Primo Levi

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Un monito oltre la Storia

“Primo Levi” della prof.ssa Raffaella Ballerio

(fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui.”

da Se questo è un uomo )

    Se dall’interno dei Lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi, sarebbe stato questo: fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui.” (p. 67) Il libro di Primo Levi, testimonianza dell’esperienza atroce di Auschwitz, universalmente riconosciuto anche come opera di alto valore letterario, serba una fonte inesauribile di riflessioni, proprio perché non vale solo come documento di un capitolo, seppur gravissimo, della Storia. Come afferma l’Autore stesso nell’introduzione esso non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi d’accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano.”  Il monito di Primo Levi non si ferma alla spirale d’odio scatenata dalla convinzione secondo cui ogni straniero è nemico”, destinata a culminare nel campo di sterminio, ma investe un livello più profondo dell’animo e della volontà umana.

   Primo Levi denuncia la bestializzazione” dell’uomo, il tentativo dell’uomo di ridurre i suoi simili a bestie o, ancor peggio, a oggetti: il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare” (pag. 48). E ancora: Ecco perché è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo” (pag. 217). L’inferno del Lager manifesta la sua finalità nell’annientamento di ciò che fa l’uomo uomo: la sua ragione, la sua umanità Questo è l’inferno. Oggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti.”(pag. 23). L’inferno è la reificazione dell’uomo. Diventa inevitabile considerare continua e attualissima questa denuncia: non solo i Lager di allora, ma anche quelli di oggi, latenti, ma pronti ad esplodere la loro minaccia ogni volta che l’uomo si mette contro l’uomo. E non solo un popolo contro un altro popolo, una categoria di cittadini contro un’altra. Anche nella nostra quotidianità: fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui“. Ogni volta che l’uomo presume di manipolare a proprio arbitrio un suo simile.

   Ma l’Autore è riuscito a salvarsi dal Lager, uno dei pochissimi superstiti: Oggi io penso che, se non altro per il fatto che un Auschwitz è esistito, nessuno dovrebbe ai nostri giorni parlare di Provvidenza: ma è certo che in quell’ora il ricordo dei salvamenti biblici nelle avversità estreme passò come un vento per tutti gli animi.” (pag. 199) E ancora: Io credo che proprio a Lorenzo debbo di esser vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo allodio e alla paura; qualcosa di assai mal definibile, una remota possibilità di bene, per cui tuttavia metteva conto di conservarsi.” (pag. 153) Così Primo Levi ricorda un operaio civile italiano, incontrato nella fabbrica, in cui erano costretti a lavorare i detenuti nel Lager. I personaggi di queste pagine non sono uomini”, continua l’Autore, la loro umanità è sepolta, o essi stessi l’hanno sepolta, sotto l’offesa subita o inflitta altrui Ma Lorenzo era un uomo Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo.” Contro l’annientamento della propria umanità ai deportati restava un’ultima facoltà, quella di negare il proprio consenso. Così l’Autore ricorda un altro amico del Lager, il sergente Steinlauf, che, di fronte alla perdita di ogni motivazione alla propria igiene personale, lo rincuora affermando: siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore, perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso. Dobbiamo quindi, certamente, lavarci la faccia senza sapone, nell’acqua sporca, e asciugarci nella giacca. Dobbiamo dare il nero alle scarpe, non perché così prescrive il regolamento, ma per dignità e per proprietà. Dobbiamo camminare diritti, senza strascicare gli zoccoli, non già in omaggio alla disciplina prussiana, ma per restare vivi, per non cominciare a morire.” (pag.48)

   Di fronte a simili testimonianze non si può non cogliere un monito oltre la Storia: in ogni tempo, in ogni luogo, anche nella propria quotidianità, l’uomo può scegliere se contribuire a creare campi di annientamento” o negare il proprio consenso” al male e testimoniare una remota possibilità di bene”.

Raffaella Ballerio

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