Presentazione della figura di Cesare


di Alissa Peron

Emporio nel V-VI sec dopo Cristo parla di Cesare in una sua operetta retorica e dice che dovrebbe ricordare fosse Graecae exercitationis expers, privo di esperienza alla retorica greca. Sembra strano che un uomo di tale cultura, raffinato patrizio romano, non avesse conoscenza della retorica greca anche perché seguì le lezioni di Apollonio Molone. Plutarco nella Vita di Cesare cita lAnticato, opera polemica contro Catone scritta dopo il suicidio di costui a Utica, per impedire che diventasse un modello. Plutarco chiede il favore di non confrontare il discorso di un uomo darmi con le capacità di un retore così dotato come era Cicerone e che ha passato molto tempo a dedicarsi alla retorica. Cesare considera se stesso un uomo darmi inferiore nel modo di scrivere a Cicerone, questa è testimonianza del diretto interessato e sembra confortare quanto detto nel trattatello di Emporio su un Cesare dalla retorica un po rozza. Sono queste testimonianze che sembrano diminuire la statura letteraria di Cesare, ma in realtà non rispondono a verità; perché Cesare ci teneva ad affermare il falso? Lo stesso Cicerone ammette a denti stretti che Cesare era oratore efficace e i suoi stessi testi ci permettono di concludere che quelle testimonianze di Cesare e del suo entourage sono false.
Cesare veniva da una famiglia patrizia seppur decaduta, la zia era moglie di Caio Mario e la madre Aurelia faceva parte di una delle famiglie della nobilitas postsillana. L’inizio della carriera politica di Cesare si colloca nel 63 quando egli aveva 37 anni, viene eletto pontefice massimo senza contrasti né opposizioni anche perché per via materna era protetto e tutelato. Due anni prima egli aveva risollevato i trofei di Mario e ciò non era gradito alla nobilitas sillana ma ciò non ostacolò la sua carriera; egli si era sempre mostrato legato al vincolo di parentela indiretta con Mario, grande comandante e uomo darmi. Quando Cesare assume una posizione politica, la sua prima caratteristica a cui resta fedele con coerenza è la continuità del riferimento al movimento dei populares a partire dai Gracchi fino a Mario come era visto post mortem. Indizi di queste scelte cesariane di tipo ideologico, cioè che corrispondono a un programma politico permeato da una precisa ideologia, sono la presa di posizione contro la liceità del senatus consultum ultimum nel contesto della congiura di Catilina: il senatus consultum ultimum toglieva le garanzie giuridiche ai condannati e dava la possibilità che fossero eseguite le condanne a morte senza processo come poi avvenne. Nel suo discorso queste uccisioni erano illegali e la polemica trovava le sue radici nelle uccisioni dei Gracchi e di altri tribuni della plebe ritenuti sovversivi ed eliminati in modo violento grazie al provvedimento straordinario. Secondo indizio è che nel suo primo consolato nel 59 promuove una legislazione specialmente agraria che riprende la tradizione dei Gracchi. Quando è dittatore, nell’ultima fase della vita, nella politica della fondazione di colonie insiste con puntiglio particolare nel fondare una colonia sul sito di Cartagine, che era stata distrutta nel 146 ed il suolo era stato maledetto e votato a rimanere per sempre sterile; il primo progetto di interrompere questa maledizione del suolo era stato dei Gracchi. La cittadinanza romana fu estesa agli italici dopo la guerra sociale nell’88, l’aveva proposta un collaboratore dei Gracchi e Livio Druso, fautore, fu trovato ucciso; tuttavia nella pratica la conquista degli Italici che si erano ribellati dopo la morte di Druso fu svuotata di contenuto costituendo tribù prevalentemente formate da vecchi cittadini romani. La decisione di applicare veramente la conquista avvenne con Cinna, collaboratore ed erede di Mario, tra l’86 e l’84, gli Italici si rivolgevano ai populares che avevano favorito una loro partecipazione alla vita politica romana. La prima moglie di Cesare è la prima moglie di Cinna e Silla gli chiese di divorziare come segno di distacco dalla posizione cinnana ma egli rifiutò perché protetto dalla famiglia materna; il gesto pubblico significava la sua volontà di non dividersi dall’eredità di Mario e Cinna.
Cesare dopo il consolato del 59 si pose il problema di stabilire un rapporto privilegiato con gli italici, sapeva che Roma ormai si era estesa all’Italia e non solo formalmente. Quando Cesare nel 49 passa il Rubicone si impadronisce dell’Italia senza colpo ferire, conquista incruenta e pacifica, fatto non scontato da parte degli avversari di Cesare; tutte le città italiche aprono le porte a Cesare e si schierano con lui togliendo ogni sostegno a Pompeo che passò all’Oriente. Quando Cesare esce dall’Italia si assicura di eliminare la resistenza pompeiana in Occidente, sempre nel 49 combatte a Marsiglia che chiude le porte a Cesare volendosi riferire al Senato; quando chiede ai massal’ioti di accoglierlo chiedono a che titolo dovrebbero farlo ed egli risponde che lui è arrivato sotto le mura di Marsiglia in quanto sostenuto dallauctoritas che gli fornisce l’Italia, non di Roma. Cesare dunque al momento della guerra civile si presenta come il campione dell’Italia (seguirà comunque l’assedio di Marsiglia). Egli cerca di sfruttare il favore dell’Italia alla sua causa anche fuori dai confini italici. Alla sua causa egli contrappone una piccola fazione, del senato e di pompeo, minoranza che opprime la maggioranza del popolo romano e viola i diritti dei tribuni della plebe; egli ha invece tutta l’Italia che si è schierata con lui senza alcuna oppressione (propaganda politica cesariana del 49). Egli aveva conquistato l’Italia in quanto erede del movimento populares a cui gli italici davano maggiore simpatia che agli optimates, e su questo egli aveva lavorato durante gli anni della guerra gallica. Aveva istituito un rapporto personale tra sé come comandante e non solo e i soldati romani che sono in prevalenza italici neo-cittadini, con i quali sta a contatto per nove anni. Ciò ha una ricaduta sulle famiglie e sulla società intera alla quale questi soldati appartenevano. In questi anni Cesare fa un sottile lavoro di persuasione e condivisione, valorizza il ruolo dei centurioni e deprezza il ruolo dei legati, i centurioni vengono quindi subito dopo di lui nella catena di comando; sfrutta una predisposizione dell’opinione pubblica italica ad essere attaccata alla religione tradizionale, mentre la nobilitas romana è ellenizzata. Cesare era epicureo e si dice non credesse in alcuna forma di sopravvivenza, ma qui non contavano le convinzioni interiori bensì l’aspetto pubblico della religione: usa il pontificato massimo con intensità e spregiudicatezza, di grande impatto per l’opinione pubblica italica. Riconsacra egli stesso il territorio maledetto di Cartagine, procedeva alla lustratio delle battaglie in terra gallica personalmente in quanto pontefice massimo e tutto questo crea un forte rapporto con i soldati che va al di là dellabilità del generale che dà fiducia nella vittoria. L’esercito è uno strumento sia militare sia politico e propagandistico e per questo nel 49 è il campione dell’Italia presso l’opinione pubblica. Questo spiega perché Cesare con coerenza negli anni della dittatura rifiuterà ogni compromesso con il senato e la nobilitas; l’ultimo compromesso è quello proposto da Cicerone nella pro Marcello che propone di approvare ogni sua legge purché riconoscesse l’autorità del senato come ultimo organo legittimo, e di sospendere le ostilità legate alla guerra civile. Egli respinse l’offerta con coerenza ideologica e anche per i vincoli che aveva creato con chi l’aveva sostenuto; nella guerra civile cerano da una parte gli italici e gli altri erano pochi nobili a cui egli concedeva il suo perdono, dunque erano stati malvagi, Cesare non ammette che le due parti siano messe sullo stesso piano alla fine della guerra. Non accetta il senato come istanza ultima di legittimità, nella Retorica ad Herennium scritta tra l’86 e l’82 da un populares si legge che i fondamenti della repubblica sono il voto dei comizi e i magistrati, non il senato; siamo ai tempi di Cinna. In questi anni Lucio Plozio Gallo retore inaugura l’insegnamento di retorica latina ignorando un provvedimento senatorio che lo vietava nel 92; questo insegnamento era richiesto dagli italici più che dalla nobilitas, per loro non era necessario ricorrere al greco perché non cera nessuna superiorità culturale del greco e anzi cera uninsanabile cesura. Nel mos maiorum e nei valori dell’Italia ci sono valori etici che vanno contrapposti a quelli greci e superiori. Ecco perché Cesare viene definito privo di esperienza greca e retorica, egli aveva dedicato gli anni che Cicerone ha dedicato alla retorica a valori veramente romani della virtus che ora i nobili hanno tradito e che si sono mantenuti dell’Italia, si propone come modello del romano del tempo antico che non si ellenizza e sa quali valori vengono prima nella scala delle virtù romane. Quando Cesare fu ucciso i suoi successori soppressero fisicamente questa infelice ed indegna nobilitas.

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