Rainer Maria Rilke


di Carlo Zacco

Rainer Maria Rilke (1875 – 1926)

Nasce a Praga nel 1875. La sua è una poesia incentrata sulla riflessione filosofica, ma di carattere emotivo più che razionale. Il poeta vuole farci percepire le sue emozioni, anche se non pretende che le condividiamo.

Manca in lui la componente aristocratica, non c’è in lui l’alterigia di George o Hofmannsthal.

http://www.zeno.org/Literatur/M/Rilke,+Rainer+Maria

 

 

Un Aprile, in Buch del Bilder, 1902

 

Wieder duftet der Wald.

Es heben die schwebenden Lerchen

mit sich den Himmel empor, der unseren Schultern schwer war;

zwar sah man noch durch die Äste den Tag, wie er leer war, –

aber nach langen, regnenden Nachmittagen

kommen die goldübersonnten

neueren Stunden,

vor denen flüchtend an fernen Häuserfronten

alle die wunden

Fenster furchtsam mit Flügeln schlagen.

 

Dann wird es still. Sogar der Regen geht leiser

über der Steine ruhig dunkelnden Glanz.

Alle Geräusche ducken sich ganz

in die glänzenden Knospen der Reiser.

Stile. Il traduttore ‘dannunzianeggia un po nell’uso delle parole, e non rispetta il metro che in originale è molto più irregolare.

La rappresentazione è di tipo impressionistico: con pochi tocchi di colore, attraverso una rapida giustapposizione di immagini, viene reso l’arrivo della primavera.

vv. 1-4: In ogni caso in questa poesia viene descritto un ritorno al nuovo, alle cose desiderate, fruhlings erwacht, la primavera si risveglia; ricompaiono le allodole, che in Hofmannsthal erano hoffungslos, disperate, ora paiono sollevare il peso del cielo.

vv. 5-9: Le immagini naturalistiche hanno grande importanza: uno stormo duccelli arriva all’improvviso, è la luce che viene presentata con un Ed ecco / a fine verso, come sospeso nel vuoto per via dellenjambement. La luce compare all’improvviso come se fosse uno stormo dìuccelli che di colpo si innalza in cielo.

vv. 10-13: la luce si riflette sulle finestre che da essa vengono ferite.

vv. 14-18: Una nuova sensazione: il silenzio. Le gocce di pioggia sembrano fiori sui rami.

 

Herbstag (giorno d’autunno)

 

Herr: es ist Zeit. Der Sommer war sehr groß.

Leg deinen Schatten auf die Sonnenuhren,

und auf den Fluren laß die Winde los.

 

Befiehl den letzten Früchten voll zu sein;

gieb ihnen noch zwei südlichere Tage,

dränge sie zur Vollendung hin und jage

die letzte Süße in den schweren Wein.

 

Wer jetzt kein Haus hat, baut sich keines mehr.

Wer jetzt allein ist, wird es lange bleiben,

wird wachen, lesen, lange Briefe schreiben

und wird in den Alleen hin und her

unruhig wandern, wenn die Blätter treiben

Il metro è qui rispettato dal traduttore Giaime Pintor, fratello di Luigi pintor (direttore de Il Manifesto) che rispetta anche glienjambement.. Si tratta sostanzialmente di una preghiera a Dio, Herr, che regge il mondo e al quale si chiede di allontanare larsura. Siamo di fronte ad un altro tipo di passaggio stagionale, quello dall’estate all’autunno (Herbst), e viene qui descritta la sensazione di ripiegamento, della natura che si chiude in sé stessa.

vv. 1-3: C’è un senso di religiosità, ci si rivolge ad un Dio, Herr, che questa volta non è generico come in George, ma è proprio quello cristiano. Dio viene invocato perché porti un rimedio all’arsura (Sommer = estate).

vv. 4-7: Il discorso si allarga gradualmente in questa seconda strofa grazia allenjambement, mantenuto dal traduttore, e appare meno frammentto rispetto alla prima strofa.

vv. 8-12: Si passa da una descrizione naturalistica ad una dimensione interiore; il discorso si allarga ulteriormente tramite una serie di enj.

 

Römische Fontäne (Fontana di Roma), in Neue Gedichte, 1907

 

Zwei Becken, eins das andre übersteigend

aus einem alten runden Marmorrand,

und aus dem oberen Wasser leis sich neigend

zum Wasser, welches unten wartend stand,

 

dem leise redenden entgegenschweigend

und heimlich, gleichsam in der hohlen Hand,

ihm Himmel hinter Grün und Dunkel zeigend

wie einen unbekannten Gegenstand;

 

sich selber ruhig in der schönen Schale

verbreitend ohne Heimweh, Kreis aus Kreis,

nur manchmal träumerisch und tropfenweis

 

sich niederlassend an den Moosbehängen

zum letzten Spiegel, der sein Becken leis

von unten lächeln macht mit Übergängen.

Il rapporto con la realtà e con la natura è più concreto, è notevole la sua capacità raffigurativa derivata anche dalla frequentazione con i pittori francesi (Rodin). Viene qui descritta con grande delicatezza la fontana di Roma. Loriginale è un sonetto, in traduzione le due quartine e le due terzine vengono unite. Nella prima strofa si descrive il movimento cadenzato dell’acqua; nella seconda continua la descrizione, ma si dice che l’acqua «trasogna», appare come in un sogno dunque.

 

 

 

 

 

Sonetti a Orfeo, I, 3

 

Rilke è un poeta difficile, specie quando il suo senso di spiritualità e i suoi interrogativi sull’esistenza si concretizzano in un discorso filosofico. Questo rente più difficile creare versi, Rilke affronta il problema e compone poesie anche su questi temi astratti.

Scrive Sonetti ad Orfeo in memoria di una fanciulla scomparsa, anche se questo tema è più che altro una scusa per parlare di altro ed allargare il discorso sui limiti dell’uomo e della poesia stessa (cantare è esistere). La poesia è per lui espressione di uno stato di coscienza, anche se l’uomo è talemente complesso da non sapere sempre in quale stato si trovi, non è mai in pace con sé stesso e non sempre è consapevole di ciò che sta provando; da qui viene la dichiarazione delle difficoltà a cantare, difficoltà avvertita in primo luogo dal poeta.

[Si pone qui un problema: per il poeta cantare vuol dire esistere, tramite la parola egli dà prova della propria esistenza poiché con la parola egli dà forma al suo mondo interiore; il problema è che la parola non coincide con la cosa, ma può solo fare riferimento ad essa, res e verba per l’uomo sono purtroppo irrimediabilmente separate. In quale situazione può capitare che res e verba siano unite? In un solo caso, nella parola di Dio: Dio infatti per creare una cosa ne pronuncia il nome: Dio dice: «luce» e la luce è una volta per tutte: quando Dio parla la sua parola coincide con la cosa.

Saggio di Bachtin L’autore e L’eroe, pg. 273: «le parole non sono di nessuno, e di per sé non valgono nulla, ma sono a sevizio di ogni parlante e delle sue più diverse contrastanti valutazioni»] 

 

vv. 1-4: Che cosa può Dio che l’uomo non può? lo dice dopo: suonare la lira: il dio Apollo può farlo, l’uomo no. Il suono che si agita in noi è discorde, noi uomoni non riusciamo ad armonizzare le discordanze del cuore.

vv. 5-8: chi sia questo tu  non è precisato: può essere l’uomo o può esser e il poeta stesso, è impersonale, il senso è che non si può insegnare a cantare.

Il dio può esistere e cantare, canta perché esiste, ma noi quando siamo? (risposta: dato che noi non siamo, non siamo nemmeno in armonia con noi stessi, e non possiamo cantare);

vv. 9-11: quando noi possiamo a raggiungere questo desiderio? Risposta: mai. Anche i più bei momenti d’amore, sono solo brevi momenti.

vv. 12-14: In verità per cantare occorre altro respiro; il calmo alito, in riginale è il respiro di Dio.

 

Ottava Elegia, in Elegie Duinesi, 1912

 

Ci si sofferma qui sulla differenza tra l’uomo e le altre creature: il timore della morte è tipico dell’uomo e non degli altri animali, e questo timore non ci consente di godere pienamente della vita.

vv. 1-2: l’opposizione tra uomo e altre creature è implicita: queste possono guardare la vita e goderne in libertà, si aprono all’essere.

vv. 3-6: mentre gli occhi delle altre creature sono aperti, quelli dell’uomo dono rivoltati all’indietro,