Relazione sul libro “Tristano” di Goffredo di Strasburgo – di Morena Scaglia

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Relazione sul libro “Tristano” di Goffredo di Strasburgo
Questo romanzo cortese narra la vita del nobile Tristano, della sua gioventù, dell’amore sconfinato per Isotta a finire poi con la narrazione della tragica morte dei due amis (amanti).
Tristano porta questo nome per due motivi: in ricordo della condizione nella quale è venuto al mondo, orfano sia di madre che di padre, morti la prima di parto e il secondo in guerra, mentre difendeva il regno di Parmenia di cui era Signore, e quasi come anticipazione dei tormenti che dovrà passare in vita a causa dell’amore.
Viene cresciuto da un servo fedele del re che lo fa educare come i suoi figli fino a quando un giorno, Tristano, attirato dal gioco degli scacchi, sale a bordo di una nave di mercanti che, colpiti dalle sue molte doti, lo rapiscono.
A causa delle numerose sventure che subiscono per mare, i mercanti abbandonano Tristano in terra di Cornovaglia attribuendo la cattiva navigazione a una vendetta di Dio per il rapimento del giovane.
Da qui Tristano, appena quindicenne raggiunge la città di Develine, dove dimora suo zio, Marco.
Scoperta la verità sulla sua famiglia e la sua parentela con Marco decide di non ritornare ad essere Signore di Parmenia, di lasciare il regno al suo padre adottivo e di essere ordinato cavaliere per servire Marco, signore di Cornovaglia e Inghilterra.
In un duello con un inviato del re irlandese che richiedeva un tributo troppo alto, Tristano viene ferito da una spada avvelenata e per essere guarito si reca in Irlanda dalla regina Isotta.
A corte viene guarito e ordinato precettore della principessa Isotta.
Al rientro in patria intesserà le lodi della fanciulla fino al punto da dover tornare in Irlanda a chiedere la mano della principessa per conto dello zio.
Dopo aver ucciso un drago che minacciava quelle terre, come ricompensa riceve la principessa come sposa per lo zio che parte insieme a Tristano, l’equipaggio e una sua serva fedele: Brangania.
A questa damigella si deve lo scatenarsi della vicenda in quanto era stata affidata alle sue cure dalla regina Isotta una boccettina contenete un filtro d’amore che avrebbero dovuto bere la principessa Isotta e Marco dopo le nozze e che avrebbe procurato loro gioia, amore eterno e una fine comune.
Sfortunatamente, in un suo momento di distrazione, a bere l’ intruglio con Isotta non è Marco, ma Tristano, che passa così dal non avere più che un normale “amor cortese” per la sua signora a un folle amore.
Complice degli incontri tra i due, Brangania non tradirà mai la sua signora, anche quando questa, per paura di un tradimento, tenterà di fala uccidere.
A corte sia Tristano che Isotta sono amati e ben voluti da tutti anche se presto iniziano a girare voci sulla loro tresca. Marco, che ha piena fiducia di Tristano e ama sopra ogni cosa Isotta, inizialmente non vuole crederci, ma poi, influenzato dalle dichiarazioni di Mariodo (siniscalco di Tristano) e di Melot (astuto pettegolo di palazzo), inizia a tendere tranelli agli amanti per scoprire la verità.
L’amore lo porta spesso sulla via del dubbio, anche davanti all’evidenza si ostina a non credere.
Non avendo il coraggio di condannarli a morte li manda in esilio, ma poi li richiama, non avendo ancora la conferma del tradimento.
Quando ebbe finalmente la certezza del loro amore Tristano è costretto a partire ma giura eterno amore alla sola Isotta.
Ritorna in Parmenia dove, accompagnato dai suoi fratellastri, combatte guerre e si guadagna onori presso le varie corti bretoni. In una di queste conosce Isotta dalle Bianche mani, fanciulla che sposerà più per la bellezza e per il nome che portava (revocavano in lui il ricordo della sua Isotta), che per l’amore che non le darà mai, avendolo giurato solo all’amante.
Quando durante un’impresa viene ferito da una spada avvelenata Tristano sa che non potrà guarire se non per opera della regina d’Irlanda, troppo lontana per poter accorrere in tempo.
Così, a colloquio con suo cognato Caerdin, chiede di mandare a chiamare l’amante Isotta e di tornare da lui su una nave con una vela bianca e una nera in caso la sua amica non ci fosse, altrimenti tutte e due le vele bianche.
Caerdin compie la sua missione e conduce Isotta in Parmenia. Isotta dalle Bianche mani, che da dietro un muro aveva origliato la conversazione tra suo marito e suo fratello, appena vede giungere la nave con Isotta a bordo si reca da Tristano, ormai morente, e, tradita nell’orgoglio avendo scoperto il tradimento, gli dice che le vele della nave sono una bianca e una nera.
Tristano è disperato dall’annuncio, il dolore gli spezza il cuore; muore con il nome di Isotta sulle labbra.
Questa appena arrivata in porto corre dall’amico, e, vedendolo morto, non riesce a perdonarsi il fatto di essere giunta troppo tardi. Su di lui piange e si dispera finché il filtro d’amore non fa effetto e Isotta spira tra le braccia di Tristano.
Lo scritto di Goffredo di Strasburgo non è stato ultimato.
Il suo racconto termina con l’incontro di Tristano e Isotta dalle Bianche mani, con un finale aperto che, se fatto volutamente, non mi sarebbe dispiaciuto.
La conclusione del romanzo con la morte degli amanti è tratta dallo scritto di Thomas, un autore che Goffredo cita come fonte.
Non si percepisce il cambio di autore; la tipologia di scrittura resta sempre la stessa, le riflessioni sono concordi e le formule fisse (es:” ahimè, misera!” pronunciata da Isotta) si ripetono con continuità.
E’ un libro di 293 pagine, fatte non solo di narrazioni e descrizioni ma anche di profonde riflessioni sui temi cortesi per eccellenza: amore, onore, fedeltà e amicizia.
Il linguaggio con cui è scritto è arcaico (il libro è stato scritto intorno al 1210) fatto prevalentemente da superlativi (assoluti o relativi) che fanno riemergere l’antica origine del poema, ovvero la recita orale.
Il linguaggio così elaborato e inizialmente anche la trama (che pensavo di conoscere avendo già visto il film) hanno reso questa lettura lunga e complicata ma che poi mi ha conquistata con la sua tenerezza, l’esaltazione dell’amore puro e la sua non volgarità.
Questa stesura così articolata mi ha catturata al punto che ho quasi subito “lasciato l’apparenza (un componimento molto complicato e, a prima vista, al quale si rinuncia facilmente) e preso il senso” tanto che dopo le prime 100 pagine non facevo già più caso alla complicazione della composizione frasale, che, tuttavia, spesso non mi faceva comprendere a pieno in senso della frase se non dopo un’accurata rilettura.
La trama da un inizio reale si perde nel fantastico grazie a delle presenze sicuramente inventate e leggendarie (draghi, cani di tutti i colori, magia..) dalle quali si capisce che la stesura di questo libro è stata fatta raccogliendo frammenti di leggenda su un mito preesistente che aveva lo scopo di intrattenere masse e corti nel periodo Medioevale.
Avere letto questo libro con la sua tipologia di espressione così arcaica e cortese mi ha fatto piacere in fondo, in quanto ho potuto meglio assaporare lo stile e la vita medioevale che rimane in secondo piano ma comunque presente durante tutto lo svolgimento del racconto.

Morena Scaglia
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