Riflessioni su “Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello – di Matteo D’Andrea

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Pirandello porta a compimento con questa sua ultima opera la sua interpretazione della frantumazione dell’Io e come questo interferisca con la società. Tale percorso, già intrapreso a partire da “Il fu Mattia Pascal”, culmina con il totale abbandono da parte di Moscarda, protagonista di “Uno, nessuno e centomila”, al divenire incessante che contraddistingue la vita. E’ proprio la tematica del mutamento a risultare determinante, poiché nulla sembra poter essere considerato punto fermo, nemmeno la consapevolezza che ognuno ha dei propri difetti. Tutto ha infatti inizio a partire da un’osservazione “innocua” di Dida, moglie di Moscarda, la quale fa notare al marito come il suo naso penda da un lato. Basta questo dettaglio a far crollare, in un istante, il muro di certezze del protagonista, che inizia ad interrogarsi su come sia possibile che ciò venga notato solo ora.
Da qui prende il largo la fase dell’“Uno” in cui Moscarda pone il suo corpo e la sua mente al tribunale di sé stessi; simbolo di questo momento è lo specchio, tramite il quale avviene il riconoscimento di un’individualità che sembra inizialmente calzare alle esigenze del protagonista. Moscarda nella sua immagine riflessa non vede altro che un estraneo: quel corpo che gli si presenta e che dovrebbe appartenergli sembra vivere “all’infuori” di lui ed è l’unica cosa che chi lo circonda possa percepire. Inizialmente tale percezione pare essere univoca, uguale per tutti e per Moscarda stesso. Risulta quindi chiaro che legata a questo vi sia la consapevolezza iniziale dell’oggettività della realtà e dell’unicità dell’Io, elementi destinati però a sgretolarsi inevitabilmente nel corso della trattazione.
“La facoltà d’illuderci che la realtà d’oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall’altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d’oggi é destinata a scoprire l’illusione domani.”(cit.)
A questo punto però una goccia fa traboccare nuovamente il vaso: il protagonista inizia a rendersi conto del fatto che sua moglie abbia un’impressione propria di lui e che quest’ultima risponda al soprannome di Gengè. Si legge infatti nel libro con un commento quasi amaro: “quel suo Gengè esisteva, mentre io per lei non esistevo affatto”. (cit.)
Si apre così la seconda fase, quella dei “Centomila”, in cui emerge in maniera preponderate il relativismo: ognuno di noi si costruisce un diverso fantoccio di chi lo circonda e allo stesso tempo convive quindi con tutti quelli che gli altri creano di lui.
In questo circolo vizioso però appare chiaro che il rischio sia quello di non essere più in grado di distinguere la nostra realtà da quella che gli altri ci impongono.
Con le parole dell’autore:“Una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile.” (cit.)
Moscarda a partire da questa nuova consapevolezza si pone l’obiettivo di indagare e modificare tutte quelle maschere che gli vengono imposte dai suoi conoscenti, a partire da quella di usuraio. Questo perché sua padre, ormai morto, era un banchiere arricchitosi per mezzo di operazioni illecite e il giudizio della gente fu ereditato dal figlio.
Tutto ciò porta Moscarda a compiere un gesto di carità inaspettato, ovvero quello di donare una migliore dimora a Marco di Dio, un povero squilibrato nei confronti del quale persino suo padre aveva provato pietà.
Sulla scia di questa prima decisione il protagonista ne prende un’altra in rapida successione: egli è intenzionato a liquidare la banca del padre. La moglie Dida e gli amministratori Firbo e Quantorzo sono ormai sempre più convinti della pazzia di Moscarda e congiurano contro di lui. A questo punto interviene però Anna Rosa, un’amica di Dida svelando a Moscarda la macchinazione, ma anche il suo amore da sempre represso per lui. Uno scandalo di adulterio travolge quindi Anna Rosa e il protagonista e quest’ultimo, su consiglio del sacerdote del paese, utilizza i soldi estratti dalla banca per un’ altra opera di carità, così da mettere a tacere il caso.
Tale opera è un ospizio in cui egli stesso si rifugia ponendo fine alla sua lotta con un’apparente sconfitta, la quale però nello stesso tempo lo rasserena. Questo perché Moscarda realizza finalmente quanto il suo progetto fosse irrealizzabile, dato che non è possibile eliminare definitivamente le centomila maschere impostegli dalle società, è possibile solo farle “impazzire”.
Il protagonista, ormai privo di ogni identità e personalità, cede volentieri al continuo ciclo della vita: “Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane considerazioni”.

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