diceva “Addio bocca di rosa
con te se ne parte la primavera”.

Ma una notizia un po’ originale
non ha bisogno di alcun giornale
come una freccia dall’arco scocca
vola veloce di bocca in bocca.

E alla stazione successiva
molta più gente di quando partiva
chi mandò un bacio, chi gettò un fiore
chi si prenota per due ore.

Persino il parroco che non disprezza
fra un miserere e un’estrema unzione
il bene effimero della bellezza
la vuole accanto in processione.

E con la Vergine in prima fila
e bocca di rosa poco lontano
si porta a spasso per il paese
l’amore sacro e l’amor profano.

I suicidi: Preghiera in Gennaio (Volume I – 1967)

Preghiera in Gennaio” è stata scritta dopo che il suo amico Luigi Tenco si era tolto la vita, appunto nella notte fra il 26 e il 27 gennaio del 1967, dopo che la canzone che aveva cantato a Sanremo era stata bocciata, in circostanze comunque misteriose. Qui De Andrè afferma che il paradiso è aperto a quelli che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte” (vedi anche Il dilemma” di Gaber) mentre l’inferno esiste solo per chi ne ha paura”.

Preghiera in Gennaio

Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l’ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch’io
perché non c’è l’inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l’inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

 

Gli assassini: Il pescatore (1970)

La canzone narra di una complicità tra i due personaggi. Il pescatore non solo offre ospitalità all’assassino, ma rimane indifferente e taciturno di fronte ai gendarmi che lo stanno inseguendo. La legge dice che un reato è da punire, ma chi siamo noi per giudicare? E se l’assassino si fosse sinceramente pentito di quello che ha fatto, come potrebbe far intuire la frase e la memoria è già dolore, è già il rimpianto”? Il pescatore non se la sente di condannare un altro uomo, intende offrirgli un’altra possibilità.

In questa canzone due sono i protagonisti: un assassino inseguito dalle forze dell’ordine, e un pescatore, cui l’assassino chiede da mangiare e da bere. A lui il pescatore dà da mangiare e da bere, senza chiedere nulla, in modo quasi evangelico. E quando passeranno i gendarmi, il pescatore non indica loro da che parte è andato l’assassino, e ripiomba in un sonno, con il viso appena segnato da un sorriso sornione.

Il pescatore

All’ombra dell’ultimo sole
s’era assopito un pescatore
e aveva un solco lungo il viso
come una specie di sorriso.

Venne alla spiaggia un assassino
due occhi grandi da bambino
due occhi enormi di paura
eran gli specchi di un’avventura.

E chiese al vecchio dammi il pane
ho poco tempo e troppa fame
e chiese al vecchio dammi il vino
ho sete e sono un assassino.

Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno
non si guardò neppure intorno
ma versò il vino, spezzò il pane
per chi diceva ho sete e ho fame.

E fu il calore d’un momento
poi via di nuovo verso il vento
davanti agli occhi ancora il sole
dietro alle spalle un pescatore.

Dietro alle spalle un pescatore
e la memoria è già dolore
è già il rimpianto d’un aprile
giocato all’ombra di un cortile.

Vennero in sella due gendarmi
vennero in sella con le armi
chiesero al vecchio se lì vicino
fosse passato un assassino.

Ma all’ombra dell’ultimo sole
s’era assopito il pescatore
e aveva un solco lungo il viso
come una specie di sorriso
e aveva un solco lungo il viso
come una specie di sorriso.

 

I nani “Un giudice”

Un’ ennesima ribellione al perbenismo, di chi preferisce evitare certi argomenti, ai modelli borghesi, che vedono con sospetto chi è diverso, per un motivo o per l’altro, chi è troppo alto o troppo basso, troppo grasso o troppo magro. Scrive Fabrizio: «Qualcuno (mi pare Majakovskij) ha detto Dio ci salvi dal maledetto buon senso”: se tutti fossero normali e se fossero dotati esclusivamente di buon senso non esisterebbero gli artisti e probabilmente neppure i bambini.”» “Un giudice”

 Un giudice (Non al denaro, non all’amore né al cielo – 1971)

Questa canzone è tratta dallalbum Non al denaro, non all’amore né al cielo del 1971, che è una versione in musica dellAntologia di Spoon River, una serie di epitaffi pubblicati dal poeta americano Edgar Lee Masters tra  il 1914 e il 1915, che raccontano la vita delle persone sepolte nel cimitero di un immaginario paesino statunitense. Il protagonista di questa poesia-canzone, quindi, così come in tutte le poesie di Spoon River, è un defunto di questo piccolo paese di provincia, che racconta la sua vita, e in particolare il godimento con cui, una volta diventato giudice, si vendica condannando a morte chi prima lo aveva schernito e preso in giro per la sua ridicola statura. Morale: non conviene deridere chi si ritiene inferiore, perché poi un giorno la situazione potrebbe drammaticamente ribaltarsi.

Un giudice

Cosa vuol dire avere
un metro e mezzo di statura,
ve lo rivelan gli occhi
e le battute della gente,
o la curiosità
di una ragazza irriverente
che si avvicina solo
per un suo dubbio impertinente:

vuole scoprir se è vero
quanto si dice intorno ai nani,
che siano i più forniti
della virtù meno apparente,
fra tutte le virtù
la più indecente.

Passano gli anni, i mesi,
e se li conti anche i minuti,
è triste trovarsi adulti
senza essere cresciuti;
la maldicenza insiste,
batte la lingua sul tamburo
fino a dire che un nano
è una carogna di sicuro
perché ha il cuore toppo,
troppo vicino al buco del culo.

Fu nelle notti insonni
vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami.
diventai procuratore
per imboccar la strada
che dalle panche d’una cattedrale
porta alla sacrestia
quindi alla cattedra d’un tribunale,
giudice finalmente,
arbitro in terra del bene e del male.

E allora la mia statura
non dispensò più buonumore
a chi alla sbarra in piedi
mi diceva Vostro Onore,
e di affidarli al boia
fu un piacere del tutto mio,
prima di genuflettermi
nell’ora dell’addio
non conoscendo affatto
la statura di Dio.

Gli omosessuali: Andrea (Rimini 1978)

In questa canzone, riferita alla prima guerra mondiale, si racconta dell’amore omosessuale, tra Andrea e il suo amico, “riccioli neri”, poi ucciso nel corso di un assalto, e Andrea lo sa da un foglio con la firma del re. Andrea soffre tanto per la perdita del suo amico da perdersi, “Andrea s’è perso”, e decide di suicidarsi, gettandosi in un pozzo, assieme ai riccioli neri dell’amico.

Dice l’autore su “Andrea”: “Questa canzone la dedichiamo a quelli che Platone chiamava, in modo poetico, i figli della luna; alle persone che noi chiamiamo gay oppure, per una strana forma di compiacimento, diversi, se non addirittura culi. Mi fa piacere cantarla così, a luci accese, a dimostrare che oggi si può essere semplicemente se stessi senza bisogno di vergognarsi.”
[Presentazione durante il concerto tenuto al Teatro Smeraldo di Milano (19/12/’92)]

La canzone parla di una vittima della guerra. L’ambiente richiama il mondo delle fiabe, ma il dolore per la perdita dell’amato è tragicamente reale. Così Andrea si suicida gettandosi nel pozzo più fondo del fondo degli occhi della Notte del Pianto; quest’atto [il finale quasi narcisistico] gli sembra l’unico modo per vincere il dolore” (Matteo Borsani – Luca Maciacchini, Anima salva, p. 114)

Andrea

Andrea s’è perso s’è perso e non sa tornare
Andrea s’è perso s’è perso e non sarà tornare
Andrea aveva un amore Riccioli neri
Andrea aveva un dolore Riccioli neri.

C’era scritto sul foglio ch’era morto sulla bandiera
C’era scritto e la firma era d’oro era firma di re

Ucciso sui monti di Trento dalla mitraglia.
Ucciso sui monti di Trento dalla mitraglia.

Occhi di bosco contadino del regno profilo francese
Occhi di bosco soldato del regno profilo francese
E Andrea l’ha perso ha perso l’amore la perla più rara
E Andrea ha in bocca un dolore la perla più scura.

Andrea raccoglieva violette ai bordi del pozzo
Andrea gettava Riccioli neri nel cerchio del pozzo
Il secchio gli disse – Signore il pozzo è profondo
più fondo del fondo degli occhi della Notte del Pianto.

Lui disse – Mi basta mi basta che sia più profondo di me.
Lui disse – Mi basta mi basta che sia più profondo di me.

Le minoranze sterminate: Fiume Sand Creek (1981)

Il 29 novembre 1864 alcune truppe della milizia del Colorado, comandate dal colonnello John Chivington, attaccano un villaggio di Cheyenne e Arapaho, dopo aver fatto andare via con un inganno i loro soldati, e fanno una strage soprattutto di donne e bambini, che alzano inutilmente bandiera bianca. Il punto di vista è quello di una dei piccoli bambini, vittima del massacro.

Fiume Sand Creek

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una l’una morta piccola dormivamo senza paura
fu un generale di vent’anni
occhi turchini e giacca uguale
fu un generale di vent’anni
figlio d’un temporale

c’è un dollaro d’argento sul fondo del Sand Creek.

I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte
e quella musica distante diventò sempre più forte
chiusi gli occhi per tre volte
mi ritrovai ancora lì
chiesi a mio nonno è solo un sogno
mio nonno disse sì

a volte i pesci cantano sul fondo del Sand Creek

Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso
il lampo in un orecchio nell’altro il paradiso
le lacrime più piccole
le lacrime più grosse
quando l’albero della neve
fiorì di stelle rosse

ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek

Quando il sole alzò la testa tra le spalle della notte
c’erano solo cani e fumo e tende capovolte
tirai una freccia in cielo
per farlo respirare
tirai una freccia al vento
per farlo sanguinare

la terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una l’una morta piccola dormivamo senza paura
fu un generale di vent’anni
occhi turchini e giacca uguale
fu un generale di vent’anni
figlio d’un temporale

ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek

La religione

 Ave Maria (La buona novella 1970)

Questo è lalbum in cui Fabrizio recupera i vangeli apocrifi, quindi l’umanità, la fisicità della storia di Cristo, non quella degli alti prelati, ma quella del popolo, come sempre per Fabrizio. Pensate che i vangeli apocrifi hanno, tra l’altro, ispirato gli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni. Ma, soprattutto, non c’è nessuna canzone al mondo che parli della donna con la stessa delicatezza di quello che è il loro momento più bello della vita, quando si fa nascere un bambino.

Ave Maria

E te ne vai, Maria, fra l’altra gente
che si raccoglie intorno al tuo passare,
siepe di sguardi che non fanno male
nella stagione di essere madre.

Sai che fra un’ora forse piangerai
poi la tua mano nasconderà un sorriso:
gioia e dolore hanno il confine incerto
nella stagione che illumina il viso.

Ave Maria, adesso che sei donna,
ave alle donne come te, Maria,
femmine un giorno per un nuovo amore
povero o ricco, umile o Messia.

Femmine un giorno e poi madri per sempre
nella stagione che stagioni non sente.

Spiritual (Volume I – 1967)

Questa canzone credo abbia ispirato la più recente Hai un momento Dio” di Ligabue, nel senso che la prospettiva è la stessa, una sorta di provocazione a Dio: se ci sei, batti un colpo, fatti vedere, fatti incontrare nei campi di granturco ad esempio. Non a caso questa canzone si chiama Spiritual” e il titolo, lo stile musicale e questo riferimento ai campi di granturco fanno immediatamente pensare ad uno dei popoli perseguitati che stavano molto a cuore a Fabrizio, quello dei neri americani, schiavi per secoli

Dovete sapere che la prima canzone che io ho ascoltato di De André l’ho ascoltata in chiesa. Quando ero un ragazzino, questa canzone si cantava a messa, erano le famose messe beat degli anni settanta. Significativamente, Fabrizio ha intitolato questa canzone “Spiritual”, volendo in realtà ribaltare lo spiritualismo di quelle canzoni nei neri americani. “Dio del cielo”

 

Spiritual

Dio del cielo se mi vorrai
in mezzo agli altri uomini mi cercherai
e Dio se mi cercherai
nei campi di granturco mi troverai.

Dio del cielo se, mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a cercare

Dio del cielo se, mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a cercare.

La chiave del cielo non ti voglio rubare
ma un attimo di gioia me lo puoi regalare
la chiave del cielo non ti voglio rubare
ma un attimo di gioia me lo puoi regalare.

Dio del cielo se, mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a cercare

Dio del cielo se, mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a cercare.

Senza di te non so più dove andare
come una mosca cieca che non può più volare
senza di te non so più dove andare
come una mosca cieca che non può più volare.

e se ci hai regalato il pianto ed il riso
noi qui sulla terra non lo abbiamo diviso
e se ci hai regalato il pianto ed il riso
noi qui sulla terra non lo abbiamo diviso.

Dio del cielo se, mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a salvare
Dio del cielo se, mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a salvare.
Dio del cielo se mi vorrai
in mezzo agli altri uomini mi cercherai
e Dio del cielo se mi cercherai
nei campi di granturco mi troverai.

Dio del cielo se, mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a cercare

Dio del cielo se, mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a cercare.

Dio del cielo io ti aspetterò
nel cielo e sulla terra io ti cercherò.

 

“Il testamento di Tito” (La buona novella 1970)

A condizione che la religione non si riduca ad istituzione (Fabrizio è insofferente nei confronti di qualsiasi dogma), la religione è un tema ispiratore di molte sue canzoni, o di interi album, come “La buona novella”. Nella canzone che adesso canterò, vi è una lettura “opposta” dei dieci comandamenti: “Il testamento di Tito”

 

“Il testamento di Tito”

“Non avrai altro Dio all’infuori di me,
spesso mi ha fatto pensare:
genti diverse venute dall’est
dicevan che in fondo era uguale.

Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.
Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.

Non nominare il nome di Dio,
non nominarlo invano.
Con un coltello piantato nel fianco
gridai la mia pena e il suo nome:

ma forse era stanco, forse troppo occupato,
e non ascoltò il mio dolore.
Ma forse era stanco, forse troppo lontano,
davvero lo nominai invano.

Onora il padre, onora la madre
e onora anche il loro bastone,
bacia la mano che ruppe il tuo naso
perché le chiedevi un boccone:

quando a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.
Quanto a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.

Ricorda di santificare le feste.
Facile per noi ladroni
entrare nei templi che rigurgitan salmi
di schiavi e dei loro padroni

senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.
Senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.

Il quinto dice non devi rubare
e forse io l’ho rispettato
vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie
di quelli che avevan rubato:

ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.

Non commettere atti che non siano puri
cioè non disperdere il seme.
Feconda una donna ogni volta che l’ami
così sarai uomo di fede:

Poi la voglia svanisce e il figlio rimane
e tanti ne uccide la fame.
Io, forse, ho confuso il piacere e l’amore:
ma non ho creato dolore.

Il settimo dice non ammazzare
se del cielo vuoi essere degno.
Guardatela oggi, questa legge di Dio,
tre volte inchiodata nel legno:

guardate la fine di quel nazzareno
e un ladro non muore di meno.
Guardate la fine di quel nazzareno
e un ladro non muore di meno.

Non dire falsa testimonianza
e aiutali a uccidere un uomo.
Lo sanno a memoria il diritto divino,
e scordano sempre il perdono:

ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.

Non desiderare la roba degli altri
non desiderarne la sposa.
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi
che hanno una donna e qualcosa:

nei letti degli altri già caldi d’amore
non ho provato dolore.
L’invidia di ieri non è già finita:
stasera vi invidio la vita.

Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:

io nel vedere quest’uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l’amore”.

Il sesso e l’ironia

Il gorilla (1969)

Il sesso, l’abbiamo già visto, è una tematica che attraversa le canzoni di De André, andando a svelare le ipocrisie celate da una vita irreprensibile. Quello che compare tangenzialmente anche in altre canzoni, come il vecchio professore della canzone “La città vecchia” (per non parlare di “Bocca di rosa”) diventa tematica centrale in alcune canzoni. “Il gorilla” è una canzone ripresa ancora una volta dall’originale francese di Brassens, e tradotta anche in dialetto milanese da Nanni Svampa.

In essa si ridicolizzano:

1) la velleità della anziana signora, che sembra quasi compiaciuta di tornare ad essere oggetto di attrazione sessuale, anche se per un gorilla;

2) la presunzione del giudice, che sconta almeno parzialmente quello che ha fatto passare il giorno prima ad un accusato condannato a morte da lui e poi giustiziato (del resto abbiamo già visto quale sia l’ opinione di De André sui giudici, e sui tutori della legge in genere).

Il gorilla

Sulla piazza d’una città
la gente guardava con ammirazione
un gorilla portato là
dagli zingari di un baraccone

con poco senso del pudore
le comari di quel rione
contemplavano lo scimmione
non dico dove non dico come

attenti al gorilla !

d’improvviso la grossa gabbia
dove viveva l’animale
s’aprì di schianto non so perché
forse l’avevano chiusa male

la bestia uscendo fuori di là
disse: “quest’oggi me la levo”
parlava della verginità
di cui ancora viveva schiavo

attenti al gorilla !

il padrone si mise a urlare
” il mio gorilla , fate attenzione”
non ha veduto mai una scimmia
potrebbe fare confusione

tutti i presenti a questo punto
fuggirono in ogni direzione
anche le donne dimostrando
la differenza fra idea e azione

attenti al gorilla !

tutta la gente corre di fretta
di qui e di là con grande foga
si attardano solo una vecchietta
e un giovane giudice con la toga

visto che gli altri avevan squagliato
il quadrumane accelerò
e sulla vecchia e sul magistrato
con quattro salti si portò

attenti al gorilla !

bah , sospirò pensando la vecchia
ch’io fossi ancora desiderata
sarebbe cosa alquanto strana
e più che altro non sperata

che mi si prenda per una scimmia
pensava il giudice col fiato corto
non è possibile, questo è sicuro
il seguito prova che aveva torto

attenti al gorilla !

se qualcuno di voi dovesse
costretto con le spalle al muro ,
violare un giudice od una vecchia
della sua scelta sarei sicuro

ma si dà il caso che il gorilla
considerato un grandioso fusto
da chi l’ha provato però non brilla
né per lo spirito né per il gusto

attenti al gorilla !

infatti lui, sdegnando la vecchia
si dirige sul magistrato
lo acchiappa forte per un’orecchia
e lo trascina in mezzo ad un prato
quello che avvenne fra l’erba alta

non posso dirlo per intero
ma lo spettacolo fu avvincente
e lo “suspence” ci fu davvero

attenti al gorilla !

dirò soltanto che sul più bello
dello spiacevole e cupo dramma
piangeva il giudice come un vitello
negli intervalli gridava mamma

gridava mamma come quel tale
cui il giorno prima come ad un pollo
con una sentenza un po’ originale
aveva fatto tagliare il collo.

attenti al gorilla !

Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers (Volume III 1968)

Proviamo a immaginare: siamo nel 1962: due mariti si incontrano nella sala d’attesa di un ospedale mentre le loro donne stanno partorendo un bambino. Uno dei due, di nome Fabrizio De André, fa ascoltare una musichetta che gli è venuta in mente, ancora senza un testo, e l’altro, che si chiama Paolo Villaggio, ha un’idea: prendere un po’ in giro uno dei più grandi e importanti signori della guerra e del potere della nostra storia: Carlo Martello, il sovrano che sconfiggendo i musulmani a Poitiers ha impedito la loro espansione nel cuore dell’ Europa. Certo è una storiella tutta inventata e attualizzata, ma non sono poi andati così lontani dal vero, i nostri Villaggio e De André, allora sconosciuti, dal momento che gli storici sanno bene quante donne potevano permettersi all’epoca i grandi signori come Carlo Martello e suo nipote Carlo Magno.

Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers

Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d’allor

al sol della calda primavera
lampeggia l’armatura
del sire vincitor

il sangue del principe del Moro
arrossano il ciniero
d’identico color

ma più che del corpo le ferite
da Carlo son sentite
le bramosie d’amor

“se ansia di gloria e sete d’onore
spegne la guerra al vincitore
non ti concede un momento per fare all’amore

chi poi impone alla sposa soave di castità
la cintura in me grave
in battaglia può correre il rischio di perder la chiave”

così si lamenta il Re cristiano
s’inchina intorno il grano
gli son corona i fior

lo specchi di chiara fontanella
riflette fiero in sella
dei Mori il vincitor

Quand’ecco nell’acqua si compone
mirabile visione
il simbolo d’amor

nel folto di lunghe trecce bionde
il seno si confonde
ignudo in pieno sol

“Mai non fu vista cosa più bella
mai io non colsi siffatta pulzella”
disse Re Carlo scendendo veloce di sella

“De’ cavaliere non v’accostate
già d’altri è gaudio quel che cercate
ad altra più facile fonte la sete calmate”

Sorpreso da un dire sì deciso
sentendosi deriso
Re Carlo s’arrestò

ma più dell’onor potè il digiuno
fremente l’elmo bruno
il sire si levò

codesta era l’arma sua segreta
da Carlo spesso usata
in gran difficoltà

alla donna apparve un gran nasone
e un volto da caprone
ma era sua maestà

“Se voi non foste il mio sovrano”
Carlo si sfila il pesante spadone
“non celerei il disio di fuggirvi lontano,

ma poiché siete il mio signore”
Carlo si toglie l’intero gabbione
“debbo concedermi spoglia ad ogni pudore”

Cavaliere egli era assai valente
ed anche in quel frangente
d’onor si ricoprì

e giunto alla fin della tenzone
incerto sull’arcione
tentò di risalir

veloce lo arpiona la pulzella
repente la parcella
presenta al suo signor

“Beh proprio perché voi siete il sire
fan cinquemila lire
è un prezzo di favor”

“E’ mai possibile o porco di un cane
che le avventure in codesto reame
debban risolversi tutte con grandi puttane,

anche sul prezzo c’è poi da ridire
ben mi ricordo che pria di partire
v’eran tariffe inferiori alle tremila lire”

Ciò detto agì da gran cialtrone
con balzo da leone
in sella si lanciò

frustando il cavallo come un ciuco
fra i glicini e il sambuco
il Re si dileguò

Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d’allor

al sol della calda primavera
lampeggia l’armatura
del sire vincitor

L’indignazione

Si fosse foco (Volume III – 1968)

Il testo di questa canzone è del duecento, di Cecco Angiolieri. La ricchezza e la varietà della nostra poesia del duecento è testimoniata anche dalla poesia comico-realistica, il cui maggiore esponente è appunto Cecco Angiolieri. L’ultima strofa ci fa capire però che tutta la canzone è un gioco, a dispetto di quelli che la interpretano invece come una seriosa ballata prerivoluzionaria.

Si fosse foco (Volume III – 1968)

S’i’ fosse foco, arderei ‘l mondo
s’i’ fosse vento, lo tempesterei
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei
s’i’ fosse Dio mandereil’en profondo

S’i’ fosse papa, sare’ allor giocondo
tutt’i cristiani imbrigherei
s’i’ fosse imperator, sa’ che farei ?
a tutti mozzerei lo capo a tondo

S’i’ fosse morte, andarei da mio padre
s’i’ fosse vita, fuggirei da lui

similimente faria da mi’ madre
S’i’ fosse Cecco come sono e fui

torrei le donne giovani e leggiadre
e vecchie e laide lasserei altrui

S’i’ fosse foco, arderei ‘l mondo
s’i’ fosse vento, lo tempesterei
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei
s’i’ fosse Dio mandereil’en profondo

Don Raffaè (Le nuvole 1990)

La canzone, che è stata scritta da De Andrè insieme con il paroliere Massimo Bubola, su musica di Mauro Pagani, è una denuncia del sistema carcerario italiano. Infatti il secondino Pasquale Cafiero accondiscende a tutti i capricci del boss camorrista Raffaele Cutolo, gli fa la barba e gli offre il caffè, e in cambio chiede un posto di lavoro per il cognato

Don Raffaè

Io mi chiamo Pasquale Cafiero
e son brigadiere del carcere oiné
io mi chiamo Cafiero Pasquale
sto a Poggio Reale dal ’53

e al centesimo catenaccio
alla sera mi sento uno straccio
per fortuna che al braccio speciale
c’è un uomo geniale che parla co’ me

Tutto il giorno con quattro infamoni
briganti, papponi, cornuti e lacchè
tutte l’ore cò ‘sta fetenzia
che sputa minaccia e s’à piglia cò me

ma alla fine m’assetto papale
mi sbottono e mi leggo ‘o giornale
mi consiglio con don Raffae’
mi spiega che penso e bevimm’ò cafè

A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Ciccirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà

Prima pagina venti notizie
ventuno ingiustizie e lo Stato che fa
si costerna, s’indigna, s’impegna
poi getta la spugna con gran dignità
mi scervello e mi asciugo la fronte
per fortuna c’è chi mi risponde
a quell’uomo sceltissimo immenso
io chiedo consenso a don Raffaè

Un galantuomo che tiene sei figli
ha chiesto una casa e ci danno consigli
mentre ‘o assessore che Dio lo perdoni
‘ndrento a ‘e roullotte ci tiene i visoni
voi vi basta una mossa una voce
c’ha ‘sto Cristo ci levano ‘a croce
con rispetto s’è fatto le tre
volite ‘a spremuta o volite ‘o cafè

A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Ciccirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà

A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Ciccirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà

Qui ci stà l’inflazione, la svalutazione
e la borsa ce l’ha chi ce l’ha
io non tengo compendio che chillo stipendio
e un ambo se sogno ‘a papà
aggiungete mia figlia Innocenza
vuo’ marito non tiene pazienza
non chiedo la grazia pe’ me
vi faccio la barba o la fate da sé

Voi tenete un cappotto cammello
che al maxi processo eravate ‘o chiù bello
un vestito gessato marrone
così ci è sembrato alla televisione
pe’ ‘ste nozze vi prego Eccellenza
mi prestasse pe’ fare presenza
io già tengo le scarpe e ‘o gillè
gradite ‘o Campari o volite ‘o cafè

A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Ciccirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà

A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Ciccirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà

Qui non c’è più decoro le carceri d’oro
ma chi l’ha mi viste chissà
chiste so’ fatiscienti pe’ chisto i fetienti
se tengono l’immunità

don Raffaè voi politicamente
io ve lo giuro sarebbe ‘no santo
ma ‘ca dinto voi state a pagà
e fora chiss’atre se stanno a spassà

A proposito tengo ‘no frate
che da quindici anni sta disoccupato
chill’ha fatto quaranta concorsi
novanta domande e duecento ricorsi
voi che date conforto e lavoro
Eminenza vi bacio v’imploro
chillo duorme co’ mamma e co’ me
che crema d’Arabia ch’è chisto cafè