Qui ho imparato la tolleranza, perché continuo a vivere secondo il mio cuore – di Cristina Rocchetto

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 Ho scritto recentemente un articolo-denuncia per dare voce ad uno dei tanti casi di discriminazione scolastica che molti minori vivono quotidianamente e nel silenzio generale nelle nostre scuole. Pubblico ora, quasi a caso, una delle tante interviste che costituiscono la parte “viva” del contenuto di una mia pubblicazione, “Appartenenze straniere”, edito in modalità e-book da “Edizioni Circolo Virtuoso” ,
una raccolta di articoli scritti anni fa, quando vivevo ancora in Germania, riguardanti soprattutto i problemi di integrazione di bambini portatori di problematicità nella scuola tedesca, l’esistenza, lì, della scuola differenziale e l’ab-uso degli psicofarmaci; ma anche temi variamente legati al pre-giudizio ed alla discriminazione di chi si presenta o è recepito come “diverso”.
Fu in Germania che ho iniziato ad occuparmi di questi temi cercando di fare quello che posso per rendere note attraverso la scrittura pubblica situazioni su cui la sensibilità del cittadino medio non sembra sapersi soffermare, soprattutto quando si ritrova in classe o nella vita privata dei figli elementi considerati “di disturbo”: è allora che, al di là delle lacrimose manifestazioni di solidarietà pubblica davanti alla tragicità di alcuni epiloghi, moltissime famiglie mostrano il loro vero livello di capacità di solidarietà e comprensione umana.
Io concepisco anche il mio scrivere su queste tematiche un “e-ducare” ai valori di etica sociale in cui credo. Sul Web, facendo la ricerca sul nome della pubblicazione, esiste la possibilità di entrare in un link che ne dà la presentazione e l’indice, da cui può  desumersi l’impegno generale dell’opera.



INTERVISTA: Qui ho imparato la tolleranza, perché continuo a vivere secondo
il mio cuore
Intervista ad una mamma
italiana, il cui nome sarà mantenuto anonimo.
D- Il nome lo lasciamo a casa. Vuoi raccontarci quando e perché sei venuta
in Germania?
R- Sono passati un bel po’ di anni! Avevo
appena terminato le superiori, pensai di prendermi un periodo di stacco, forse
per bisogno d’evasione. Qui in Germania c’erano già parenti, tra cui un
fratello che allora pensava di aprire un locale. Venni qui… e ci rimasi…
Loro erano venuti un po’ per la mancanza
di prospettive in Italia, ma soprattutto, credo, anche loro per spirito di
avventura. Sai, da noi non è raro che qualcuno venga in Germania, non si tratta
di una scelta completamente fuori dagli schemi. Ma già appartenevamo tutti ad
una diversa generazione di emigrati, eravamo giovani, ci muovevamo senza
genitori. Ricordo che allora non c’era il satellite, ci seguivamo Radio Colonia
ed un programma settimanale di EuroNews in TV. Si lavorava molto…
D- E qui ti sei infine sposata con un compaesano…
R- Già, per questo tanto lontano non sono
andata, almeno io: i miei parenti hanno invece mogli locali e figli misti, che
parlano anche la nostra lingua, anche se non speditamente.
D- Dunque, la tua situazione è diversa da quella di molti: hai un diploma,
sei venuta qui e ti sei integrata nell’ambiente attraverso il filtro dei tuoi
parenti che, legati a donne tedesche, hanno famiglie miste e sono, perciò,
inseriti nella vita del posto.
R- Sì, è così. Infatti, quando sento
parlare di shock culturale, io onestamente non mi ci ritrovo. È vero che mi
manca la famiglia, ma, tutto sommato, io qui sto bene. In questa cittadina
tedesca gli Italiani non vivono ghettizzati, sono anzi sparsi, non ci sono
industrie. Io ho sempre rifiutato di isolarmi in gruppi, mi piace conoscere la
gente, sia tedesca che di altre nazionalità, sono curiosa di conoscere le
abitudini degli altri posti. Però non è sempre così: alcune famiglie vivono
tappate in casa o tra parenti e connazionali senza concedersi il modo di
imparare la lingua e di frequentare la gente del posto – a parte, forse, i
mariti, quando hanno un lavoro che li mette in contatto con i locali. In quel
caso, anche l’inserimento dei figli ed il loro apprendimento della lingua
tedesca potrebbero risentirne.
D- Ora hai due bambini: come mamma, quali sono le problematiche che
affronti educando i tuoi figli in un ambiente diverso?
R- Io distinguo, lì dove ci sono
differenze, tra gli usi locali ed i nostri, dicendo che a casa si fa così; ma
non forzo i miei figli. A casa, comunque, parliamo italiano e sono contenta di
sentire che mio figlio ha registrato anche qualche espressione del nostro
dialetto. Sono entrambi orgogliosi di avere radici italiane, questo sì.
Riferendomi alle questioni che hai posto attraverso i tuoi articoli, ti dirò
che anche io ho notato la regolare mancanza del tovagliolo nella tavola
dell’asilo, anzi, mio figlio mi ha sempre ripetuto che era uno dei pochi
bambini del gruppo a mangiare con la bocca chiusa durante la colazione di prima
mattina! Io, comunque, a casa cucino e tutti mangiamo a tavola. Dunque, di
quello che all’asilo non fanno mi sono preoccupata relativamente. Per l’uso del
bagno, mio figlio ha imparato le due maniere che descrivevi. Con il problema
della “via della scuola”, invece, posso dire di avere avuto qualche pensiero.
D- Come ti sei regolata?
R- Con il cuore. Noi viviamo in mezzo alla
città, mio figlio deve attraversare strade trafficate, io ho paura di macchine
e pedofili. Perciò lo accompagno. Ma gli ho detto anche io di avere fiducia in
lui, lui sa che il problema non è questo. Ora ho cominciato ad andargli anche
incontro, lasciandogli fare qualche tratto di strada da solo. Comunque ho
paura, e mio marito è peggio di me! Conosco famiglie tedesche che fanno
esattamente come noi, dunque non ho il problema di far pesare le paure su mio
figlio. So che in Italia, in alcune parti almeno, vengono usati i pensionati
per far attraversare la strada ai bambini…
D- Io lo so dalla dott.ssa Liguori-Pace, che aveva provato a proporre il
progetto dei “nonni” anche a Francoforte. A Londra, anziché i nonni, ci sono
volontari o disoccupati, non so, comunque gente che, con tanto di giubbetto,
berretto e paletta, aspetta i bimbi vicino ad ogni punto in cui loro devono
attraversare la strada, per fermare il traffico. Torniamo a noi: tu osservi una
grande differenza tra le due esperienze del primo inserimento dei tuoi figli in
ambiente esterno alla famiglia: dipende tutto dal carattere?
R- Probabilmente anche. Però io avrei da
rilevare una cosa: mio figlio ha avuto un posto all’asilo fino alle 12.00:
ossia, non mangiava con gli altri a pranzo e stava nel gruppo per poche ore al
giorno; il gruppo non era tenuto insieme da attività collettive; il bambino,
per tutto il primo anno, non si è inserito, non parlava la lingua. Era come se
avesse creato un muro tra lui e quell’ambiente, come avesse sviluppato
ostilità: all’asilo diventava un altro. Io ho sempre pensato che il problema
fosse la lingua, e lo abbiamo lasciato lì anche il quarto anno (essendo nato in
estate, potevamo scegliere se mandarlo a scuola a 6 o 7 anni). Però ero un po’
stranita dal modo in cui la sua personalità non era per nulla colta dalle
insegnanti, dicevano che non era un bambino “curioso”… Ma in Italia lui non
mostrava alcun problema d’inserimento, a 5 anni sapeva già quasi leggere e
scrivere – in italiano, naturalmente, il mio bambino ha sempre amato
l’italiano. E già pensa al latino (non è detto che l’idea gli rimanga!)… Non ha
bei ricordi dell’asilo, nessun legame affettivo: mi piange il cuore, pensare
che ci ha trascorso quattro anni della sua vita! Ancora oggi si ricorda di
un’accusa ingiusta subita: la direttrice non gli credette e lo accusò di
mentire. Ma non era vero e lei è rimasta, a detta sua, la sua “peggior nemica”.
Una volta a scuola, invece, il bambino non
solo non ha mostrato problemi d’inserimento, ma, quando dopo qualche settimana
ci proposero di metterlo direttamente in seconda elementare, lui si oppose: non
voleva assolutamente cambiare classe e maestra. Penso che abbia sentito nella
sua nuova insegnante il rispetto e la fiducia che gli erano sempre mancati
nell’altro ambiente, che rimaneva un po’ anonimo e non dava calore. Noi siamo
stati felicissimi di lasciarlo dove finalmente si mostrava felice. E dire che
all’asilo le maestre dicevano che andava tutto bene…
D- Aspetta, qui il punto è importante: il bambino, a parte reagire con
introversione e rifiuto, non ha mai disturbato il gruppo. E le maestre dicevano
che tutto andava bene, anche se tu percepivi una netta differenza tra quello ed
il suo solito modo di relazionarsi con l’ambiente. Non si sono mai accorte, in
quattro anni, che il bambino non ha imparato ad amare l’asilo? Non hanno mai
messo qualcosa del loro metodo in dubbio? Non hanno notato che il bambino,
inserendosi il secondo anno, aveva comunque bisogno di portarsi da casa un
giocattolo (una pistola) che è simbolo evidente di difesa personale?
R- No. Spesso mi sono chiesta se un
bambino, per ottenere più attenzione, non debba davvero fare scenate… allora
sì, che si fa sentire e notare… Nel suo caso, il giocattolo lo aiutò a
procurarsi un ruolo nel gruppo dei bambini, che portarono anche loro cose
simili da casa, cominciandoci a giocare tutti insieme. Comunque, il problema
con quell’asilo non è solo mio: altre mamme, anche tedesche, si lamentano della
mancanza di dialogo. Ma l’asilo è centrale, la lista di attesa lunga… E se ti
rispondono “Se non ti piace, vai…”, tu che fai?… In generale, non c’era una
possibilità di scambio veramente costruttivo, le nuove proposte sono rifiutate,
ma non sulla base di un pregiudizio contro l’Italia o contro i bambini
stranieri… Le maestre, singolarmente parlando, amano l’Italia, anzi… E, ogni
tanto, qualche iniziativa interculturale viene presa, non dico di no… Però era
come se la regola fosse quella, il clima era un po’ freddino… Anche le riunioni
tra genitori sono fatte alla sera, io la sera rimango sola a casa, a chi lascio
i miei figli?…
D- E la bambina invece?
R- Altra storia. Diverso il gruppo,
diverse le maestre; posto fino al pomeriggio. La bimba è inserita, tanto che
tende a portare il tedesco a casa e parla, a volte, italiano formulandolo dalla
struttura tedesca – al fratello succedeva esattamente l’opposto. Evidentemente,
la bambina fa più esperienze piacevoli nella lingua tedesca, è più inserita nel
gruppo, certamente anche grazie all’orario più lungo e, di conseguenza, non
rifiuta la lingua. Io mi chiedo perché ai bimbi stranieri non è concesso un
orario prolungato, basterebbe solo questo, anche solo fino alle 14.00. Mangiare
insieme agli altri bambini è importante, penso io…  
D- Come mamma, cosa hai concluso da queste esperienze?
R- Che in certi asili mancano forse
attività e giochi di gruppo, ed il dialogo tra istituzione e famiglia.
D- Prima di chiudere: dopo quasi vent’anni in Germania, due figli nati qui,
qual è il bilancio? Cosa ti ha dato questo Paese?
R- Mi ha fatto conoscere la tolleranza,
perché qui io ho imparato a conoscere usi diversi e ad accettarli mantenendo i
miei.
D- Torneresti in Italia?
R- Guarda, ci abbiamo pensato e provato
pure. Tanti conoscenti e parenti sono tornati: qualcuno è felice di essere di
nuovo là; qualcuno ha nostalgia della Germania. Dopo un po’, ti abitui anche a
stare qui, anche un posto straniero può diventare una parte della tua vita.
Pure io mi sono abituata a certe cose. Soprattutto agli spazi, alla possibilità
di scelta. Dalle mie parti, il fare cose diverse dagli altri è motivo di
discussione e pettegolezzo, le vedute sono ristrette… Ma mi manca la mia
famiglia, ogni volta che ripartiamo sono solo lacrime… Sì, in Italia tornerei,
ma in un’altra zona, una città del centro, più grande…
D- Perché?
R- Perché l’Italia è
bella!
Cristina Rocchetto
(estratto da “Appartenenze straniere”, Edizioni Circolo Virtuoso)

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Un pensiero riguardo “Qui ho imparato la tolleranza, perché continuo a vivere secondo il mio cuore – di Cristina Rocchetto

  • 12 Febbraio 2013 in 14:29
    Permalink

    Sto pubblicando (anche in forma di brevi aneddoti) storie di ingiustizia sociale o discriminazione subite da minori – a scuola e non – a causa dei pre-giudizi di chi chiama "fatti" le sue percezioni personali di situazioni umane di cui non si preoccupa di verificare nulla.
    Ne conosco già tante, tutte relative ad un livello medio di responsabilità civica alquanto discutibile e demoralizzante. Mi rendo disponibile per renderle note nella forma di pubblica denuncia, che, pur salvaguardando i minori quanto ad identità, pubblicate sul Web, non spariscono e possono perlomeno tornare utili a chi legge come spunti di riflessione etica. La qual cosa è sempre stata il reale obiettivo della mia azione di scrittrice.

    In questo blog ne ho già pubblicato altri due esempi: un breve aneddoto (che riporta un curioso scambio di battute tra una mamma in cerca del figlio "scomparso" da 24 ore ed un'altra madre preoccupata di vedere il proprio figlio coinvolto nelle indagini della Forze dell'Ordine già allertate)ed un articolo ('Dedicato all'insegnante che sorrise tre volte dicendo: "Io sono cattiva" ').
    Rimango contattabile tramite questo blog o il mio indirizzo di profilo Facebook: https://www.facebook.com/cristina.rocchetto?ref=tn_tnmn

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