Riassunto del diciannovesimo canto dell’ Orlando furioso di Ludovico Ariosto – di Carlo Zacco

Canto XIX
Sommario. – Nella fortuna non si possono distinguere i veri dai falsi amici
— Cloridano è ucciso e Medoro ferito — Angelica s’imbatte in Medoro
moribondo, io risana, se ne innamora e io sposa — Marfisa e i compagni sono
sbattuti da una tempesta nell’isola delle femmine omicide — Marfisa vince i
dicci campioni, tranne l’ultimo, che si dimostra pari a lei in valore.
Nella fortuna non si possono
distinguere i veri dai falsi amici (1-2)
– Nessuno può sapere da chi sia
amato, quando la fortuna gli arride. Perciò nelle corti, se si potesse leggere
nel cuore degli uomini, il favorito sarebbe talvolta scacciato e il reietto
salirebbe al suo posto. L’oscuro Medoro, che tanto amò il suo re in vita e in
morte, avrebbe ben meritato presso la corte i sommi onori.
Cloridano  è  ucciso  e 
Medoro  ferito   (3 – 16)
– Medoro fugge ora nella selva, reggendo la
spoglia de! suo re; ma il prezioso carico gli è di grave impedimento. Cloridano
invece, svelto e leggero, si è già posto in salvo; ma quando s’avvede che Medoro
non lo ha seguito, si dispera e torna sui suoi passi. Egli vede il compagno,
che, circondato da cento cavalieri, non si arrende, e, posata la cara salma per
terra, le gira intorno per fnrle schermo del suo corpo. Allora, non potendo
salvare l’amico, vuole almeno morire con lui, ma prima vendere a caro prezzo la
vita.
Nascostosi tra i rami, scaglia una
freccia che va a colpire uno Scozzese; e mentre tutti si volgono dalla parte
donde è venuto il colpo, un altro
Scozzese è colpito allo stesso modo. Allora Zerbino, preso dall’ira, si slancia
contro Medoro, per trarre vendetta su di lui; ma mentre già gli afferra le
chiome per ucciderlo, vinto dalla leggiadria del giovinetto, ne prova pietà e
non l’uccide. Medoro, approfittando di questa esitazione, implora di lasciarlo
vivere per poter dare sepoltura al suo signore, e di fare poi strazio del
proprio corpo. Zerbino già s’intenerisce, quando uno dei cavalieri ferisce con
la lancia il delicato petto del giovane, che cade tramortito. Allora Zerbino
sdegnato si scaglia contro l’assalitore, che cerca scampo nella fuga. Intanto
Cloridano, credendo ucciso il suo Medoro, esce dal nascondiglio e si getta fra i
nemici per vendicarlo; ma, colpito da ogni parte, cade ucciso al suo fianco. Gli
Scozzesi procedono oltre, dietro il loro capo fieramente sdegnato, mentre Medoro
giace al suolo senza forze, perdendo sangue dalla ferita.
Angelica s’imbatte in Medoro
moribondo, lo risana, se ne innamora e lo sposa ( 17-36)
– Ma ecco che, per
sua buona sorte, s’imbatte in lui Angelica, nei panni di una pastorella. Essa,
da quando aveva ricuperato il suo anello, se ne andava sola, disprezzando tutti
i suoi adoratori e credendosi ormai inviabile contro i dardi d’amore. Ma il dio,
mal tollerando tanta arroganza, la aspettò al varco, dove Medoro giaceva
insanguinato.
Infatti, non appena essa vede il
giovinetto ferito, prova un’insolita pietà, che si accresce quando egli le narra
i suoi casi. Ricordandosi le cognizioni mediche apprese in India, raccoglie
un’erba prodigiosa, che poco prima aveva scorta passando, e con l’aiuto di un
pastore, che errava in quei luoghi in cerca di una giovenca, medica il
giovanetto, infondendogli tanto forza, che può dar sepoltura a Dardinello e a
Cloridano. Poi entrambi si recano alla casa del pastore, fra la pace della
campagna, dove Angelica si propone di rimanere finché il giovane sia
completamente guarito.
Ma mentre Medoro a poco a poco
risana. Angelica sente la pietà trasformarsi sempre più in ardentissimo amore.
Essa, la regina del Catai, che ha sdegnato l’amore dì Orlando, di Rinaldo, di
Sacripante, di Agricane, di Ferravi e di tanti altri famosi guerrieri, confessa
al giovane la passione che la strugge. E, per rendere onesta la cosa, celebra
nella capanna il matrimonio con lui, pronuba la moglie del pastore.
Dopo le nozze i due sposi felici
trascorrono in quella tranquilla dimora più di un mese, riempiendo del loro
infinito amore tutti i luoghi all’intorno; né vi è albero, o sasso, o muro, in
cui non incidano i loro nomi intrecciati
Angelica e Medoro partono per
l’Oriente (37 42)
– Quando le sembra di essersi trattenuta abbastanza,
Angelica decide di ritornare al Catai, dove vuol incoronare re il suo Medoro; ma
prima di partire regala al buon pastore un prezioso bracciale, che le era stato
un tempo regalato da Orlando, e che essa aveva sempre conservato non per amore
di lui, ma per la ricchezza e la egregia fattura.
Passati i Pirenei, i due giovani
prendono la strada di Barcellona, con l’intento di imbarcarsi per il Levante;
ma, cammin facendo, s’imbattono in un pazzo, tutto lordo di fango, che fa per
scagliarsi contro di loro.
Marfisa e i compagni sono
sbattuti da una tempesta nell’isola delle femmine omicide (43-62)
– Intanto
Marfisa, Astolfo, Aquilante, Grifone e gli altri compagni sono da tre giorni in
preda alla tempesta. Il cassero, gli alberi, il timone sono perduti; i marinai
non riescono più ad orientarsi con aiuto alcuno; si fanno voti di
pellegrinaggio; si gettano in mare merci preziose. Finalmente, quando ormai
tutti si credono all’estremo, brilla a prua la luce di Sant’Elmo. La tempesta si
calma, mentre i naviganti si inginocchiano; ma un forte vento di libeccio
sospinge ora la nave a grandissima velocità, tanto che il nocchiero, per
rallentare il corso, fa gettare in mare fasci di ciarpame e allenta la gómena.
Ma ecco che la nave giunge al
golfo di Laiazzo ( = Alessandretta), presso ad una grande città. Il nocchiero
prova nuovo sgomento, perché stare in alto mare o fuggire è impossibile, essendo
gli alberi e le antenne tutte perdute; e approdare significherebbe andar
incontro a morte o a sicura schiavitù. Astolfo, non sapendo rendersi conto di
tanta esitazione, gliene domanda il motivo; e il nocchiero narra che in quella
città stanno le femmine omicide, che, per un’antica legge, mettono a morte o in
servitù chiunque approdi, a meno che riesca a vincere in campo dieci uomini e
far da marito a dieci donne. Se egli riesce nella prima prova, ma fallisce nella
seconda, è tratto a morte e i suoi compagni sono ridotti in schiavitù; se riesce
in entrambe le prove, deve restare sempre in quella terra con le sue dieci
mogli, mentre i compagni guadagnano la libertà.
Astolfo ascolta non senza riso lo
strano racconto, ma i marinai non hanno il coraggio di approdare. Astolfo e i
suoi compagni sono invece desiderosi di tentar l’avventura e costringono il
nocchiero a dirigersi verso il porto.
Marfisa vince i dicci campioni,
tranne l’ultimo, che si dimostra pari a lei in valore (63-108) -Mentre i
cavalieri si armano, una galea muove incontro alla nave e la rimorchia nel
porto, che si stende a semicerchio per più di quattro miglia, con due rocche sui
lati.
Non appena la nave entra nel
porto, seimila donne, armate di archi, si raccolgono sulla riva, mentre, per
togliere ogni speranza di fuga, il porto vien chiuso con navi e con catene, che
si stendono tra le due rocche.
La più vecchia di quelle donne,
rivolgendosi al nocchiero, gli fa la consueta proposta, di morire o di rimanere
in prigionia; ovvero, se qualcuno tra essi fosse riuscito a vincere le due
prove, sarebbe rimasto in quella terra con le sue dieci mogli e i compagni
avrebbero guadagnato la libertà. I cavalieri accettano con baldanza la proposta
e sbarcano armati con i loro cavalli. Essi procedono in mezzo alla città, e
vedono altere donzelle che cavalcano per le vie ed armeggiano in piazza, mentre
gli uomini, in proporzione del dieci per cento, sono intenti ai lavori donneschi
o alle opere dei campi. Poi scelgono a sorte chi tra essi deve sostenere le due
prove, e vorrebbero naturalmente escludere Marfisa; ma la guerriera vi si
oppone, e la sorte cade proprio su di lei, che promette di dar ugualmente
libertà ai compagni, distruggendo con la spada quella iniqua legge.
Ed ecco Marfisa entrare nella
piazza, dove una moltitudine di donne è convenuta per assistere al duello, su un
magnifico cavallo leardo, che le era stato donato da Norandino; mentre dalla
parte opposta entrano nove cavalieri, guidati da uno che all’aspetto sembra
valere tutti gli altri. Costui, che monta un cavallo nero con qualche pelo
bianco nel piede e nel capo, e che veste un abito dello stesso colore, come
simbolo del gran lutto che soverchia la poca gioia, si tira in disparte, non
volendo prender parte a un duello così disuguale. Marfisa si avanza allora
contro i nove, vibrando una lancia poderosa e incutendo il terrore col solo
sembiante. Essa li abbatte uno dopo l’altro, rimanendo padrona del campo.
S’avanza allora il cavaliere nero,
che, volendo provare che il suo indugio fu dovuto non a paura, ma a cortesia,
offre cavallerescamente a Marfisa di differire la prova fino al mattino, per
darle tempo di riposare. Ma Marfisa, pur ringraziando per la cortese offerta, si
dichiara pronta a combattere, perché non è affatto stanca; e il cavaliere,
alludendo tristemente alla sua situazione, risponde a sua volta che egli
gradirebbe essere appagato nei suo desideri come è certo di appagare il
desiderio che la guerriera ha di combattere. Poi fa portare due grosse lance, ne
fa scegliere una a Marfisa, e tiene l’altra per sé. Ha quindi inizio il duello
fra il silenzio degli spettatori. Al primo scontro le lance vanno a pezzi, come
fossero di salice sottile, e i cavalli cadono a terra; ma i due combattenti si
liberano tosto dagli arcioni e continuano il duello a piedi, parando destramente
i colpi dell’avversario. Le donne rimangono ammirate, pensando di avere dinanzi
i due più abili giostratori del mondo. Marfisa intanto si chiama fortunata che
l’avversario non abbia preso parte al duello cogli altri nove; e il cavaliere
nero, a sua volta, si chiama fortunato che Marfisa non abbia voluto riposare.
Intanto sopraggiunge la notte, e
il cavaliere propone di riprendere il duello al mattino seguente. Poi invita
Marfisa coi suoi compagni nel proprio palazzo, perché ognuno dei nove, a cui la
guerriera ha dato la morte, era marito di dieci donne, e, quindi, essa avrebbe
dovuto temere

la rappresaglia di novanta donne.
Marfisa, fidando nella lealtà del cavaliere, accetta l’offèrta, e tutti si
recano al palazzo. Ma qui, al levare degli elmi, Marfisa s’avvede con meraviglia
che il suo prode avversario è un giovanetto appena diciottenne; e questi, da
parte sua, con non minor meraviglia, si accorge di aver giostrato con una donna.
I due si chiedono reciprocamente il nome.