Riassunto del diciottesimo canto dell’ Orlando furioso di Ludovico Ariosto – di Carlo Zacco

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CANTO XVIII
Sommario. – Prima di giudicare bisogna udire le discolpe degli accusati —
Grifone rivendica il suo onore — Rodomonte è costretta ad abbandonare
Parigi, traversando a nuoto la Senna — Rodomonte, avendo udito da un messo
che Mandricardo ha rapito Doralice, parte alla ricerca del rivale — Continua
la battaglia sotto le mura di Parigi — Grifone, per il suo valore, viene
onorato dal re — Martano e Orrigille, scoperto il loro inganno, vengono
puniti — Nuova giostra a Damasco — Astolfo, Sansonetto e Marfisa vogliono
prender parte alla giostra — Marfisa, riconoscendo per sue le armi date come
premio della giostra, se ne impossessa — Zuffa tra Marfisa, aiutata dai
compagni, e il popolo di Damasco — Norandino, chiarita la storia di quelle
armi, si riconcilia con Marfisa — Marfisa e i suoi compagni s’imbarcano per
la Francia — la battaglia fra Cristiani e Saracini finisce con la vittoria
dei primi — Cloridano e Medoro vanno di notte in cerca del cadavere di
Dardinello — Sono sorpresi da Zerbino e dalla sua schiera.
Prima di giudicare bisogna
udire le discolpe degli accusati (1-3)
– Prima di giudicare bisogna udire le
discolpe degli accusati. Questa dote è propria del cardinale Ippolito, che
concede ad ognuno facile udienza, ma vaglia le accuse con grande cautela. Se
Norandino fosse stato più cauto, avrebbe giovato alla sua fama e risparmiato
molte vite dei suoi.
Grifone rivendica il suo onore
(3-7)
– Infatti Grifone, appena si sente libero, uccide trenta persone
intorno al carro. Gli altri fuggono dove il timore li caccia, mentre quelli che
giungono alla porta alzano il ponte, senza preoccuparsi di quelli che rimangono
fuori. Grifone, mentre
si leva il ponte, afferra uno e lo
schiaccia contro un macigno, prende un altro e lo scaglia al di là delle mura,
Suscitando In tutti terrore e confusione.
Rodomonte è costretto ad
abbandonare Parigi, traversando a nuoto la Senna ( 8-24 )
– Intanto a
Parigi, dove Carlo coi suo paladini si è mosso contro Rodomonte, questi resiste
come uno scoglio a tutti gli assalti, spargendo sempre intorno a sé morte e
rovina.
Allora Carlo raduna tutti i suoi
nella piazza, mentre anche i fuggiaschi, rianimati dall’imperatore, ritornano a
combattere, e un nembo di armi piove dai tetti e dalle finestre sul terribile
guerriero.
A una certo punto Rodomonte,
vedendo il gran numero dei nemici, teme che, se non si ritira a tempo, mentre è
ancora incolume, gli riuscirebbe poi impossibile, se fosse ferito. Pensa perciò
di aprirsi un varco, e muove contro le schiere inglesi di Odoardo e di Arimanno.
Tutti, come dinanzi ad un toro furibondo che rompa lo steccato, fuggono dinanzi
a lui, che passa continuando a far strage. Egli si ritira lento e minaccioso,
come un leone inseguito, finché, giunto sulle rive della Senna, si getta con
tutte le armi nel fiume e lo passa a nuoto, col rimpianto di non aver arsa e
distrutta l’intera città.
Rodomonte, avendo udito da un
messo che Mandricardo ha rapito Doralice, parte alla ricerca del rivale (25-37)

– Appena toccata l’altra sponda, gli si presenta un messaggero a suscitargli nel
cuore ben altri sentimenti. Infatti la Discordia, seguendo l’ordine
dell’arcangelo Michele, era uscita dai chiostri, lasciando in sua vece la Frode;
e, presa per compagna la Superbia, che aveva lasciata come sua vicaria
l’Ipocrisia, s’era avviata verso il campo saraceno. Lungo il cammino aveva
trovato la Gelosia, accompagnata da un nano, che Doralice aveva inviato a
Rodomonte per annunziargli ciò che aveva fatto Mandricardo. La Discordia,
appresa la cagione che muoveva i due viandanti, si era subito rallegrata,
sperando col loro aiuto di rendere nemici i due Pagani.
I tre personaggi arrivano sulla
riva della Senna, mentre Rodomonte approda; e il nano gli annunzia il ratto di
Doralice. Subito la Gelosia si insinua nel cuore di lui, mentre la Discordia,
con l’aiuto della Superbia, accende un fuoco, che gli divampa nell’animo. Tutto
acceso d’ira e di vendetta, come una tigre a cui siano stati rapiti i propri
cuccioli, egli ordina al nano di ritornare donde è venuto, facendogli da guida.
Poi muove alla ricerca di un destriero, mentre la Discordia, ridendo con la
Superbia, si propone di fargliene trovare uno, che gli procuri nuove risse.
Continua la battaglia sotto le
mura di Parigi (38-58)
– Intanto Carlo, appena partito Rodomonte, riordina
le sue schiere, ed esce dalle porte per condurle contro Agramante.
Questi, tornato in sella, era alle
prese con Zerbino, mentre Lurcanio si azzuffava con Sobrino, e Rinaldo da solo
teneva fronte ad una intera schiera.
Carlo assale la retroguardia, dove
Marsilio aveva raccolto il fiore delle sue soldatesche, ponendole in fuga; ma
alcuni condottieri, con Ferraù alla testa, accorrono ad arrestare i fuggiaschi.
Intanto, in altra parte, Rinaldo,
Zerbino e Lurcanio menano strage; e già due re africani sono caduti uccisi,
quando a vendicarlo si avanza il giovane Dardinello, figlio di Almonte. Questi,
ricordando il gran nome del padre, riesce ad infondere coraggio alle truppe, e,
aggiungendo alle parole l’esempio, uccide alcuni condottieri inglesi. Poi,
vedendo Lurcanio che ha ucciso il suo caro amico Alteo, muove contro di lui,
facendo voto a Maometto di consacrarne le armi nella moschea, e, trapassatogli
mortalmente il fianco, lo fa spogliare dai suoi.
Ariodante cerca allora di aprirsi
la via per vendicare il fratello, ma non riesce a farsi largo fra la densa turba
dei combattenti. Ed ecco avanzarsi Rinaldo, che dovrà dar morte a Dardinello.
Grifone, per il suo valore,
viene onorato dal re (59-70) –
Intanto Grifone, dopo aver fatto scempio
della turba che lo scherniva, si era posto presso un tempio circondato da un
fossato, e, stando in capo al ponticello che sovrastava il fossato, teneva
fronte ad una grossa schiera, che gli era venuta incontro per ordine del re.
Già ferito in più parti, egli teme
di trovarsi a mal partito, quando il re, vedendo il valore del giovane, che sul
ponte sembra « Orazio sol contra Toscana tutta », alza la mano in segno di pace,
gli chiede scusa per averlo tanto vilipeso e oltraggiato, e gli offre in
compenso castelli e ricchi doni. Allora Grifone, deposte le armi e lo sdegno,
abbraccia il re, mentre questi, vedendolo ferito, lo fa trasportare con ogni
cura alla reggia.
Martano e Orrigille, scoperto
il loro inganno, vengono puniti (71-93)
– Nel frattempo Aquilante, avvistosi
della partenza di Grifone, lo ricerca per ogni dove, ma senza risultato.
Essendosi per caso imbattuto nel pellegrino greco, che a suo tempo aveva
annunziato a Grifone la fuga di Orrigille, intuisce che il fratello deve aver
seguito le tracce della donna infedele, e, pregato Astolfo di attenderlo fino al
suo ritorno, si imbarca per Antiochia. Giunto in questa città, viene a sapere
che Orrigille è partita con Martano per Damasco, e si avvia a quella volta. Ed
ecco, a una lega da Mamuga, si imbatte appunto in Martano, che porta glorioso il
suo trofeo. Egli riconosce da lontano le armi del fratello e gli va incontro
pieno di gioia; ma quando si avvede del suo errore, temendo che il fratello sia
stato ucciso, gli chiede conto, con aspre parole, delle armi e del cavallo.
Orrigille, spaventata, cerca di fuggire, ma Aquilante riesce a trattenerla;
Martano, a sua volta, cerca di attenuar la sua colpa, dicendo che egli è il
fratello della donna, e che, volendo sottrarla alla vita ignominiosa in cui la
teneva Grifone, ma non avendo il coraggio di affrontare a viso aperto il
cavaliere, aveva approfittato del momento in cui dormiva per rubargli le armi e
il cavallo, e in tal modo impedire che ii inseguisse. Ma Aquilante, che aveva
appreso in Antiochia che Orrigille non era sorella di Martano, sferra a costui
un poderoso pugno sul volto, lega ad entrambi le braccia dietro al dorso, e se
li trascina con sé fino a Damasco, sempre in cerca del fratello.
Giunto in città, trova che tutti
conoscono il valoroso Grifone e il tradimento tramato contro di lui; e« la
turba, vedendo il ribaldo e la sua degna compagna, li copre di contumelie. Il
re, appena gli giunge la notizia, accorre incontro ad Aquilante. fa gettare in
fondo ad una torre i due prigionieri, e accompagna il guerriero al letto del
fratello.
Grifone, vedendo il fratello,
diviene rosso per la vergogna, mentre Aquilante lo motteggia amabilmente. Poi
tutti pensano al giusto castigo da infliggere ai due colpevoli; e Grifone, che
ancora non sa odiare Orrigille, propone che si perdoni ad entrambi. Si decide
infine di condannare Martano alla fustigazione, e di trattenere Orrigille in
carcere fino all’arrivo di Lucina, al cui arbitrio sarà rimessa la pena.
Nuova giostra in Damasco
(94-97) –
Norandino. a sua volta, che non sa come dimostrare a Grifone il
proprio pentimento per l’errore commesso, fa bandire un’altra giostra tra un
mese, con la speranza che il prode cavaliere abbia a conseguire il premio che
gli è stato così malamente tolto.
La notizia, sparsasi per ogni
luogo, giunge anche ad Astolfo e a Sansonetto, che decidono di prendervi parte.
Astolfo, Sansonetto e Marfisa
vogliono prender parte alla giostra (98-102)
– Cammin facendo, Astolfo e
Sansonetto si incontrano con la valorosa vergine Marfisa, che già più volte si
era battuta con Orlando e con Rinaldo, e che, per acquistare gloria, andava alla
ricerca di cavalieri erranti, coi quali venire alla prova delle armi. La
guerriera, vedendoli, fa atto di sfidarli; ma, riconosciuto Astolfo, che aveva
avuto come compagno al Catai, gli fa festa e decide di partecipare anch’essa
alla giostra.
Marfisa, riconoscendo per sue
le armi date come premio della giostra, se ne impossessa ( 103-111)
– Giunti
a Damasco alla vigilia della festa, si trattengono in un sobborgo, finché, il
mattino seguente, si informano dell’ora in cui il re inaugura la giostra.
Giunti in piazza, trovano i
guerrieri pronti a entrare in lizza, e vedono esposti i premi, che consistono
nell’armatura della prima giostra, e in uno stocco, in una mazza e in un
destriero. Ma Marfisa, appena vede l’armatura, la riconosce per quella che essa
aveva lasciato un giorno sulla via per correre dietro a Brunello, che le aveva
rubato la spada; e, lieta di averla ritrovata, se ne impossessa, facendone
cadere dei pezzi.
Zuffa tra Marfisa, aiutata dai
compagni, e il popolo di Damasco (112-120) –
Norandino, a quell’atto
improvviso, si ritiene offeso, e il popolo, interpretando lo sdegno del re, si
slancia contro Marfisa; ma la fiera vergine, lieta di venire a battaglia, spinge
il cavallo contro la folla, menando colpi a destra e a sinistra. Astolfo e
Sansonetto, pur ignorando la causa della contesa, le danno man forte, mentre i
cavalieri presenti alla giostra parteggiano per il popolo o cercano di separare
i contendenti. Anche Grifone e Aquilante intervengono contro Marfisa e i suoi
compagni; ma Astolfo, non riconoscendoli, si fa loro incontro con la lancia
fatata e li getta a terra. In tal modo Marfisa si allontana con le sue armi,
seguita dai compagni.
Norandino, chiarita la storia
di quelle armi, si riconcilia con Marfisa (121-132)
– Allora Grifone e
Aquilante, vergognosi per l’affronto subito, spronano i cavalli contro i tre
vincitori, mentre il re e il popolo li seguono tra grida di vendetta e di morte.
Ma Grifone, giunto in vista dei
cavalieri, riconosce Astolfo, gli chiede conto dei suoi compagni e dell’offesa
fatta a Norandino, e, in tal modo, apprende che chi ha commesso l’offesa è un
donna, la famosa Marfisa.
Quando Norandino ode questo nome,
così fortemente temuto in tutto il Levante, richiama subito indietro i suoi
sudditi; mentre la guerriera, cedendo alle preghiere dei
compagni, si presenta al re
alteramente per dichiarargli che le armi sono sue come dimostra anche l’insegna
che vi è impressa. Il re risponde umilmente che le crede senz’altro sulla
parola, e che, se essa gliele avesse domandate, gliele avrebbe di buon grado
concesse, perché Grifone non si sarebbe certamente opposto. Marfisa, vinta da
tanta cortesia, vorrebbe ora cedere le armi a Grifone; ma questi è ben lieto di
farne dono alla guerriera.
Pacificati gli animi, si
raddoppiano le feste in città. Ha lungo la giostra, in cui Sansonetto guadagna
agevolmente il premio, perché Astolfo, Grifone, Aquilante e Marfisa non vi
prendono parte.
Marfisa e i suoi compagni
s’imbarcano per la Francia (133-145)
– Finite le feste, i cinque cavalieri
decidono di recarsi in Francia e prendono congedo dal re. Essi s’imbarcano a
Tripoli di Siria su una nave che fa vela per l’Occidente; toccano Famagosta,
nell’isola di Cipro, dove fuggono le pestifere esalazioni dello stagno di
Costanza; e pervengono a Pafo, ancora nell’isola di Cipro, tutta fragrante di
mirti e di agrumi, dove apprendono che Lucina si prepara a raggiungere il
marito. Poi partono con vento propizio, ma verso sera sorge una terribile
tempesta, che oscura il cielo e il mare. Invano i marinai corrono ai ripari,
poiché la tempesta diventa più intensa durante la notte e il giorno seguente,
tanto che il nocchiero fa abbassare le vele e si abbandona in potere del vento.
La battaglia fra Cristiani e
Saracini finisce con la vittoria dei primi (146-164)
– Mentre costoro sono
travagliati dal mare, a Parigi continua la battaglia fra Cristiani e Saracini.
Rinaldo si era mosso contro
Dardinello, e, vedendo che egli porta, come Orlando, lo scudo a quartieri, lo
apostrofa e lo schernisce. Il giovane risponde con alterigia che egli sa ben
difendere lo scudo ereditato dal padre e si lancia all’attacco del terribile
avversario. Ma invano egli vibra con la spada un colpo sull’elmo di Mambrino.
Rinaldo gli trapassa il petto, e il giovane cade come un fiore purpureo troncato
dal vomere.
La morte di Dardinello segna la
disfatta dei Saracini. Marsilio, vedendo che in tutto il campo le cose volgono
al peggio, decide di ritirare le truppe negli alloggiamenti, e persuade
Agramante a fare altrettanto. Ma la ritirata si trasforma in una fuga: molti
annegano nella Senna, molti sono uccisi, e due terzi dell’esercito vanno
perduti. I superstiti sono incalzati finché sorge la notte. Poi Carlo pone
l’assedio al campo nemico, costringendo i Saracini ad opere di difesa. Tutta la
notte essi vegliano fra i gemiti dei feriti e i lamenti per la perdita dei
propri cari.
Cloridano e Medoro vanno di
notte in cerca del cadavere di Dardinello (165-187)
– Ma due Mori di oscura
origine, Cloridano e Medoro, l’uno forte e robusto, l’altro bello come un
angelo, piangono più degli altri la morte del loro re Dardinello.
Medoro, rivolgendosi al compagno,
gli manifesta, l’ardito disegno di uscire di nascosto dal campo per ricuperare
il cadavere del re e dargli onorevole sepoltura. Cloridano cerca di dissuaderlo
dalla perigliosa impresa; ma quando vede che i suoi consigli non giovano a
nulla, decide di accompagnarlo. Al cambio della guardia, si mettono in cammino
verso il campo cristiano, dove tutti sono
immersi nel sonno. Cloridano, non
volendo perdere l’occasione, incomincia a far strage dei nemici, mentre Medoro
fa buona guardia. Egli uccide l’astrologo Alfeo, che aveva predetto a sé stesso
lunga vita e morte tranquilla, e, tra gli altri, il bevitore Grillo, che giaceva
addormentato accanto al fido barile, in modo che col sangue esce tutto il vino
bevuto. Medoro, a sua volta, asseconda il compagno nella strage, ma preferisce i
nobili condottieri, come il duca Labretto che giace accanto alla sua donna, i
duei figli del conte di Fiandra, appena insigniti da Carlo di grandi
onorificenze, ed altri ancora.
Già i due giovani sono vicini alle
tende che circondano il padiglione di Carlo, quando, temendo di essersi troppo
esposti, cessano dalla strage e muovono alla ricerca della salma del loro
signore. Ma i corpi, che giacciono in una orribile confusione, rendono
impossibile il ritrovamento. Allora Medoro innalza una fervida preghiera alla
Luna, e questa, o per caso o per premio di tanta fede, leva la sua falce da
un’oscura nube e illumina tutta Parigi con la campagna all’intorno. Un raggio fa
rifulgere proprio il cadavere di Dardinello; e Medoro, riconoscendo lo scudo
bianco e rosso, accorre piangendo al suo signore e lo solleva sulle sue spalle e
su quelle del compagno.
Sono sorpresi da Zerbino e
dalla sua schiera (188-192)
– Essi si affrettano al ritorno, ma ai primi
albori dell’alba, sono visti da Zerbino, che, dopo aver inseguito con alcuni
cavalieri tutta la notte i nemici, se ne ritorna al campo. Cloridano esorta
allora Medoro ad abbandonare la salma e a cercare scampo nella fuga, e, credendo
che il compagno segua il suo esempio, si libera della soma. Ma Medoro, non
volendo in nessun modo

abbandonare la cara spoglia, se la
carica da solo sulle spalle e rimane indietro. Intanto i cavalieri di Zerbino
chiudono tutti i passi per prendere i due animosi, i quali, sperando di trovare
un nascondiglio, si addentrano in una fitta selva.
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