Paradiso XXXIII

 

con parafrasi dei vv. 52-141

di Carlo Zacco

Paradiso XXXIII

1-21. Preghiera di S. Bernardo (I Parte). San Bernardo innalza alla Vergine un inno di lode, esaltandola come la più alta tra le creature, e come quella designata ab aeterno ad essere madre di Cristo.

 – Maria è detta face di caritate, fiaccola di carità in cielo; e fontana vivace di speranza sulla terra;

 – la sua misericordia è tale che molte volte soccorre gli uomini ancora prima di essere pregata;

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d’etterno consiglio,

   tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che ‘l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

   Nel ventre tuo si raccese l’amore,

per lo cui caldo ne l’etterna pace

così è germinato questo fiore.

   Qui se’ a noi meridïana face

di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,

se’ di speranza fontana vivace.

   Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre,

sua disïanza vuol volar sanz’ ali.

   La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fïate

liberamente al dimandar precorre.

   In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate.

Umile e alta. Riprende il Magnificat: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva.  D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata».

Termine fisso. Maria  è lo scopo predestinato da Dio ad aeterno per la salvezza dell’uomo: in quanto da lei sarebbe nato Cristo.

Si raccese. Col concepimento di Cristo l’amore di Dio per l’uomo si è riacceso, dopo essersi spento per il peccato originale.

 – il sacrificio di Cristo ha ‘riaperto per l’uomo le porte del Paradiso, dando vita alla ‘rosa dei Beati;

A noi. Per noi Santi e Beati sei una fiaccola di carità ardente come il sole di mezzogiorno;

Per i mortali. Per gli uomini sulla terra una fonte inesauribile di speranza.

Qual..Sanzali. Frase anacolutica: sintassi popolare, rispecchia i modi di dire popolari di Maria (cultura dotta/popolare);

Benignità. La carità di Maria non  solo viene in aiuto a chi domanda, ma addirittura anticipa di sua iniziativa, la richiesta d’aiuto.

 – Misericordia: compassione verso chi soffre;

 – Pietate: disposizione ad amare il prossimo;

 – Magnificenza: grande generosità: dote classica e cavalleresca insieme;

 – in te: si raccoglie il massimo della bontà possibile in una creature (angelica o umana);

 

22-39. Preghiera di S. Bernardo (II Parte). A questo inno di lode San Bernardo fa seguire le richieste vere e proprie, che sono due:

1)      che Dante possa alzare lo sguardo e vedere pienamente Dio;

– a tale scopo chiede alla Vergine di togliere a Dante tutti quegli impedimenti che gli provengono dalla sua condizione umana;

2)      come seconda richiesta Bernardo chiede Dante, dopo una visione tanto grande, posso conservare intatte tutte le sue facoltà in modo da poterne raccontare sulla terra:

 – Alla preghiera di Bernardo si aggiunge anche Beatrice, e tutte le anime del Paradiso.

  Or questi, che da l’infima lacuna

de l’universo infin qui ha vedute

le vite spiritali ad una ad una,

   supplica a te, per grazia, di virtute

tanto, che possa con li occhi levarsi

più alto verso l’ultima salute.

   E io, che mai per mio veder non arsi

più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi

ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

   perché tu ogne nube li disleghi

di sua mortalità co’ prieghi tuoi,

sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi.

   Ancor ti priego, regina, che puoi

ciò che tu vuoli, che conservi sani,

dopo tanto veder, li affetti suoi.

   Vinca tua guardia i movimenti umani:

vedi Beatrice con quanti beati

per li miei prieghi ti chiudon le mani!».

Ora costui, che dal luogo più basso dell’universo, fin qui [nell’Empireo] ha visto una ad una la vita delle anime [dopo la morte (vite spiritali)],

ti supplica, per grazia divina, [che gli sia concessa] tanta virtù, che possa innalzarsi con gli occhi

più in alto verso la suprema beatitudine (ultima salute).

E io che [in vita] non arsi mai per il desiderio di contemplare io stesso (mio veder) [Dio], più di quanto io [ora] arda per il suo, ti rivolgo tutte la mie preghiere, e prego che non siano insufficienti, affinché tu lo liberi (disleghi) da ogni impedimento (nube) dovuto alla sua condizione terrena (mortalità) con le tue preghiere, così che gli si manifesti (dispieghi) la somma felicità (piacer) [Dio].

Ti prego ancora, o regine [del cielo], che puoi [attuare] ciò che  vuoi (vuoli), che tu mantenga puri (sani), dopo una visione così alta (tanto veder), i suoi sentimenti.

La tua protezione (guardia) superi (vinca) gli impulsi delle passioni (movimenti) umane: guarda [come] Beatrice e (con) tutti (quanti) ti pregano congiungendo le mani, affinché tu esaudisca le mie preghiere.

40-45. Intercessione di Maria. Maria fin ora ha tenuto gli occhi fissi su San Bernardo, segno che la sua preghiera gli era gradita;

 – finita questa, alza lo sguardo, e lo rivolge a Dio, per intercedere a favore del poeta.

   Li occhi da Dio diletti e venerati,

fissi ne l’orator, ne dimostraro

quanto i devoti prieghi le son grati;

   indi a l’etterno lume s’addrizzaro,

nel qual non si dee creder che s’invii

per creatura l’occhio tanto chiaro.

Li occhi. Durante la preghiera Maria non parla, né si muove, né sorride: niente; semplicemente guarda il santo, e questo è sufficiente per manifestare il suo assenso;

 – Etterno lume: Dio;

 – nel qual … chiaro: nel quale lume non si deve pensare che alcuna creatura possa penetrare tanto chiaramente con lo sguardo (nemmeno gli Angeli);

46-75. Inizio della visione. Dante dichiara che il suo ardore sta raggiungendo il culmine della sua intensità;

 – San Bernardo si rivolge a Dante con lo sguardo, e sorridendo gli fa cenno di alzare gli occhi per guardare in alto; ma Dante l’ha già fatto senza attende esortazioni;

 – il suo sguardo tenta di penetrare nella luce divina;

Insufficienza della parola. A questo punto il poeta confessa che, ciò che ha visto, va tanto al di là delle possibilità umane che egli rinuncia a descriverlo compiutamente a parole.

 – di quella visione Dante ricorda solo l’emozione provata, e anche ora, nel momento in cui scrive, sente chiaramente quella dolcezza;

 – per questo, invoca Dio che gli consenta di riuscire (tramite la sua poesia) ai posteri, anche solo una pallida immagine di ciò che ha visto.

   E io ch’al fine di tutt’ i disii

appropinquava, sì com’ io dovea,

l’ardor del desiderio in me finii.

   Bernardo m’accennava, e sorridea,

perch’ io guardassi suso; ma io era

già per me stesso tal qual ei volea:

   ché la mia vista, venendo sincera,

e più e più intrava per lo raggio

de l’alta luce che da sé è vera.

   Da quinci innanzi il mio veder fu maggio

che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede,

e cede la memoria a tanto oltraggio.

   Qual è colüi che sognando vede,

che dopo ‘l sogno la passione impressa

rimane, e l’altro a la mente non riede,

   cotal son io, ché quasi tutta cessa

mia visïone, e ancor mi distilla

nel core il dolce che nacque da essa.

   Così la neve al sol si disigilla;

così al vento ne le foglie levi

si perdea la sentenza di Sibilla.

   O somma luce che tanto ti levi

da’ concetti mortali, a la mia mente

ripresta un poco di quel che parevi,

   e fa la lingua mia tanto possente,

ch’una favilla sol de la tua gloria

possa lasciare a la futura gente;

   ché, per tornare alquanto a mia memoria

e per sonare un poco in questi versi,

più si conceperà di tua vittoria.

 – finii: il mio desiderio giunse al suo culmine;

 – sincera: poiché la mia  vista diventava pura, in virtù della grazia divina  ricevuta;

 – intrava: penetrava nella luce di Dio, che è vera per la propria stessa essenza;

 – maggio: maggiore di quello che le parole possono manifestare;   cede … cede: la ripetizione rafforza l’impossibilità;

 – oltraggio: eccesso (excessus mentis);

Similitudine: vuole dire che il poeta, ora che sta scrivendo, non può ricostruire con precisione nella sua mente la visione avuta;

– ma sente ancora l’effetto emozionale che essa ha provocato. Come quando ci si sveglia da un sogno.

 – distilla: rende l’idea: ne è rimasta una goccia.

Altri due paragoni: così la neve al sole perde la sua forma (disigilla); così i responsi della Sibilla si perdevano e si confondevano al vento;

Invocazione. Sentendo la propria insufficiente, il poeta invoca Dio che consenta la facoltà di poter descrivere anche solo una favilla di quella gloria che lui ha visto.

 – tanto ti levi: che eccedi le capacità di comprensione dei mortali;

 – quel che parevi: dona alla mia mente anche una pallida immagine di quello che allora mi sei apparso;

 – tua vittoria: se potrò esprimerlo, gli uomini potranno meglio comprendere la tua grandezza (vittoria);

76-108. Prima visione: l’unità nel molteplice. Dante tiene dunque lo sguardo fisso nella luce divina, e afferma che, se solo lo avesse distolto per un attimo, gli sarebbe venuta a mancare la forza per riguardarlo di nuovo;   perciò continua a guardare;

 – prima visione: Dante vede in Dio, legato in unità, tutto ciò che nell’universo appare molteplice e disgregato;

 – dice ancora che crede di aver visto ciò, perché mentre scrive, prova ancora il piacere di quella visione;

 – ma naturalmente, il mezzo con cui cerca di esprimerlo, la parola, è inadeguato;

   Io credo, per l’acume ch’io soffersi

del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,

se li occhi miei da lui fossero aversi.

   E’ mi ricorda ch’io fui più ardito

per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi

l’aspetto mio col valore infinito.

   Oh abbondante grazia ond’ io presunsi

ficcar lo viso per la luce etterna,

tanto che la veduta vi consunsi!

   Nel suo profondo vidi che s’interna,

legato con amore in un volume,

ciò che per l’universo si squaderna:

   sustanze e accidenti e lor costume

quasi conflati insieme, per tal modo

che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.

   La forma universal di questo nodo

credo ch’i’ vidi, perché più di largo,

dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.

   Un punto solo m’è maggior letargo

che venticinque secoli a la ‘mpresa

che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.

   Così la mente mia, tutta sospesa,

mirava fissa, immobile e attenta,

e sempre di mirar faceasi accesa.

   A quella luce cotal si diventa,

che volgersi da lei per altro aspetto

è impossibil che mai si consenta;

   però che ‘l ben, ch’è del volere obietto,

tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella

è defettivo ciò ch’è lì perfetto.

   Omai sarà più corta mia favella,

pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante

che bagni ancor la lingua a la mammella.

 – La luce di Dio fortifica lo sguardo, e consente all’occhio di poter continuare a guardarla: al contrario di quanto accade per la luce normale;

 – l’aspetto … infinito: io congiunsi il mio sguardo con l’essenza infinita di Dio;

 – presunsi: osai;

 – tanto che … consunsi: tanto che io poteri adoperare la vista fino al  limite estremo delle sue possibilità;

Prima visione. Tutto ciò che nell’universo è sparso e diviso, in Dio si trova raccolto e legato con amore tutto insieme. (metafora del libro);

 – in Dio si vedono gli esseri di per sé (sostanze), le loro varie manifestazioni (accidenti), e il vario modo di disporsi delle cose nel mondo (costume < habitus);

 – conflati: congiunti;

 – nodo: l’essenza divina che unifica e lega tutte le cose creare in un tutto armonico;

Un punto … Argo. Dice in sostanza: il solo istante della visione di Dio (punto) costituisce per me una dimenticanza maggiore che i 25 secolo che separano noi dall’impresa di degli argonauti, quando Nettuno vide dal fondo del mare la loro nave.

 – sospesa: tutta assorta;

 – accesa: ardeva sempre più dal desiderio di vedere;

A quella … perfetto. Qui dice che a chi guarda Dio non è possibile distogliere lo sguardo altrove (altro aspetto); dal momento che il bene (che è ciò a cui l’uomo tende per natura) è tutto raccolto in Dio, e al di fuori di esso, tutto è inevitabilmente imperfetto, anche il bene stesso.

  –Ormai … favella: altra dichiarazione dell’insufficienza della parola umana: la parola di Dante sarà meno efficace di quella di un bambino che ancora bagni la lingua alla mammella.

109-126. Seconda visione: la Trinità. Dopo questa prima visione, Dante dichiara che i successivi cambiamenti dell’immagine che gli si mostra davanti, non sono dovuti ad un modificarsi dell’immagine stessa, che è immutabile, ma alla capacità visiva del poeta, che per gradi riesce a penetrare l’essenza stessa di Dio fino all’intuizione suprema.

 – la seconda visione consiste nell’immagine di tre cerchi, di tre colori, ma assolutamente uguali: dal primo cerchio si riflette il secondo; e il terzo si riflette da entrambi: è l’immagine dell’unità e trinità divina.

 – ancora una volta il poeta ribadisce l’insufficienza della sua parola.

   Non perché più ch’un semplice sembiante

fosse nel vivo lume ch’io mirava,

che tal è sempre qual s’era davante;

   ma per la vista che s’avvalorava

in me guardando, una sola parvenza,

mutandom’ io, a me si travagliava.

   Ne la profonda e chiara sussistenza

de l’alto lume parvermi tre giri

di tre colori e d’una contenenza;

   e l’un da l’altro come iri da iri

parea reflesso, e ‘l terzo parea foco

che quinci e quindi igualmente si spiri.

   Oh quanto è corto il dire e come fioco

al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,

è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.

   O luce etterna che sola in te sidi,

sola t’intendi, e da te intelletta

e intendente te ami e arridi!

Non perché nella luce divina (vivo lume) che io contemplavo vi fosse più di un solo aspetto (un semplice sembiante), mentre essa era sempre quella che era prima; ma a causa della mia vista che acquistava forza, attingendola dalla luce stessa di Dio, questa si trasformava (si travagliava) davanti ai miei occhi; [vedi immagine del fiume di luce, XXX);

Nella profonda e luminosa essenza dell’ineffabile luce divina, mi apparvero tre cerchi [o tre sfere], di tre colori diversi, e di una medesima dimensione (contenenza);

e l’uno [il secondo] pareva riflettersi nell’altro, come un arcobaleno (iri) si riflette da un altro, e il terzo sembrava fuoco, che spirasse da entrambi (quinci e quindi);

Oh com’è inadeguata (corto) la parola, e come è debole (fioco) rispetto al mio ricordo (concetto)! E questo ricordo, rispetto a quello che io vidi, è tanto [incompleto] che  la parola ‘poco non basta ad esprimerne [l’insufficienza]; Oh luce eterna, che solo in te stessa siedi (sidi [trovi fondamento]), sola comprendi te stessa (t’intendi), e [sola] sei da te stessa compresa, e comprendendoti ami [te stessa] e gioisci.

127 – 145. Terza visione: il mistero dell’incarnazione. Dante fissa attentamente il secondo dei tre giri, quello che appare come un lume riflesso e vi scorge all’interno la figura umana (Cristo);

 – egli si sforza di capire come l’immagine si adatti al cerchio, così come il matematico si sforza, inutilmente, di capire la quadratura del cerchio, e non riesce a trovare il dato che gli serve.

 – tutto assorto in questa meditazione Dante cerca anche di capire il mistero dell’incarnazione, ma la sua mente, in quanto umana, non può.

 – se non che, improvvisamente, come colpito da un’improvvisa folgorazione, la sua mente viene colpita da una folgorazione straordinaria: dalla quale intuisce la verità. A questo punto la visione scompare, e quindi il poema di chiude in modo mirabile:

Quella circulazion che sì concetta

pareva in te come lume reflesso,

da li occhi miei alquanto circunspetta,

   dentro da sé, del suo colore stesso,

mi parve pinta de la nostra effige:

per che ‘l mio viso in lei tutto era messo.

   Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige

per misurar lo cerchio, e non ritrova,

pensando, quel principio ond’ elli indige,

   tal era io a quella vista nova:

veder voleva come si convenne

l’imago al cerchio e come vi s’indova;

   ma non eran da ciò le proprie penne:

se non che la mia mente fu percossa

da un fulgore in che sua voglia venne.

      A l’alta fantasia qui mancò possa;

ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,

sì come rota ch’igualmente è mossa,

   l’amor che move il sole e l’altre stelle.