Riccardo Bacchelli: il Manzoni del Novecento

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Il diavolo al Pontelungo di Riccardo Bacchelli

Riccardo Bacchelli: il Manzoni del Novecento

Il legame, il rapporto che abbiamo affermato nel titolo di questo contributo affermare fra il grandissimo scrittore milanese e il più modesto romanziere bolognese è un’ identità di poetica e di tensione artistica, anche se è innegabile che lo scrittore novecentesco non è all’altezza del suo modello novecentesco, questo senza nulla togliere alla qualità di romanzi come Il mulino del Po.

Uno scrittore dell’ottocento, ma nel novecento

La passione per la storia è lo stimolo che spinge Bacchelli ad abbandonare l’ambiente borghese dei suoi primi romanzi per avvicinarsi progressivamente al popolo nelle sue opere più conosciute. E la prospettiva adottata non è quella naturalistico-verista, bensì quella cattolica-manzoniana, in cui gli avvenimenti vengono osservati con intento moraleggiante. Come in Manzoni i personaggi scelti non appartengono alla categoria di quelle grandi personalità che lo storico ha già definito e che, al più, offrono all’artista solo la possibilità di ripetere ciò che è risaputo. Bacchelli insite narrativamente su personaggi minori, “eroi singolari, o mezzi eroi, od eroi di straforo, di un’ora e di un’illusione” come dice egli stesso. Su questi il romanziere può lavorare intorno ad una verità che, senza essere storicamente esatta, lo è però psicologicamente. E’ il caso di Bakunin, protagonista de Il diavolo al Pontelungo. A Bacchelli non interessa il Bakunin filosofo o polemista, ma “la sua generosità sventata, la sua avventurosa fiducia, il capriccio, l’esaltazione, la mobilità di fantasia, la passione, l’imperterrita illusione, l’azzardo, e poi certi tratti di buon senso tanto inaspettato da riuscir bizzarro e cinico: un tesoro per un romanziere”. Insomma il personaggio è colto in tutta la sua debolezza umana e psicologia. La verità del romanzo storico è dunque prima di tutto una verità psicologica e perciò stesso attinge ad una universalità superiore a quella della storia particolare e contingente, in quanto tenta di scoprire nel cuore degli “eroi” affetti, sentimenti e reazioni che sono proprie della natura umana, proprio come aveva detto Manzoni nella Lettre a M. Chauvet. Così come i caratteri dei contadini lombardi sono stati desunti dal Manzoni tramite esperienza diretta, anche le figure del popolo emiliano sono tratte dalla viva conoscenza dell’autore di personaggi simili. Il barrocciaio Sandrone è carico del vigore e dell’entusiasmo rivoluzionario tipico, ancora oggi, di quelle zone. Il cattolico Bacchelli non può che condividere il desiderio legittimo di giustizia che anima questi poveri bolognesi, che ammantano il volubile Bakunin di un ingiustificato alone di santità rivoluzionaria, ma non può fare a meno di descriverne ironicamente il velleitarismo e l’illusione di far coincidere il progresso con l’anarchia. Si chiederà infine come è stato possibile in campo culturale un così netto rifacimento del progetto del romanzo storico ad un secolo esatto dalla seconda edizione del romanzo manzoniano (1827-1927). Per rispondere bisogna far riferimento al mutato clima culturale nel primo dopoguerra, alla esigenza di ordine e di ritorno a moduli stilistici consolidati, dopo la bagarre , feconda ma caotica, della sperimentazione delle avanguardie storiche (futurismo) e dopo la traumatizzante esperienza bellica. Bacchelli si pone, con la sua teoria rivisitata del romanzo storico e con la sostanziale adesione allo stile della “prosa d’arte” solariana, esattamente allo stesso livello di quanto realizza Cardarelli in campo poetico, cioè un ritorno al passato. A questo proposito non si dimentichi che Bacchelli collaborò alla Ronda che raccoglieva queste esigenze di ritorno all’ordine.

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