Purgatorio XXIV

dalla Divina commedia di Dante Alighieri

di Carlo Zacco

Fine XXIII. Il canto precedente si conclude con la risposta di Dante alla domanda di Forse Donati, che vuole sapere come mai si trovi l’, e chi siano i suoi accompagnatori: Dante risponde e presenta Virgilio e Stazio.

1-33. Prosegue la conversazione. Dante pone a Forese due domande: dove sia sua sorella Piccarda; e chi siano le anime più famose di questa cornice. Forese risponde: Piccarda si trova tra i beati del paradiso; poi indica alcune anime purganti, dicendone il nome.

Né ‘l dir l’andar, né l’andar lui più lento

facea, ma ragionando andavam forte,

s’ come nave pinta da buon vento;

   e l’ombre, che parean cose rimorte,

per le fosse de li occhi ammirazione

traean di me, di mio vivere accorte.

   E io, continüando al mio sermone,

dissi: «Ella sen va sù forse più tarda

che non farebbe, per altrui cagione.

   Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda;

dimmi s’io veggio da notar persona

tra questa gente che s’ mi riguarda».

   «La mia sorella, che tra bella e buona

non so qual fosse più, trà ¯unfa lieta

ne l’alto Olimpo già di sua corona».

   S’ disse prima; e poi: «Qui non si vieta

di nominar ciascun, da ch’è s’ munta

nostra sembianza via per la dà ¯eta.

   Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,

Bonagiunta da Lucca; e quella faccia

di là da lui più che l’altre trapunta

   ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:

dal Torso fu, e purga per digiuno

l’anguille di Bolsena e la vernaccia».

   Molti altri mi nomò ad uno ad uno;

e del nomar parean tutti contenti,

s’ ch’io però non vidi un atto bruno.

   Vidi per fame a vòto usar li denti

Ubaldin da la Pila e Bonifazio

che pasturò col rocco molte genti.

   Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio

già di bere a Forl’ con men secchezza,

e s’ fu tal, che non si sentì sazio.

facea: rendeva; unico verbo per: dir, andar, andar;

 – forte:  rapidamente;  buon vento: allude alla ‘buona volontà, di procedere;

 – rimorte: quasi morte due volte;

 – per: attraverso le fosse degli occhi;

 – accorte: accortesi;

 – Ella: l’anima di Stazio procede verso il paradiso terreste;

 – forse: forse più lentamente di quanto non farebbe;

 – altrui ragione: per accompagnare me e Virgilio;

  – Piccarda: sorella di Forese, sarà nel 3° canto del paradiso;

 – da notar: degna di essere notata;

  – Olimpo: il cielo più alto: l’Empireo;

 – corona: la gloria di Dio;

 – non si vieta: litote: si deve nominare

 – munta: < mungere: spremuta, secca;

 – via per la dieta: anastrofe: per via della;

  – Trapunta: quasi ‘ricamata dalla magrezza;

 – ebbe: fu Papa Martino IV, francese di Tours (Torso), vari aneddoti lo descrivono ghiotto di anguille di Bolsena fatte marinare nella vernaccia (vino);

  – contenti: essere ricordati alimenta. le loro speranze;

 – atto bruno: gesto di scontentezza;

 – a voto: inutilmente;

 – Ubaldin: Ubaldino degli Ubaldini, signore del Castello della Pila, nel Mugello; padre dell’Arcivescovo Ruggieri;

 – Bonifazio: arcivescovo di Ravenna; rocco: pastorale;

 – Marchese: nobile originario di Forl’;

 – secchezza: meno arsura > in abbondanza;

La velocità. Le anime dei golosi sono contraddistinte dalla velocità: dovuta al fatto che vogliono pentirsi in fretta e raggiungere presto la beatitudine, che è ormai vicina, dato che ci troviamo nella VI cornice.

Forese. È la figura che lega i due canti XXIII e XXIV: Dante rievoca con lui il suo passato, un po lo rivive, e lo reinterpreta alla luce della nuova consapevolezza etico-letteraria che nel frattempo Dante ha raggiunto: nel canto XXIII infatti Dante rievoca la tenzone che si era scambiato con Forese. Forese ha la funzione d i dare a Dante l’occasione per ritrattare e rifiutare quel modo plebeo e municipale di fare poesia.

34-63. Colloquio con Bonagiunta. Dante rivolge la parola a Bonagiunta, che fa segno di volergli parlare:

 – in primo luogo Bonagiunta mormora il nome di una certa «Gentucca», una gentildonna che farà apprezzare a Dante la città di Lucca (profezia);

 – in secondo luogo chiede conferma se Dante è davvero colui che ha inaugurato un nuovo stile con la canzone Donne ch’avete intelletto d’amore.

Dante conferma, e aggiunge che il suo stile consiste nel seguire passo passo i dettami d’amore: Bonagiunta però fraintende, e capisce che la novità dello stile consiste nello scrivere solo poesie d’amore.

Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza

più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,

che più parea di me aver contezza.

   El mormorava; e non so che «Gentucca»

sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga

de la giustizia che s’ li pilucca.

   «O anima», diss’ io, «che par s’ vaga

di parlar meco, fa s’ ch’io t’intenda,

e te e me col tuo parlare appaga».

   «Femmina è nata, e non porta ancor benda»,

cominciò el, «che ti farà piacere

la mia città, come ch’om la riprenda.

   Tu te n’andrai con questo antivedere:

se nel mio mormorar prendesti errore,

dichiareranti ancor le cose vere.

   Ma d’ s’i’ veggio qui colui che fore

trasse le nove rime, cominciando

‘Donne ch’avete intelletto d’amore’».

   E io a lui: «I’ mi son un che, quando

Amor mi spira, noto, e a quel modo

ch’e’ ditta dentro vo significando».

   «O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo

che ‘l Notaro e Guittone e me ritenne

di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!

   Io veggio ben come le vostre penne

di retro al dittator sen vanno strette,

che de le nostre certo non avvenne;

   e qual più a gradire oltre si mette,

non vede più da l’uno a l’altro stilo»;

e, quasi contentato, si tacette.

apprezza: mostra di apprezzare;

 – aver contezza: mostra di conoscermi più degli altri;

 – Gentucca: gentildonna di Lucca, sconosciuta ancora a Dante (non so che..),  che lo ospiterà in una città ostile ai fuoriusciti bianchi;

 – pilucca: piluccare: spiccare gli acini uno ad uno, consuma a poco a poco;

  – benda: velo che copriva i capelli delle donne sposate: Gentucca è ancora giovane nel 1300;

 – come che: concessivo: benché;

 – la riprenda: benché la si rimproveri;

 – antivedere: con questa premonizione;

 – prendesti errore: è sorto in te qualche dubbio;

 – dichiareranti: la realtà dei fatti te lo mostrerà;

  – nove rime: è la poetica della loda, che ha inizio con Donne ch’avete, nella Vita Nova; dove D. esprime il proprio amore autoappagante tramite la lode dell’amata;

 – i mi son un: modestia: sono uno dei tanti che..;

 – Amor: è il dictator, colui che detta; l’autore: è lo scriba fedele; significante: esprimere tramite segni, scrivere;

 – issa: ora io vedo! forte municipalismo (si Lucca);

 – nodo: l’ostacolo; metafora della falconeria: il nodo che tiene legato il falcone non ancora addestrato al cacciatore;

 – penne: quelle per scrivere, e si ricollega alla metafora del falcone che può volare liberamente;

 – gradire: avanzare, procedere oltre (nell’indagine);

 – più: non vede altre differenze;

 – quasi contentato: non ha capito che le differenze sono ben altre!

64-99. Riprende il dialogo-cammino con Forese: Dante si augura di rivedere presto Forese in Purgatorio (cioè di morire presto) perché la città dove vive (Firenze) si corrompe ogni giorno di più. Forese si congeda annunciando la morte di suo fratello, Corso Donati, ritenuto la causa principale del male di Firenze.

  Come li augei che vernan lungo ‘l Nilo,

alcuna volta in aere fanno schiera,

poi volan più a fretta e vanno in filo,

    cos’ tutta la gente che l’ era,

volgendo ‘l viso, raffrettò suo passo,

e per magrezza e per voler leggera.

   E come l’uom che di trottare è lasso,

lascia andar li compagni, e s’ passeggia

fin che si sfoghi l’affollar del casso,

   s’ lasciò trapassar la santa greggia

Forese, e dietro meco sen veniva,

dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?».

   «Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva;

ma già non fà ¯a il tornar mio tantosto,

ch’io non sia col voler prima a la riva;

   però che ‘l loco u’ fui a viver posto,

di giorno in giorno più di ben si spolpa,

e a trista ruina par disposto».

   «Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa,

vegg’ à ¯o a coda d’una bestia tratto

inver’ la valle ove mai non si scolpa.

   La bestia ad ogne passo va più ratto,

crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,

e lascia il corpo vilmente disfatto.

   Non hanno molto a volger quelle ruote»,

e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro

ciò che ‘l mio dir più dichiarar non puote.

   Tu ti rimani omai; ché ‘l tempo è caro

in questo regno, s’ ch’io perdo troppo

venendo teco s’ a paro a paro».

    Qual esce alcuna volta di gualoppo

lo cavalier di schiera che cavalchi,

e va per farsi onor del primo intoppo,

   tal si partì da noi con maggior valchi;

e io rimasi in via con esso i due

che fuor del mondo s’ gran marescalchi.

1° similitudine: le gru (per le anime);

augei: le gru;   vernan: svernano, passano linv.;

 – alcuna volta: in certe stagioni;    schiera: gruppo;

  – a filo: in fila, l’una dietro l’altra;

 2° similitudine: il corridore (per Forese);

 – l’uom: impersonale, come chi è stanco di correre;

 – affollar: <lat. follis, mantice (che si gonfia);

 – casso: il petto, <lat. capsa;

 – trapassar: lasciò procedere oltre;

  – già: ormai;   mi viva: vivrò (mi pleonastico);

 – tantosto: tanto presto;

 – riva: la spiaggia del Purgatorio;

 – loco: Firenze;

si spolpa: si impoverisce, si scarnifica;

 – ruina: rovina, politica e morale insieme;

  – or va: vai tranquillo;   quei: Corso Donati;

 – veggio: lo vedo trascinato all’inferno dalla coda di un cavallo (come in molte leggende popolari);

 – la Chronica del Villani dice che Corso cadde da cavallo, e fu trascinato con un piede impigliato alla staffa;

non hanno ruote: non passeranno molti anni;

 – ruote: le ruote celesti, lo scorrere del tempo;

 – ciò che: la morte di Corso, velata dalla profezia di Forese;

 3° similitudine: il guerriero a cavallo;

 – esce: dal gruppo, per affrontare da solo il nemico ed averne maggior onore;   di gualoppo: al galoppo;

 – intoppo: scontro;

valchi: falcate (sincope: valichi);

 – con esso i due: solo con quei due (esso: raff.);

 – marescalchi: < mariscalcus (latinizz. dal francese), prima stalliere, poi carica militare (oggi: maresciallo);

Molti temi. In questo canto sono affrontati molti temi:

 – l’amicizia: tra Dante e Forese, che tocca il culmine in questo affettuoso arrivederci;

 – il ricordo: questo canto è tutta una rievocazione del passato;

 – la poesia: il canto, con il precedente, è un importante momento di autocoscienza poetica per Dante, che fa i conti con esperienze poetiche che egli ha rifiutato o continuato; nello stesso tempo fissa un canone della poesia lirica italiana, canone che noi tuttora seguiamo;

 – la carità femminile: quella di Gentucca, e quella di Piccarda, già in paradiso, nel cerchio della Luna;

 – la Giustizia divina: oltre a quello di base del Purgatorio (peccati puniti), anche la punizione di Corso

Donati;

100-129. Esempi di Gola punita. Dopo il saluto con Forese, Dante descrive la penitenza e gli exempla:

1)      penitenza: le anime passano sotto un albero carico di frutti, alzando inutilmente le braccia;

2)      Esempi di gola punita: come all’inizio della Cornice venivano gridati esempi di temperanza (virtù opposta) qui vengono gridati esempi di Gola punita:

– i centauri: che furono sterminati da Teseo dopo essersi saziati e ubriacati (classico);

 – gli ebrei: che dopo aver bevuto troppo avidamente da una fonte d’acqua, non furono condotti da Gedeone in una spedizione militare (biblico);

   E quando innanzi a noi intrato fue,
che li occhi miei si fero a lui seguaci,
come la mente a le parole sue,Vidi gente sott’ esso alzar le mani
parvermi i rami gravidi e vivaci
d’un altro pomo, e non molto lontani

per esser pur allora vòlto in laci.
e gridar non so che verso le fronde,
quasi bramosi fantolini e vani

che pregano, e ‘l pregato non risponde,
ma, per fare esser ben la voglia acuta,
tien alto lor disio e nol nasconde.

Poi si partì s’ come ricreduta;
e noi venimmo al grande arbore adesso,
che tanti prieghi e lagrime rifiuta.

«Trapassate oltre sanza farvi presso:
legno è più sù che fu morso da Eva,
e questa pianta si levò da esso».

S’ tra le frasche non so chi diceva;
per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
oltre andavam dal lato che si leva.

«Ricordivi», dicea, «d’i maladetti
nei nuvoli formati, che, satolli,
Tesà «o combatter co’ doppi petti;

e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,
per che no i volle Gedeon compagni,
quando inver’ Madà ¯an discese i colli».

S’ accostati a l’un d’i due vivagni
passammo, udendo colpe de la gola
seguite già da miseri guadagni.

intrato: andato avanti (a noi);

 – si fero a lui seguaci: lo seguirono;

 – le parole sue: la sua profezia (D. ci pensava);

 – parvemi: mi apparve davanti;

 – gravidi: di frutti;   vivaci: di foglie;

 – pur allora: solo allora;   in laci: in quella direzione;

  – vani: sprovveduti;

  – la voglia: cioè che  loro desiderano;

  – si partì: la folla;   ricreduta: avendo capito lo scherzo;

 – adesso: venimmo subito al grande albero;

 – rifiuta: non esaudisce;

  – farvi presso: senza avvicinarvi;

 – legno: l’albero della conoscenza del bene e del male;

  – lato che si leva: verso la parte che sale su;

 – maledetti: i centauri;

  – nuvoli: figli di Nefele;

 – petti: sineddoche: corpi > uomo/cavallo;

 – molli: lascivi, avidi;

 – inver: contro i Mandianiti;

  – vivagni: margini;

 – cole de la gola: peccati di gola puniti;

 – guadagni: ironico: intende: punizioni;

I centauri. Figli di Iss’one e Nefele (nuvola), erano stati invitati dai Làpiti alle nozze di Piritoo e Ippodamia; là si erano ubriacati e avevano cercato di violentare le donne dei Lapiti; per questo erano stati sterminati da Teseo, amico di Piritoo.

Gli ebrei. Gedeone era il giudice-condottiero degli ebrei nella spedizione militare contro i Mandianiti. Prima di condurli in battaglia li fece fermare a bere in una fonte, e scartò quelli che, per ingordigia, si erano inginocchiati per bere (gesto idolatrico);

130-154. L’angelo della Temperanza. Oltrepassato l’albero, i tre odono una voce che indica loro la strada: si tratta dell’Angelo della Temperanza, custode della sesta cornice, che abbaglia Dante con la sua luce, e con l’ala, gli toglie dalla fronte la sesta P, mentre recita un la quarta beatitudine: «beati coloro che hanno fame e sete di giustizia».

   Poi, rallargati per la strada sola,
ben mille passi e più ci portar oltre,
contemplando ciascun sanza parola.

  «Che andate pensando s’ voi sol tre?».
sùbita voce disse; ond’ io mi scossi
come fan bestie spaventate e poltre.

   Drizzai la testa per veder chi fossi;
e già mai non si videro in fornace
vetri o metalli s’ lucenti e rossi,

   com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace
montare in sù, qui si convien dar volta;
quinci si va chi vuole andar per pace».

   L’aspetto suo m’avea la vista tolta;
per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,
com’ om che va secondo ch’elli ascolta.

   E quale, annunziatrice de li albori,
l’aura di maggio movesi e olezza,
tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;

   tal mi senti’ un vento dar per mezza
la fronte, e ben senti’ mover la piuma,
che fé sentir d’ambrosà ¯a l’orezza.

   E senti’ dir: «Beati cui alluma
tanto di grazia, che l’amor del gusto
nel petto lor troppo disir non fuma,

   esurà ¯endo sempre quanto è giusto!».

 – rallargati: distanziati l’uno dall’altro;  sola: deserta;

ci portar oltre: avanzammo per più di mille passi;

 – contemplando: ciascuno meditando;

 – sol tre: rima franta;

  – poltre: pigre; hysteron proteron: pigre > spaventate;

 – fossi: fosse;

 – un che dicea: è l’angelo della Temperanza;

 – dar volta: svoltare;

 – quinci: di qua;

 – la vista tolta: mi aveva abbagliato;

  – secondo ch’elli ascolta: come il cieco, che per muoversi aspetta istruzioni;   albori: l’alba;

 – olezza: profuma:

  – l’orezza: l’aria;

 – alluma: illuminati dalla grazia;

 – fuma: emette fumo > annebbia;

 – esauriendo: <lat. esurì«re: aver fame di («beati qui esuriunt ad sitiunt iustitiam»);