Ad Angelo Mai

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Giacomo Leopardi – Canti, III

parafrasi interlineare di Carlo Zacco

Canti

III – Ad Angelo Mai

 

III –

Ad Angelo Mai

 

 

 

 

 

 

1

Italo ardito

a che

non posi giammai

di svegliar dalle tombe

i nostri padri?

e(d) gli meni

Temerario italiano

perché

non smetti mai

di sottrarre all’oblio

gli scrittori classici?

e li conduci

 

a parlar

a questo secol morto

al quale incombe

tanta nebbia di tedio?

E (tu) voce antica

a parlare

a questo nostro presente inoperoso

sul quale grava

una così fitta nebbia di noia?

E tu antica voce

 

de’ nostri,

come

or vieni sì forte

e sì frequente

a’ nostri orecchi,

muta

dei classici,

come mai

vieni ora così fortemente

e così frequentemente

ai nostri orecchi,

dopo essere stata muta

 

sì lunga etade?

e perché tanti risorgimenti?

In un balen 

le carte

venner

feconde;

 

per così tanto tempo?

E perché tanti ritrovamenti?

In un istante

i codici antichi

hanno ricominciato

a parlare.

 

 

i polverosi chiostri

serbaro occulti

alla stagion presente

i detti generosi

e santi degli avi.

i polverosi conventi

hanno conservato nascoste

in favore del tempo presente

le parole generose

e sacre degli antichi.

 

E che valor t’infonde il fato

italo egregio?

O forse il fato

contrasta

invano con l’umano valor?

E che valore ti infonde il fato,

o egregio italiano?

O forse il fato

si oppone

perdendo contro l’ingegno umano?

 

2

Certo

non è

senza de’ numi alto consiglio

ch’ove il nostro disperato obblio

 

 

Certamente

non accade

senza una profonda intenzione degli dei

che quando il nostro oblio senza speranza

 

 

 

è più lento e grave

ne rieda ogni momento a percoter

novo grido

de’ padri.

è più torpido e grave

ci torni ogni momento a colpire l’udito

la voce rinnovata

degli autori classici.

 

Il cielo è dunque

ancora pio

all’Italia;

qualche immortale si cura anco di noi:

Ch’essendo questa

 

Il cielo è dunque

ancora pietoso

verso l’Italia;

anche Dio si preoccupa ancora di noi:

infatti, essendo questa

 

 

o nessun’altra poi

l’ora da ripor mano

alla virtude rugginosa

dell’itala natura,

veggiam che il clamor

– e poi nessun altra –

l’ora per rimettere mano

al valore arrugginito

della natura italiana,

vediamo che il grido

 

de’ sepolti

è tanto e tale,

e che il suol

quasi dischiude

gli eroi dimenticati

dei morti

è così frequente e insistente,

e [vediamo] che il suolo

quasi porta alla luce

gli eroi antichi,

 

a ricercar,

o patria,

s’ anco ti giovi

esser codarda

a questa età sì tarda.

per verificare,

o patria,

se ti piaccia ancora

essere vile

in quest’epoca così matura.

 

3

O gloriosi,

serbate ancora

qualche speranza

di noi?

non siam periti

in tutto?

A voi forse

O gloriosi antichi,

conservate ancora

qualche speranza

quanto a noi?

Non siamo morti

del tutto?

a voi forse

 

non si toglie

il futuro conoscer.

Io son distrutto

né schermo alcuno ho

dal dolor

che l’avvenire

m’è scuro

non è negato

conoscere il futuro.

Io sono distrutto

e non ho nessuna difesa

dal dolore

dato che l’avvenire

mi è oscuro,

 

e tutto quanto io scerno

è tal

che fa parer

la speranza

sogno e fola.

Anime prodi,

 

e tutto ciò che io vedo

è così negativo

che fa apparire

la speranza

sogno o illusione.

O anime nobili,

 

 

ai tetti vostri

successe

plebe

inonorata,

immonda;

al vostro sangue

ogni valor

nelle vostre case

è subentrata

una plebe

senza onore

e ignobile;

ai vostri discendenti

ogni valore

 

è scherno

e d’opra

e di parola;

né rossor più

né invidia

di lodi

è oggetto di scherno

sia nei fatti

che nelle parole;

non c’è più vergogna

né invidia

delle lodi

 

vostre eterne;

ozio circonda

i monumenti vostri;

e siam fatti

esempio

di viltade alla futura etade.

che avete meritato;

l’ozio circonda

i vostri monumenti;

siamo diventati

un esempio

di viltà per il futuro.

 

4

Bennato ingegno,

or quando

altrui non cale

de’ nostri alti parenti,

a te ne caglia,

O ingegno nobile,

dal momento che

agli altri non importa nulla

dei nostri illustri antenati,

a te importa,

 

a te cui fato

aspira

benigno sì

che per tua man

presenti paion

que’ giorni

a te che il destino

spira

così favorevolmente

che grazie a te

paiono presenti

quei giorni (dell’umanesimo)

 

allor che ergean

la chioma

dalla antica dira

obblivione,

con gli studi sepolti,

i divini

quando sollevavano

la testa

dalla lunga e nefasta

dimenticanza

insieme agli studi abbandonati

gli immortali uomini

 

vetusti,

a cui natura

parlò

senza svelarsi,

onde allegràr

dell’antichità,

a cui la natura

parlò

senza svelare il tragico nulla dell’esistenza,

per cui essi rallegrarono

 

i riposi agnanimi

d’Atene e Roma.

Oh tempi, oh tempi

avvolti in sonno eterno!

i magnanimi ozii

dei greci e dei latini.

Oh tempi (del rinascimento)

trascorsi per sempre!

 

Allora la ruina d’Italia

anco immatura,

anco eravam

sdegnosi d’ozio turpe,

Allora la catastrofe Italiana

poteva ancora essere fermata,

noi italiani eravamo ancora

sprezzanti dell’ozio vergognoso,

 

e l’aura a volo

rapia

più faville da questo suolo.

e il passaggio del vento

portava in giro

più scintille dall’Italia.

 

 

5

Eran calde

le tue ceneri sante,

non domito nemico della fortuna,

al cui sdegno

e dolore

Erano ancora calde

le tue sante ceneri,

o indomabile nemico della fortuna

al cui sdegno

e al cui dolore

 

fu più amico

l’averno che la terra.

L’averno:

e qual parte

non è migliore di questa nostra?

 

fu più amico

l’inferno che la terra.

L’averno:

e quale luogo

non è migliore di questo nostro?

 

 

E le tue dolci corde

susurravano ancora

dal tocco di tua destra,

o sfortunato amante.

E le corde da te dolcemente suonate

risuonavano ancora

per il tocco della tua mano,

o amante sfortunato.

 

Ahi l’italo canto

nasce e comincia dal dolor.

E pur

il mal che n’addolora

grava e morde men

del tedio

Ahi, la poesia italiana

nasce e comincia dal dolore.

Eppure

il dolore che strazia

ci opprime meno

della noia

 

che n’affoga.

Oh te beato,

a cui fu vita il pianto!

A noi il fastidio

cinse le fasce;

 

che ci sommerge nella morte.

O beato te Petrarca

che il pianto mantiene in vita!

A noi la noia

mise le fasce

 

 

il nulla

a noi siede lmmoto

presso la culla

e su la tomba.

e il nulla

ci accompagna

fin dalla nascita

dalla culla alla tomba. 

 

6

Ma tua vita

era allor

con gli astri e il mare,

ligure ardita prole,

quand’oltre

Ma la tua vita

si svolgeva

ancora in mare seguendo gli astri

o coraggioso discendente ligure

quando oltre

 

alle colonne,

ed oltre ai liti

cui

parve udir

su la sera

strider l’onde

all’attuffar del sole,

le colonne d’Ercole

e oltre le coste

ai cui abitanti

parve udire

di sera

stridere le onde

al tramonto del sole,

 

commesso agl’infiniti flutti,

ritrovasti

il raggio del Sol

caduto

e il giorno

che nasce

allor che

affidatoti agli infiniti flutti,

ritrovasti

i raggi del sole

nascosto

e la luce

che sorce

quando

 

è giunto al fondo

ai nostri;

e rotto ogni contrasto

di natura,

ignota

immensa terra

fu gloria

attiva agli antipodi

rispetto a noi;

e vinto ogni ostacolo

della natura,

un’ignota

e immensa terra

diede ricompensa

 

ai rischi

al tuo viaggio del ritorno.

Ahi ahi,

ma il mondo,

conosciuto,

non cresce,

 

dai rischi affrontati

nel viaggio di ritorno.

Ahi ahi,

ma il mondo,

una volta conosciuto,

non si accresce,

 

 

anzi si scema,

e l’etra

sonante

e l’alma terra

e il mare

appare assai più vasto

al fanciullin

anzi, diminuisce,

e il cielo

che  emette suoni

e la terra vitale

e il mare

appaiono assai più vasti

al fanciullino

 

che non al saggio

 

 

 

che non a colui che sa.

 

 

 

 

7

Ove son giti

nostri sogni leggiadri

dell’ignoto ricetto

d’ignoti abitatori,

o del diurno albergo

 

Dove sono finite

le nostre piacevoli immaginazioni

sull’ignoto ricovero

di abitatori ignoti

o sulla dimora diurna

 

 

degli astri,

e del rimoto letto

della giovane Aurora,

e del notturno occulto sonno

del maggior pianeta?

degli astri,

o sul letto lontano

della giovane Aurora,

o sul nascosto sonno notturno

del pianeta più grande?

 

Ecco,

svaniro a un punto,

e il mondo

è figurato

in breve carta;

ecco

tutto è simile,

Ecco,

sono scomparse di colpo,

e il mondo

è raffigurato

in una piccola carta geografica;

ecco,

tutto è simile,

 

e discoprendo,

solo il nulla s’accresce.

O caro immaginar,

a noi ti vieta il vero appena è giunto;

e facendo nuove scoperte

aumenta solo il nulla.

O cara immaginazione,

il vero ti vieta a noi appena è raggiunto;

 

 

nostra mente

s’apparta

da te in eterno;

ne sottraggon gli anni

allo stupendo

poter tuo primo

la nostra mente

si allontana

da te per sempre;

gli anni ci sottraggono

al tuo stupendo

potere iniziale (nella fanciullezza),

 

e perì

il conforto

de’ nostri affanni

e in questo mondo muore

la consolazione

dei nostri dolori.

 

8

Nascevi intanto

ai dolci sogni,

e splendeati

in vista,

il primo sole,

cantor vago

Intanto nascevi

ai dolci  sogni dell’infanzia

e ti splendeva

davanti agli occhi 

il primo sole,

o amabile poeta

 

dell’arme

e degli amori,

che

in età assai men trista

della nostra

empièr

la vita di felici errori:

della armi

e degli amori

ai quali

in un’età assai meno dolorosa

della nostra

riempirono

la vita di illusioni felici:

 

nova speme d’Italia.

O torri, o celle, o donne, o cavalieri, o giardini, o palagi!

a voi pensando,

tu che eri la nuova speranza d’Italia.

O torri, o celle, o donne, o cavalieri o giardini, o palazzi!

pensando a voi

 

la mente mia

si perde

in mille vane amenità

L’umana vita

si componea

di vanità,

di belle fole

la mia mente

si perde

in innumerevoli illusorie bellezze.

La vita umana

si componeva

di illusioni,

di belle favole

 

e strani pensieri:

li cacciammo

in bando:

or che resta?

or poi che il verde

 

e di immaginazioni straordinarie:

li abbiamo cacciati

in esilio:

Ora che resta?

Ora, dopo che la frescezza

 

 

è spogliato alle cose?

Il certo e solo

veder

che tutto è vano

altro che il duolo.

è sottratta alle cose?

Resta il certo e unico

vedere

che tutto è illusorio,

fuorché il dolore.

 

9

O Torquato, o Torquato,

allora il cielo

preparava

a noi l’eccelsa tua mente

a te il pianto

non altro.

O Torquato, o Torquato,

allora il cielo

preparava

a noi la tua mente eccelsa,

a te preparava il pianto,

non altro.

 

Oh misero Torquato!

il dolce canto

non valse

a consolarti

o a sciorre il gelo

onde

l’odio

e l’immondo

O infelice Torquato,

la dolce poesia

non bastò

a consolarti

e a sciogliere il gelo

del quale

l’odio

e la vergognosa

 

livor

privato

e de’ tiranni

t’avean

cinta  l’alma,

ch’era sì calda.

invidia

di uomini privati

e dei principi

ti avevano

circondato l’anima

che era così appassionata.

 

Amore,

amor,

ultimo inganno

di nostra vita

t’abbandonava.

Il nulla

ti parve

ombra reale

L’amore,

perfino l’amore

l’estrema illusione

della nostra vita

ti abbandonava.

Il nulla

ti parve

un’ombra reale

 

e salda

e il mondo

inabitata piaggia.

Gli occhi tuoi

non sorser

al tardo onore;

e solida

e il mondo

ti parve una landa disabitata.

I tuoi occhi

non si sollevarono

al riconoscimento tardivo;

 

l’ora estrema

ti fu

mercè

non danno.

Chi conobbe

nostro mal

domanda morte

e non ghirlanda.

la morte

fu per te

un conforto

non un danno.

Chi conobbe

il nostro male,

chiede la morte,

non la gloria.

 

10

O miserando esemplo

di sciagura

torna,

torna fra noi,

sorgi

dal avello muto

e sconsolato

O miserevole esempio

di sciagura,

torna,

torna fra noi,

risorgi

dalla tomba muta

e sconsolata

 

se sei desideroso

d’angoscia.

Il viver nostro

è assai peggiorato

da quello

che ti parve

se sei vago

di angoscia.

La nostra vita

è assai peggiorata

rispetto a quella dei tuoi tempi

che pure ti parve

 

sì mesto

e sì nefando.

O caro,

chi ti compiangeria,

se altri non cura

fuor che di se stesso,?

così triste

e colpevole.

O caro,

chi ti compiangerebbe

se nessuno si occupa d’altro

che di se stesso?

 

Chi non direbbe

stolto

anche oggidì

il tuo mortale affanno

se il grande

e il raro

ha nome di follia;

Chi non definirebbe

stupido

anche oggi

il tuo dolore mortale,

se ciò che è grande

e raro viene

chiamato follia;

 

né livor più,

ma ben più dura di lui

avviene ai sommi

la noncuranza?

o quale ti appresterebbe

e non più l’invidia,

ma ben più dura di essa

ai grandi tocca

la noncuranza?

o chi ti preparerebbe

 

il lauro

un’altra volta

se il computar

s’ascolta

più de’ carmi?

 

la corona poetica

di nuovo

se il conteggiare

si pregia

più delle poesie?

 

  

11

O sventurato ingegno,

da te

fino a quest’ora

uom non è sorto

pari

all’italo nome,

O ingegno sventurato,

da te

fino ad ora

non è nato nessuno

all’altezza

della gloria italiana,

 

altro ch’un solo,

allobrogo feroce,

solo

indegno

di sua codarda etate,

a cui maschia virtù

se non un solo,

feroce piemontese,

unico

immeritevole

della sua epoca vigliacca

a cui virile valore

 

venne

nel petto dal polo

non già

da questa

mia terra

stanca

ed arida;

onde;

privato,

venne

nell’animo dal cielo,

e non

da questa

mia terra

stanca

ed arida;

per cui,

pur essendo un privato,

 

inerme,

in su la scena

mosse guerra

a’ tiranni

(memorando ardimento)

almen

si dia all’ire

indifeso,

sulla scena

mosse guerra

ai tiranni

(o coraggio memorabile!):

almeno

si dia alle rivendicazioni

 

inferme

del mondo

questa misera guerra

e questo vano campo.

Ei scese

dentro all’arena

 

impotenti

del mondo

questa misera guerra

e questo inutile campo di battaglia .

Egli scese

dentro all’arena in lotta,

 

 

primo,

e sol,

 

e nullo il seguì,

che l’ozio

e il brutto silenzio

or preme ai nostri

per primo,

da solo,

 

e nessuno lo seguì,

dato che l’ozio

e il colpevole silenzio

ora importa agli italiani

 

innanzi a tutto

 

 

più di ogni altra cosa.

 

 

 

12

Disdegnando e fremendo,

trasse

immacolata

la vita intera,

e morte

lo scampò

Fremendo d’ira e di sdegno

condusse

senza compromessi

l’intera esistenza,

e la morte

lo scampò

 

dal veder peggio.

Vittorio mio,

questa non era

età per te,

né suolo.

dal vedere il peggio.

O mio Vittorio,

questa non era

un epoca adatta a te,

né una nazione adatta.

 

Agli ingegni

alti

conviene altri anni,

ed altro seggio.

Or viviamo

paghi

di riposo,

Agli ingegni

superiori

spettano altri periodi storici,

e un’altra sede.

Ora viviamo

appagati

di riposare

 

e scorti

da mediocrità:

sceso il sapiente,

e salita è la turba

a un sol confine,

che il mondo agguaglia.

e guidati

dalla mediocrità:

il sapiente è sceso,

e la massa è salita

a un unico punto

che rende uguale il mondo.

 

 

O scopritor famoso,

segui;

risveglia i morti,

poi che dormono i vivi;

O scopritore famoso[Angelo Mai],

continua,

riporta alla luce gli scrittori antichi,

poiché i vivi dormono;

 

arma le spente lingue

de’ prischi eroi;

tanto che

in fine

questo secol di fango

o vita agogni

e sorga

ravviva le parole spente

degli antichi eroi,

al punto che

infine

questo secolo di fango

o desìderi la vita

e si innalzi

 

ad atti illustri,

o si vergogni.

 

 

a compiere atti illustri,

o almeno si vergogni.

 

 

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